Lettere

 

Torino
“Le cri du cœur”

 

Qualche volta dei fatti presi separatamente non sono stimati, a torto o a ragione, significativi, ma presi in un contesto generale o in una successione non prevista, acquistano un significato ed un’importanza particolare.

È quello che mi è capitato pochi giorni fa ed una vera molla mi ha spinto a scrivere questa lettera (che, non per nulla, ho intitolato “le cri du cœur”).

Dunque, alcune sere fa ho assistito, qui a Parigi, ad una conferenza di uno storico specializzato nello studio delle famiglie ebraiche dell’Europa dell’Est, dei loro spostamenti nel corso del secolo scorso, delle loro vicissitudini, delle loro lotte, dei loro insediamenti, dei loro ritorni sulla terra dei loro avi e, per alcune di esse, della ricerca delle loro radici ebraiche. Questo genere di problematica è molto ricorrente in Francia, terra d’asilo per moltissime famiglie, non solo ebraiche, provenienti da innumerevoli paesi. Per quanto concerne le famiglie ebree, tutti i miei conoscenti nati in Francia hanno almeno un genitore, se non entrambi, nati altrove. La problematica italiana è molto diversa, anche se si sono verificati dei movimenti di popolazione ebraica verso l’Italia (dall’Egitto, dalla Libia, dal Medio Oriente, ecc.).

Sentire esporre tutte le vicissitudini attraversate per conservare un ebraismo (qualunque esso sia: religioso, laico, sionista, ecc. ecc.) non era per me una cosa nuova e devo dire che non mi avrebbe fatto una particolare impressio­ne, se non fossi stato a Torino per una visita rapidissima la settimana precedente. Interviene qui la concatenazione di cui parlavo all’inizio della mia lettera.

Anche se sono stato a Torino praticamente due soli giorni ho voluto ugualmente andare alla cerimonia del Giorno della Memoria al Cimitero Generale. Dire che sono stato esterrefatto è dire poco. Eravamo quattro gatti e non vi era neppure minian!!! Le persone hanno considerato che quella cerimonia non le concerne (!) o che appartiene al passato e che ora si deve guardare verso l’avvenire? Ma l’avvenire lo si costruisce oggi, giorno dopo giorno, e non può esserci avvenire se non vi è il presente (senza parlare del passato).

O allora, e sono forse malpensante, dico che vi è molta gente alla Comunità di Torino che va alle riunioni per sbudellarsi, per “tirarsele dietro”, per scandalizzarsi facendo tutti i processi possibili e immaginabili al proprio vicino, ma che non è neppure capace di andare ad una commemorazione super partes.

Naturalmente mi si opporrà un pacchetto di scuse, di giustificazioni, ma quello che ritengo è che vi sia più gente pronta a picchiarsi (in senso figurato) che ad andare ad una manifestazione che dovrebbe essere unitaria e superare tutte le scissioni possibili. E non mi si dica che non si va alla cerimonia per fare dispetto o per dimostrare il proprio dissenso o che so io, perchè sarebbe ancora peggio e dimostrerebbe che l’incomprensione rende veramente totalmente ciechi e vi sarebbe proprio - come si dice da queste parti - da battere la testa contro il muro (per la disperazione naturalmente).

Ebbene i due eventi (la conferenza e lo snobbamento della cerimonia) hanno prodotto un cortocircuito e mi hanno mandato in tilt.

È veramente qualche cosa d’incredibile: la casa brucia (o quasi), dei problemi enormi sono davanti a noi come ebrei, come Comunità, come facenti parte di uno Stato, come Israele e noi, (piccoli) ebrei torinesi ci divertiamo a ignorare le “cause” comuni e la nostra memoria, e a farci i dispetti convinti che non vi siano problemi più gravi.

Dove è il futuro della Comunità di Torino?

Notate che certamente ho la parte più facile vivendo all’estero, ma il mio scopo è di cercare di aiutare la mia Comunità, alla quale mi sento sempre attaccato. E questo tanto più che le polemiche coinvolgono sia amici che parenti che si trovano … sulle due sponde. E non mi si faccia il processo alle intenzioni cercando di capire o cercando d’interpretare le mie parole per giustificare la propria posizione: è fatica assolutamente inutile.

Ma quando la Comunità non esisterà più, mi sapete dire a che cosa sono servite tutte le discussioni, tutte le diatribe, tutte le invettive, tutti i dispetti che vi siete fatti? Non varrebbe piuttosto la pena di cercare di riprendere il filo del dialogo, senza partito preso nè sospetti?

Se questa lettera potesse servire per fare riflettere un poco o potesse aiutare a far sì che qualche persona di buona volontà cercasse di ricucire i lembi strappati, ne sarei veramente felice. E se per caso questa lettera non serve a nulla, non avrei almeno il rimorso di non aver tentato qualche cosa quando guarderò le macerie della Comunità di Torino.


3 febbraio 2009

Gianni Diena