Giardini e limoni

 

Una storia di persone normali

di Anna Segre

 

Se ci si limitasse a leggere la trama del film Il giardino dei limoni del regista israeliano Eran Riklis avremmo la storia di una vedova palestinese a cui le autorità israeliane decidono di tagliare l’unica fonte di sostentamento, il giardino dei limoni ereditato dal padre; e tutto questo solo perché il ministro della difesa israeliano ha deciso di andare a vivere proprio accanto a lei, appena dall’altra parte della linea verde. Israele non pare farci una grande figura.

In realtà la vicenda è molto più complessa di così: innanzi tutto si vede un paese democratico, in cui ogni singolo individuo, anche se sottoposto a un regime di occupazione militare, può ricorrere in tribunale, persino contro un ministro. Sono cose che noi sappiamo benissimo, ma forse non è così per tutti gli spettatori.

Inoltre, se Israele non ci fa una grande figura, l’Autorità Nazionale Palestinese ne fa una pessima: inizialmente la protagonista e il suo avvocato vengono ignorati, fino a quando, grazie ad una giornalista israeliana, la vicenda diventa un caso internazionale. Inoltre ci viene presentata una società palestinese maschilista, in cui la protagonista non trova nessuna solidarietà (anzi, le viene imposto di non accettare il rimborso offerto dalle autorità israeliane) e viene addirittura rimproverata per la frequentazione con il proprio avvocato. Anche quest’ultimo alla fine della storia sembra strumentalizzare il caso per costruirsi una carriera personale.

Abbiamo, viceversa, personaggi israeliani positivi, come la giornalista (che in fin dei conti è l’unica la cui azione risulti davvero efficace) e la stessa moglie del ministro (la cosa più bella del film è, secondo me, la delicatezza con cui si costruisce una sorta di amicizia a distanza tra queste due donne, vicine di casa e divise dalla linea verde, che non riescono mai neppure a incontrarsi e parlarsi; la frustrazione dello spettatore, che si aspetta per due ore un incontro che non avverrà mai se non per qualche secondo in tribunale, rende bene la frustrazione che tutti noi proviamo da decenni di fronte al conflitto, quando spesso la soluzione appare quasi a portata di mano ma poi non arriva).

Queste considerazioni non devono tuttavia alimentare l’equivoco che questo sia un film sul conflitto israelo-palestinese: in realtà è una storia di persone che chiaramente vorrebbero pensare ad altro, se solo ne avessero la possibilità. Sono esseri umani, non simboli. La protagonista non è un’attivista, vuole solo conservare i suoi limoni; sua figlia ha altre cose a cui pensare e suo figlio, emigrato negli USA, invita la madre a lasciar perdere e raggiungerlo; lo stesso ministro israeliano pare interessato prima di tutto alla festa di inaugurazione della propria casa (il suo amore per la cucina araba, anche se lo porta a depredare i limoni della vicina, sembra suggerire una vicinanza culturale maggiore di quanto voglia far credere).

Il caso più interessante, secondo me, è quello del soldato israeliano, presumibilmente di leva, a guardia del giardino: per tutto il film lo vediamo intento ad ascoltare stranissimi quesiti, che scandiscono la vicenda come una sorta di comico tormentone. Solo alla fine apprendiamo che si trattava di un corso di preparazione per il test psicometrico di ammissione all’università, e che nelle lunghe ore di guardia il ragazzo lo ha completato con successo: scopriamo insomma che quelle domande buffe e apparentemente sconclusionate che ci avevano fatto sorridere per tutto il tempo erano in fin dei conti una delle cose più ragionevoli e sensate di tutta la vicenda.

 

Anna Segre