Memoria

 

Due primavere per gli ebrei piemontesi

di Giulio Disegni

 

Eravamo più abituati a considerare due date come il 1848 e il 1938 quali momenti centrali nella vita degli ebrei piemontesi - segnando l’una l’emancipazione, la libertà e l’inizio dell’inserimento nella vita sociale e civile, l’altra le restrizioni, l’illibertà, l’inizio delle esclusioni e delle persecuzioni - ma la Mostra Un secolo due primavere. Gli ebrei piemontesi nella società contemporanea, allestita presso i suggestivi locali dell’Archivio di Stato di Torino, a cura di Fabio Levi, sotto l’egida dell’attivissimo Archivio Ebraico A. e B. Terracini, in collaborazione con il Consiglio Regionale del Piemonte e la Comunità Ebraica di Torino, è incentrata su queste due date: il 1848 e il 1948.

La ragione di due momenti, due primavere, fondamentali nel percorso storico della minoranza ebraica in Pie­monte, è la ragione stessa della Mostra, come evidenziata nel bel catalogo, ricco di documenti e fotografie: “contro l’abitudine a pensare agli ebrei soprattutto come a delle vittime passive, abbiamo voluto viceversa orientare l’attenzione su due passaggi cruciali della storia contemporanea - l’emancipazione e l’uscita dalla Shoah - intesi quali momenti di nuova apertura in cui agli ebrei è stata restituita a cent’anni l’uno dall’altro la possibilità di esprimersi e di agire alla pari, di essere soggetti attivi nella società di tutti”.

L’obiettivo è stato dunque quello di mettere al centro dell’attenzione del visitatore, nel delicato e quanto mai vivo intreccio di relazioni e connessioni tra minoranza ebraica e società di maggioranza, la condizione concreta degli ebrei, la loro vita, il loro lavoro, i loro rapporti con gli altri: obiettivo che pare riuscito in pieno nel suo intento perché la Mostra, insieme con il catalogo, disegnano una mappa completa del fenomeno ebraico a cavallo tra i due secoli.

Sono soprattutto i documenti, più ancora delle didascalie, a parlare: storie di esclusione e di integrazione, di discriminazioni e di aperture.

Sulle aperture, ossia sulle primavere, e sui momenti cruciali che le caratterizzano, ossia il 1848 e il 1948, la Mostra restituisce il clima in cui il nucleo ebraico si affaccia al mondo esterno, dopo i momenti tragici e bui in cui ha vissuto prima: non era certo impresa facile condensare un secolo di storia, pagine complesse e dense di accadimenti, senza cadere nel banale o nel superficiale.

Vi è un equilibrio che percorre i due momenti e le due primavere, che si coglie sin dall’inizio. La Mostra parte dalla rigida separazione degli ebrei nel ’700 ad opera dei Savoia per arrivare ai ritorni, alle attese ed al vuoto degli scomparsi dopo la Liberazione, in una linea continua che segna il percorso unico compiuto dagli ebrei italiani per conquistare, mantenere e ritrovare il bene più grande, la libertà.

Sono probabilmente le pagine della storia più recente a colpire i visitatori, che si trovano immersi nella tragedia nazifascista, nel leggere il racconto delle sevizie subite da Emanuele Artom nelle carceri di Torino, o il decreto con cui il capo della Provincia di Torino nel febbraio 1944 requisisce l’alloggio abitato dalla famiglia di Aldo De Benedetti, per destinarlo a favore dello Standort Kommandantur.

Queste, insieme alle storie di Giuseppe Leblis, Giorgio Falco, Moise Poggetto e di altri, sono state scelte emblematicamente per rappresentare le storie di tutti, le sofferenze e le speranze di una condizione singolare che accomuna gli ebrei italiani in un’unica grande storia.

 

Giulio Disegni