Berlino

 

Il sentimento della colpa

di Manuel Disegni

 

A due passi dalla porta di Brandeburgo, il simbolo della nazione tedesca, sorge il Memoriale dell’Olocausto. È il più grande mausoleo al mondo alle vittime della Shoah dopo Yad Vashem, nonché il primo monumento importante costruito nelle Germania unificata: duemilasettecentoeundici stele di cemento su una superficie di 19000 metri quadrati (circa quattro campi da calcio) piantate in quello che era il cuore del Terzo Reich.

Nessun’altra nazione, come ha notato all’inaugurazione nel 2005 il presidente del Bundestag Thierse, ha adibito il centro della sua capitale alla memoria del maggior crimine della sua storia.

Lo Stato tedesco è risorto dalle ceneri del nazismo, la società si è trovata a dover fare i conti con il proprio passato, e si è costantemente impegnata in un processo di tradizione del ricordo, di assunzione di responsabilità e di elaborazione del senso di colpa che non trova eguali nel mondo moderno.

Il concetto ed il sentimento di eredità della colpa sono profondamente radicati nella natura storica e sociale dell’uomo. Questo fenomeno psicologico-religioso è rintracciabile già nella Grecia omerica, dove l’estensione della colpevolezza a tutta la gonè del reo appariva legge naturale; si praticavano periodiche catarsi, ci si purificava dalle contaminazioni del passato mediante sacrifici che ingraziavano gli dei (Andromeda fu immolata a Poseidone per riparare all’ybris di sua madre).

La catarsi del Novecento però non può più avvalersi di un capro espiatorio come Andromeda, ma è un’operazione consapevole che deve riguardare l’intero popolo, se non l’umanità tutta.

La società tedesca postbellica nasce con il peso di un peccato originale sulle spalle; come quello di Adamo ha inaugurato una tradizione d’insufficienza umana, la speranza nel trascendente, i monoteismi, così quello nazista ha dato luogo ad una vera e propria religione civile dell’antinazismo e della memoria dell’orrore, conditio sine qua non della Germania democratica. E come ogni religione, anch’essa non manca dei culti rituali, delle rappresenta­zioni esteriori; ha una sua dimensione estetica e una sua quotidianità.

L’esigenza di una profonda interiorizzazione e rielaborazione della responsabilità per i tedeschi, che non sono collettivamente responsabili (perché si sa che la responsabilità collettiva non è di nessuno) ma TUTTI INSIEME COLPEVOLI, è stata individuata per la prima volta nel 1945 dal pensatore (tedesco) Karl Jaspers. Egli distinse la colpa politica da quella che chiamò colpa metafisica.

Era un’esigenza politica e culturale la denazificazione predisposta dagli Alleati e attuata dalla Germania in vista della costituzione di un nuovo stato democratico e del suo inserimento nell’ambito dell’occidente antifascista. Perciò era imprescindibile per il popolo tedesco un’analisi seria e una presa di consapevolezza della sua colpa politica. Colpa politica che, come fa notare Hannah Arendt, non fu propria solo di maniaci e sadici, ma della stragrande maggioranza della popolazione. La Gleichschaltung, la politica di allineamento delle masse perpetrata dalle gerarchie naziste, trovò terreno fertile non tra i fanatici, ma tra la gente comune.

Il tipo umano che si fa coinvolgere e partecipa alla follia nazista è, secondo la Arendt, “il borghese paterfamilias”, il comune cittadino che per la salvaguardia della sicurezza (parola la cui accezione deteriore sta preoccupan­temente tornando di moda) della propria famiglia, è disposto a rinunciare a qualsiasi tipo di virtù pubblica ed a compiere le peggiori infamie a patto di non avvertirne direttamente la responsabilità; e così questo comune laborioso cittadino, mite e premuroso nei confronti dei suoi cari (praticamente uno di noi) può trasformarsi in un feroce assassino, perchè inserito in un immenso apparato burocratico di cui non conosce e men che meno determina l’azione e i fini: svolgendo solo il ruolo di piccola rotellina in un complesso ingranaggio, non si sente investito di alcuna responsabilità morale nei confronti del suo agire, perché i fini che persegue trascendono il suo orizzonte limitato. Infatti la linea di difesa più comune a Norimberga fu l’agghiacciante “io eseguivo soltanto degli ordini”.

“Sgravata la coscienza da ogni peso grazie all’organizzazione burocratica dei loro atti, avevano smesso di temere perfino Dio. Tutto ciò che provavano era solo un senso di responsabilità nei confronti della propria famiglia. La trasformazione del padre di famiglia da membro responsabile della società, interessato a tutti gli affari pubblici, in un ‘borghese’ concentrato solo sulla propria esistenza privata ed estraneo ad ogni virtù civile, è un fenomeno in­ternazionale tipicamente moderno” (Arendt, Colpa organizzata e responsabilità universale). Qui la studiosa tedesca vuole sottolineare l’universalità della possibilità della colpa; non occorre essere né cattivissimi né tedeschi per diventare bestialmente criminali senza neanche accorgersene. È un rischio che accomuna tutte le organizzazio­ni burocratiche o tecnocratiche, e aggiungeremmo anche teocratiche, che tolgono all’individuo la capacità di prospettiva politica e quindi ogni senso di responsabilità civile.

È invece un’esigenza esistenziale per ogni tedesco confrontarsi con quella che Jaspers chiama colpa metafisica. È una colpa che non è inquadrabile in categorie giuridiche o politiche, nemmeno morali. È la colpa che accomuna tutta l’umanità. È la colpa di essere ancora vivi, “commessa da chi non si macchiò di reato ma peccò per omis­sione, non solidarizzando con i perseguitati”. Mancò una pietà collettiva e perciò “ogni attribuzione della colpa a forze esterne, a potenze e idee impersonali è una fuga del tedesco da sé, dalla propria responsabilità” (Karl Jaspers, La questione della colpa).

Forse proprio l’insostenibile fardello che grava sulla coscienza del popolo tedesco ha fatto sì che esso accogliesse e attuasse più e meglio di qualsiasi altro popolo il monito di Primo Levi a coltivare il ricordo costantemente, a rieducare le menti a riconoscere e stroncare alla radice il pregiudizio e l’odio razziale, affinché l’orrore non accada mai più.

È per questo che oggi la Germania è all’avanguardia in Europa e nel mondo per quel che riguarda la cultura della tolleranza, dell’apertura verso il diverso, dell’antifascismo. Dagli ebrei agli omosessuali, dai turchi ai disabili, Berlino è la città di tutti.

Non fa specie che la gestione dell’immigrazione, tutt’altro che esigua, sia la migliore dell’Unione Europea, pur non essendoci in Germania un ministro dell’interno che inneggia alla ‘cattiveria’. Nemmeno ci stupiamo che il governo tedesco sia stato l’unico a criticare fermamente il ritiro della scomunica ai lefebvriani definendolo “gravemente ambiguo”.

La religione civile della Germania è massimamente autentica, e i suoi valori li ha diffusi senza retorica: i tedeschi sanno combattere fermamente ogni forma più o meno subdola di antisemitismo, e al contempo hanno anche impa­rato a cogliere l’ineffabilità dell’orrore dei campi (ben espressa per esempio dalla suggestiva Torre dell’Olocausto di Libeskind al museo ebraico).

Ora sanno reprimere i silenzi senza rinunciare a far parlare il proprio silenzio.

 

Manuel Disegni