Israele

 

Gaza

 di Gustavo Jona

 

Adesso molto meglio che alla fine della seconda Guerra del Libano abbiamo capito su cosa si basavano i sentimenti popolari, allora avvolti nel dolore delle enormi perdite sia militari che civili: la sensazione di non aver perso, però neanche vinto la guerra.

Oggi ad una distanza di tempo non storica, ma che comunque permette di valutare più obiettivamente la situazione, vediamo ad esempio che il nostro amico libanese dopo due anni e mezzo, non è ancora uscito dal suo bunker, ed in più il suo apporto ai suoi fratelli di Gaza si è limitato a cialtronate radiotelevisive ed allo sparo di una mezza dozzina di missili. Questo è una chiara dimostrazione che i risultati della guerra del 2006 sono molto più importanti di quanto si pensasse allora.

Abbiamo imparato la lezione, pagata cara, però siamo stati capaci di fare tesoro di quasi tutti gli sbagli di allora.

1. La mancanza di esercitazioni periodiche è altamente perniciosa per i risultati sul campo di battaglia.

2. Il vettovagliamento è un fattore capitale per il morale dei soldati.

3. Viviamo in un mondo elettronico. Però nella campagna di Gaza il portavoce dell’esercito ha dimostrato chiaramente che uno stato di caos informativo è negativo, sia per i soldati che per i civili.

4. L’attività giornalistica è stata ridotta al minimo per quanto riguarda i reportage in diretta. Sia i giornalisti israeliani che stranieri non hanno avuto accesso alle zone di combattimento. Dopo una decina di giorni il portavoce dell’esercito ha concesso ad alcuni corrispondenti militari di accompagnare unità in azione.

5. Tutti i militari senza eccezioni hanno dovuto consegnare i loro telefonini all’entrata nella zona di Gaza.

6. I feriti sono stati smistati geograficamente nei vari ospedali, il più vicino possibile alle loro famiglie, inoltre quelli che ne avevano la possibilità hanno avuto il primo contatto con le famiglie, di persona, per informarle delle loro condizioni fisiche, cosa che ha molto alleviato l’impatto psicologico della notizia sulla famiglia.

7. I media, i vari ex generali e persino i ministri si sono sottomessi ad una censura volontaria. Anche i vari esperti che appaiono nei media erano molto ben informati, per cui le dichiarazioni fatte sono molto accurate.

Tra i politicanti si sono espressi solo il presidente dello stato, il primo ministro, la ministra degli esteri ed il ministro della difesa. Tutto ciò ha comportato un sistema di informazione ponderato, però molto serio ed affidabile che ha ispirato molta fiducia alla popolazione. In generale i civili sono molto più tranquilli, specialmente in confronto alla situazione nel 2006, dove ogni saccente o meno diceva la sua, a volte in base a interessi politici.

8. Uno dei problemi più acuti nel 2006 era stato la mancanza di preparazione delle retrovie, che ormai soffrono dei maggior danni in caso di conflitti militari. Da allora le retrovie hanno ricevuto la dovuta preparazione: prima di tutto è stato istituito un comando unico che raggruppa tutti gli organi delle retrovie, Magen David Adom (servizi sanitari mobili), pompieri, polizia e servizi di supporto psicologici e sociali.

9. Finalmente abbiamo capito che nel ventunesimo secolo le guerre si combattono nei media non meno che sui campi di battaglia, per cui sono stati addestrati dei portavoce nelle lingue più diffuse che sono apparsi su tutti i media per spiegare la situazione; è vero che le foto autentiche o montate nei media arabi riescono ad attirare la maggior attenzione, comunque è un buon passo avanti.

Ora un po’ di cronaca. Prima di tutto la sorpresa: Hamas era certo che gli otto anni scorsi fossero solo un anti­pasto, invece l’attacco delle forze aeree ha messo fine a questo lungo periodo, troppo lungo, di martellamento di missili (da tenere presente che dal 2005 non c’è presenza israeliana a Gaza).

La preparazione dei servizi d’informazione è stata ottima, una preparazione con la P maiuscola. Centinaia di voli portati a termine con la massica efficacia, e senza alcuna perdita. Tra gli altri risultati, il rintanamento dell’elite di Hamas nei loro bunker, come hanno imparato dal loro amico libanese.

Tutto ciò non è servito agli israeliani residenti intorno a Gaza, anzi i missili sono arrivati a Beersheva ed Ashdod, più di quaranta chilometri da Gaza, per cui più di un milione di persone, tra cui trecento mila bambini, si sono trovate sotto il fuoco, che fortunatamente sta scemando di intensità (da 100 a 20 missili al giorno).

In considerazione del numero di missili e granate, e della campagna campale, il numero dei caduti e delle vittime è senz’altro minimo, anche se ogni caduto o vittima è per i suoi famigliari una perdita inestimabile.

Tra i soldati ci sono stati, disgraziatamente, caduti a causa di fuoco amico (chiamalo amico!) e, tra le vittime civili, la maggior parte sono state colpite per non aver osservato i precetti del comando delle retrovie.

Durante tutto il periodo dei combattimenti gli unici giornalisti nella zona di Gaza erano corrispondenti locali che trasmettevano a nome delle varie fonti d’informazione; le passate esperienze hanno chiaramente dimostrato la poca affidabilità dei loro reportage.

Secondo quanto riportato in tutto questo periodo ci sarebbero state un migliaio di vittime, di cui un numero imprecisato di combattenti ed un alto numero di bambini.

Molte di queste vittime sono morte a causa del sistema Hamas, ovvero gli scudi umani: i combattenti prendevano possesso di case, le trasformavano in postazioni militari ed obbligavano con la forza i residenti a rimanere, ben sapendo che Israele avrebbe evitato di sparare su civili fino al momento dell’uso di queste postazioni. Ogni vittima è un mondo intero, senza differenza di nazionalità, colore o religione; comunque Israele ha fatto il possibile per evitare vittime civili: su ogni zona destinata ad un bombardamento o ad un attacco sono stati lanciati dei volantini, dando tempo sufficiente alla popolazione per allontanarsi. (A proposito di mondo elettronico, nei casi in cui non c’era il tempo di lanciare volantini gli interessati sono stati contattati con telefonini.)

È giusto far notare che, nonostante le incombenti elezioni politiche, la campagna elettorale è in sordina ed, a parte qualche piccolo accenno da parte di politicanti di terza fila, nella vita di tutti i giorni non se ne parla.

Infine è doveroso precisare che tutti gli israeliani hanno una richiesta ultimativa verso il governo: l’immediata scarcerazione di Gilad Shalit, dopo quasi tre anni di prigionia, senza il godimento dei diritti di prigioniero di guerra secondo il trattato di Ginevra. Nonostante l’unanimità ci sono due fazioni, una (la sinistra)dice che per la liberazione di Gilad è giusto pagare qualsiasi prezzo, cioè liberare un migliaio di prigioneri su richiesta di Hamas; l’altra (la destra) teme che liberare un migliaio di prigionieri, di cui molti con le mani insanguinate, sia troppo pericoloso, basandosi sul fatto che le precedenti scarcerazioni hanno rinforzato il terrore.

La campagna di Gaza aveva due obbiettivi dichiarati, limitare al massimo la capacità militare del Hamas e bloccare in modo totale il rifornimento militare per Hamas attraverso i tunnel lungo il confine con l’Egitto. Il primo obbiettivo è stato raggiunto, per il secondo si dovrà ottenere una maggior collaborazione da parte egiziana, cioè azioni che riescano a bloccare il transito del materiale bellico in territorio egiziano prima ancora che arrivi al confine con la zona di Gaza.

In queste ultime ore si sentono già le campane del cessate il fuoco, avvengono incontri a tempi ristretti sia in Egitto che a Washington, è ormai questione di due o tre giorni.

Le considerazioni storiografiche sull’atteggiamento degli stati amici e nemici le rimandiamo a dopo la risoluzione della situazione.

 

Haifa, 15 gennaio 2009

 Gustavo Jona

 

Un fine settimana fuori casa mi ha impedito d’inviare quanto sopra, per cui, dato che tutto il male non viene per nuocere, c’è da aggiungere: ieri sera (17/1) il primo ministro ha dichiarato ai media che alle 02:00 ci sarà il cessate il fuoco unilaterale. A coloro che si chiedono perché “unilaterale”, la cosa è dovuta al fatto che l’unico potere politico riconosciuto nella zona di Gaza è il governo della Cisgiordania, che non era parte del conflitto.

 

Haifa, 18 gennaio 2009

Gustavo Jona