Israele

 

Israele e noi

 di Elena Loewenthal

 

Quando Israele è in guerra, qualcosa s’innesca da queste parti. Non sto ovviamente parlando del coinvolgimento politico, delle prese di posizione tanto a destra quanto a sinistra. Il principio della neutralità non comporta più, ormai da tempo, il silenzio. Forse è un bene che sia così. Qui in Italia parlano più o meno tutti, anche chi si dice equidistante. Se, come si usa dire in Israele, ad ogni fermata dell’autobus c’è almeno un primo ministro che aspetta e che se solo avesse occasione risolverebbe in quattro e quattr’otto tutti i problemi del paese come solo lui saprebbe fare, qui in Italia abbiamo segretari ONU a bizzeffe, provetti mediatori in coda al supermercato, consumati strateghi al banco d’ogni bar.

La consegna del silenzio, quando si tratta d’Israele e del conflitto, non è presa in considerazione. Non come accogliente rifugio foderato di dubbi, non come scelta dettata da una distanza non soltanto geografica.

Il ricorso al silenzio non è ammesso in tanti altri ambiti della vita collettiva: siamo una civiltà della parola, mica per niente. Ma quando si tratta d’Israele e del conflitto, sembra scartato a priori, come una peste maligna, il silenzio. La generale capacità d’ascolto va di pari passo. Per questo, vivere e parlare e cercare di farsi capire quando c’è la guerra in Israele diventa un sofisticato gioco di equilibrio, una gimcana quasi quotidiana fra le parole. In quanto ebrei, la mobilitazione - verbale - si fa doverosa.

Qualora esitasse, è chiamata prontamente in causa. Ma siccome viviamo in una postmodernità sbrigativa che punta all’essenziale - proprio come il messaggio pubblicitario, che detta ormai i confini della comunicazione -, bisogna essere vigili e pronti e rapidi ed efficaci. Più che spiegare, lanciare. Proporre efficaci distinguo, dare stimoli (alla riflessione? Forse. Speriamo).

I massimi sistemi non funzionano. Forse non hanno mai funzionato. Quindici secondi di video che segnano il tempo a disposizione per correre ai rifugi, a Sderot, scuotono. Domandare, ma in fretta senza permettere alla noia di far capolino, come ci si sentirebbe se per due anni fosse arrivato su Cesana, Susa, Rivoli, magari Grugliasco e ogni tanto anche Torino, uno stillicidio di missili. Ottusi, ma pur sempre missili.

Spiegare che quando c’è una guerra il concetto di “sproporzione” ha limiti tutti suoi - c’è la sproporzione di forze, infatti, ma c’è anche quella di intenti: ripetere allora che Israele non vuole tutte le vittime che fa, mentre Hamas non fa tutte le vittime che vuole. Che i palestinesi non sono Hamas. Che sembra incredibile, ma la gente laggiù, in Israele così come a Gaza, non è poi così diversa da quella che incontri al banco del bar, in coda al supermercato, alla fermata dell’autobus: normale, insomma. Soprattutto ansiosa di normalità, ciascuno della propria.

Sembra facile, raccontare tutto questo. Lo sarebbe molto di più, se non dilagassero i luoghi comuni, se Israele non fosse caricato di pregiudizi (quasi) inossidabili. Se non giungesse puntuale ogni volta il disarmante presentimento di dover spiegare tutto da capo. Che il sionismo non fu usurpazione. Che fra i tempi della Bibbia e la Shoah è successo dell’altro, e anche laggiù, anzi lassù.

Perché quando c’è la guerra in Israele, da queste nostre parti nulla va dato per scontato. Al bar, in coda al supermercato, alla fermata dell’autobus.

 

Elena Loewenthal