Torino

 

Il senso del limite

di David Sorani 

 

Dunque sono andati sino in fondo. Senza saggezza e senza senso del limite. Contro le regole, la logica e il buon senso. Rischiando soprattutto di portare la Comunità di Torino al disastro.

Non è successo alcunché di imprevisto, in realtà. Semplicemente, questa maggioranza è alla fine arrivata là dove voleva da tempo – da prima dell’inizio del suo mandato – arrivare; è giunta a fare ciò per cui è riuscita a farsi eleggere, ha raggiunto il suo pressoché unico obiettivo: prendere la decisione di togliere a Rav Somekh il titolo di Rabbino Capo.

Quindi, di che stupirsi? Di niente, certo. Però si poteva sperare in un soprassalto di avvedutezza e di lungimiranza che portasse la maggioranza e il Presidente ad arrestarsi un attimo, a pensare e ripensare ancora, a valutare le conseguenze che una mossa del genere – unica nel panorama dell’ebraismo italiano – potrà avere sulla nostra Keillah e in genere sulla comunità ebraica italiana. E invece niente e nessuno li ha fermati. Sono andati giù diritti e travolgenti come un treno, più che mai convinti della inevitabilità della loro crociata rivoluzionaria-rigeneratrice. Una crociata che invece, come tutte le crociate, è solo distruttrice.

Esaminiamo un attimo il carattere del provvedimento di revoca. Il meccanismo di attuazione può apparire soft; vuole presentarsi come “garantista”, lasciando al Rav un posto di lavoro a stipendio inalterato. In realtà, è il modo più umiliante di trattare un maestro. Non hanno avuto il coraggio di decretarne il licenziamento. Pretendono di tenerselo a “titolo dimezzato”. E si arrogano il potere di stabilire che un maestro non è più degno del titolo di Rav Ha-Rashì, cioè che è lecito “degradarlo” apertamente sul campo, come un ufficiale che si sia macchiato di alto tradimento.

La Consulta Rabbinica, composta da tre maestri di lungo corso dell’ebraismo italiano, che sanno perfettamente e complessivamente cosa occorre per essere rabbini capo in Italia, ha affermato che i gravi motivi per la revoca non sussistono. Ed ecco che Presidente e maggioranza si danno da fare per minimizzare quel parere, per farlo intendere come un responso emesso nel rarefatto mondo dell’halakhah, così da volerne cercare il ribaltamento in un organo, così dicono, composto anche da laici. Un’idea giuridicamente disperata. Un’idea populista, la gente comune che vince sulla casta degli addetti. Un’idea fuori dall’Italia: in Italia, per tradizione e per fortuna, ebraismo ed Ebrei non si fanno la guerra.

Poiché niente al mondo è perfetto, va da sé che anche la gestione Somekh della cattedra rabbinica torinese ha avuto qualche difetto. Talvolta asprezze eccessive, talvolta scarsa coerenza, talvolta carenza di organizzazione complessiva. Eppure le mancanze non cancellano certo un bilancio ampiamente positivo. Oggi gli ebrei torinesi sono senz’altro più consapevoli, possiedono una autocoscienza critica dei contenuti e dei valori dell’ebraismo che nei primi anni Novanta, all’inizio del rabbinato Somekh, certo non avevano. Il continuo, paziente, alto lavoro di approfondimento culturale, la costante ricerca di una motivazione etica che guidano l’impegno del nostro Rabbino hanno mutato volto e sensibilità della nostra Keillah. Ma chi, con pazienza degna di miglior causa, ha perseguito la guerra santa della revoca non ha minimamente badato agli apporti positivi ricevuti dagli ebrei torinesi negli ultimi quindici anni. Ha semplicisticamente condannato la tendenza a un più netto rigore nel rispetto delle mitzwoth, senza sforzarsi di capire cosa c’era dietro e dentro la richiesta di una maggiore osservanza, senza porre la minima attenzione all’indubbia evoluzione di Rav Somekh, al suo reale progressivo avvicinamento alla Comunità e alla sua dimensione, rispetto a posizioni che all’inizio apparivano piuttosto lontane. In questo infatti consiste la ricostruzione schematica e quasi cronometrica del rabbinato Somekh che da pochi giorni è giunta per posta agli ebrei torinesi: una griglia fredda e preconfezionata di capi d’accusa, non un insieme di anni vitalizzati dal movimento e dalla crescita comune, della Comunità e del Rabbino insieme. Una realtà rimodellata a tavolino, una realtà fatta di piccoli episodi più o meno spiacevoli giustapposti con cura da un malevolo costruttore di dossier, al posto di una vicenda effettiva fatta di alti e di bassi ma nell’insieme ricca di sviluppi positivi.

Eppure la lettura da dare alla votazione della revoca è più ampia e va al di là della figura del nostro Rav, che nella vicenda gioca anche il ruolo di vittima-modello, in una sorta di teorema innovatore costruito da Comunitattiva. Attraverso Rav Somekh alcune menti dell’attuale maggioranza comunitaria hanno voluto in realtà colpire la figura del rabbino in sé, vista come modello tradizionale, chiuso, stereotipato e negativo di un ebraismo “troppo” osservante che si vuole invece traghettare fuori di una visione ortodossa, verso forme diverse di ebraismi più aperti e laici. C’è chi chiama questo nuovo approccio ebraico poco rigoroso e questo diverso senso di una Keillah senza precise regole di appartenenza “l’idea della Comunità-Colosseo”, immagine che ben rende il significato di un’identità debole e disponibile, di un luogo di transito dove c’è posto per tutti, dove si entra e si esce senza problemi. Di fatto, questo pare essere l’ebraismo “modello Comunitattiva” che è servito da bussola alla crociata antirabbino. Ma un ebraismo senza regole, un ebraismo senza halakhà o “oltre” la halakhà è innanzitutto una contraddizione in termini e una negazione della storia. In secondo luogo, e in termini più pragmatici, come non rendersi conto che i principi halakhici, le regole di appartenenza sono state inventate nel corso dei secoli dai nostri maestri proprio per dare la possibilità agli ebrei e all’ebraismo di durare nel tempo, di resistere all’usura dell’assimilazione, alla consunzione derivante dall’azzerare ogni differenza col mondo circostante? E come non capire allora che annullare le regole o renderle puramente formali e per nulla vissute non fa che accelerare e rendere irreversibile il processo di disgregazione di quel delicato equilibrio di socialità ebraica chiamato Comunità? La Comunità si serve rispettandone le regole fondanti, dalla halakhà allo Statuto dell’UCEI, non mandandole in frantumi, non colpendo le sue istituzioni.

Il palese, dichiarato rifiuto del parere della Consulta che leggiamo nel testo stesso della delibera di revoca, il non tenere in nessun cale un’opinione espressa da maestri delegati dell’ebraismo italiano significa invece proprio ciò: un esplicito voler andare oltre i canoni, un deliberato porsi “fuori”, una sorta di sottinteso manifesto (mi si perdoni l’ossimoro) con cui il movimento torinese oggi maggioritario vuole attuare la sua “liberazione” e dare vita a un ebraismo “di avanguardia”. Di fatto dunque, ricusando e denunciando le sagge opinioni dei tre Rabbini della Consulta, la maggioranza del Consiglio della Comunità di Torino, che pure aveva il diritto formale di farlo, rischia di porsi fuori dalla “legge e tradizione ebraica”, fuori dall’ebraismo italiano, iniziando una pericolosa avventura verso non si sa dove.

Come se chi li ha eletti li avesse delegati anche a mettere da parte il rispetto dell’halakhà e ad allontanarsi dagli orientamenti dell’ebraismo italiano. Come se tutto ciò non rappresentasse una inquietante minaccia anche per le altre Comunità del nostro Paese.

Ma il progetto di rifondazione anti-rabbino non passerà. Il treno rivoluzionario o treno-crociata si infrangerà contro il muro delle istituzioni ebraiche italiane. I suoi entusiasti e un po’ fanatici macchinisti si spaccheranno la testa, visto che l’ebraismo italiano non vuole e non può permettersi il successo di un precedente del genere. Tutto allora cambierà. In una situazione politica diversa si potrà finalmente ricominciare a scrivere una pagina nuova, a ricostruire quel clima di unione, appartenenza, solidarietà che cementa una Comunità ebraica e che l’azione dell’attuale maggioranza e i contrasti da essa creati hanno scardinato pezzo dopo pezzo. In quel momento di rigenerazione bisognerà farsi trovare pronti a ripartire.

E pensare che a Comunitattiva sarebbe bastato poco per salvarsi. Solo un genuino, salutare, tangibile senso del limite. E avrebbero magari potuto ripartire, riprendere il contatto col Rabbino e con gli iscritti, progettare finalmente qualcosa di serio e costruire invece che distruggere e isolarsi. Niente. Purtroppo il male del nostro secolo si chiama fondamentalismo. E attecchisce anche tra coloro che si vogliono laici (senza esserlo davvero). Anche tra coloro che dicono di battersi contro quello che (loro) chiamano fondamentalismo.

 

David Sorani