Memoria

 

I fratelli Treves, deportati

di Liliana Treves Pennacini

 

Sono passati 63 anni dalla loro morte, il loro ricordo è per me affidato ad una fotografia che ne ferma l’immagine e la scolora, non il compianto che si è fatto più struggente e carico di sensi di colpa. Non ho cercato, quando ancora era tempo, tracce del loro passaggio, non ho trovato i testimoni del loro destino e oggi è troppo tardi, non c’è più nessuno. Sono scomparsi, sono stati cancellati per sempre e non saprò mai veramente come.

Chi erano in vita?

Luciano Treves era nato a Napoli nel 1920 ed è quindi morto a meno di 25 anni nel 1945, in data incerta ai primi di maggio.

Renato Treves era nato in Alessandria nel 1923 ed è morto a meno di 22 anni nel 1945, in data incerta e modi incerti.

Nel mio ricordo di sorella minore non appaiono come due entità distinte ma come un unico insieme, collegati dalla comune sorte, dalla comune morte.

E partirò da questa come contrassegno di vite stroncate prima ancora di essere veramente vissute.

 

Cronaca dell’arresto e della deportazione

Nel Libro della memoria si cita come data dell’arresto di Luciano e Renato Treves il 9 dicembre 1943 ad opera della Gestapo. La cattura avvenne nel bar Varesio di Piazza Madama Cristina, dove i fratelli, in attesa di un incontro col fornitore di documenti falsi (delatore a pagamento), vennero circondati dai tedeschi, catturati come politici (e poi fu la volta dei cugini Segre), tradotti nella caserma di via Asti dove furono torturati, e poi alle Carceri Nuove da dove vennero successivamente trasferiti col primo convoglio in partenza da Torino Porta Nuova verso la Germania, insieme ai cugini Segre.

Di quei giorni concitati restano pochi documenti manoscritti, due lettere di Luciano del 6 dicembre (il 5 è stato il giorno dell’ultimo addio alla famiglia nascosta) in cui si cita un incontro con l’amico ing. Giuseppe che promette il suo sollecito aiuto (la delazione!) e che rinnova ai due fiduciosi ragazzi inviti e rassicurazioni. Le due lettere confermano la riconoscenza ingenua verso questo nuovo amico, assicurano dell’avvenuto trasferimento degli arredi della casa, e comunicano che: “la partenza - per andare da Giuseppe - è fissata per giovedì o venerdì”. Era il 7 dicembre e puntualmente la loro cattura avviene il 9 dicembre. Giuseppe ha mantenuto la sua promessa.

Esiste una testimonianza di un agente carcerario ex allievo di mamma, che ha potuto accertare di persona i segni delle percosse subite dai fratelli nella famigerata caserma di via Asti, luogo di tortura dei prigionieri politici, e della perdita dei denti da parte del povero Renato che era solo un ragazzo di meno di 20 anni. Furono poi tradotti alla Carceri Nuove, loro ultima destinazione prima della deportazione.

Certamente sapevano di dover partire, come testimonia un biglietto scritto a matita e datato 8 gennaio ’44, di Renato e Luciano, e inviato attraverso mani amiche, che chiedono a un amico fidato di inviare loro attrezzature e abbigliamento: sacchi da montagna, giacche a vento, scarponi, pantaloni alla zuava, libri. Lettere gentili, anonime e molto affettuose, che rivelano la loro netta inconsapevolezza della loro destinazione vera.

Partiranno il 13 gennaio 1944 da Torino alle 5 della sera col trasporto n. 18 arrivato a Mauthausen il mattino del 14 gennaio dopo un viaggio diretto di 13 ore, via Bolzano.

La loro inclusione nel gruppo dei politici sembra essere stata in parte casuale (cf. Mayda G., Mauthausen, p. 275) all’interno di una operazione di repressione “educativa”. Il 10 gennaio 1944 la Militärkommandantur informò la popolazione con manifesti bilingui che, in seguito ad un attentato contro un soldato della Wehrmacht ferito mortalmente con una raffica di mitra, “cinquanta civili sospettati di antifascismo verranno deportati in un campo di punizione (Konzentrationslager)”. Tre giorni dopo, alle 3,30 del mattino del 13 gennaio, fu costituito un gruppo di 45 “politici” cui vennero aggiunti 5 “misti” ebrei e politici, Luciano e Renato Treves, i cugini Salvatore e Alberto Segre di 17 anni, e Giuseppe Diaz di 41 anni. Il numero previsto era stato finalmente raggiunto, cinquanta, trasportati in autocarro alla stazione e successivamente instradati in un treno normale con destinazione Austria.

 Furono fatti salire su un carro bestiame fermo al primo binario, consegnati a 4 militi della polizia di frontiera Alpenjäger. Il treno fu fatto partire subito per sottrarre il suo carico agli sguardi dei viaggiatori normali cui il vagone era stato agganciato. Raggiunse Bolzano e senza altri transiti arrivò a Mauthausen direttamente il 14 gennaio 1944 dopo 13 ore di viaggio.

I 50 detenuti erano stati ripartiti in due gruppi di 25, attestati ai due lati del vagone, al centro del quale era una panca su cui sedevano 4 soldati tedeschi armati. Non c’era possibilità di comunicazione, non c’erano rapporti precedenti che permettessero ai detenuti di solidarizzare e di progettare una fuga. Pare ci fosse una iniziativa proprio da parte di Luciano che parlottava il tedesco, ma l’eterogeneità del gruppo, la presenza di detenuti ultraquarantenni, l’ignoranza delle condizioni concentrazionarie che li attendevano, resero vano ogni tentativo.

La mattina del 14 furono scaricati alla stazione ferroviaria di Mauthausen, sulle rive del Danubio, a 22 km da Linz, massicciamente scortati attraversarono il villaggio, raggiunsero il lager sulla collina. E qui vennero assegnati i numeri di matricola dal 42271 al 42320, i miei fratelli ebbero il 42315 Renato e il 42314 Luciano.

Di quel viaggio posseggo poche testimonianze, fra cui un foglio del registro dei deportati di quel vagone (cf. sotto), una testimonianza dell’allora giovane partigiano Tibaldi ancora vivente, e nient’altro.

Questo è stato il primo trasporto costituito alle Carceri Nuove di Torino e partito dalla stazione Porta Nuova. Del trasporto n. 18 partirono in 50, ne tornarono 12

Da questo momento non si hanno più notizie dirette dei due fratelli, né sono certe le stesse date e modalità di morte.

Dalla Croce Rossa Internazionale sede di Arolsen (trascrizione dei documenti del Lager) si hanno queste notizie:

- Luciano entrato nel campo di concentramento di Mauthausen il 14 gennaio 1944 nella categoria “Schutz” “politiche” “Jude” triangolo rosso, immatricolato col n. 42314, è stato trasferito al commando di Melk il 15 luglio 1944. Non si hanno notizie di decesso.

- Renato, entrato nel campo di concentramento di Mauthausen il 14 gennaio 1944 nella categoria “Schutz” “politiche” “Jude” triangolo rosso, immatricolato col n. 42315, è stato trasferito il 24 luglio 1944 al commando di Ebensee. Dai registri del campo risulta deceduto il 12 aprile 1945 alle 6,00 al commando di Wels. Causa del decesso “ak. Herzschwäche” (debolezza cardiaca).

Di quel periodo di detenzione non si hanno notizie dirette. Dal libro di Valenzano (nipote di Badoglio) deportato da Roma a Mauthausen nel gennaio 1944 si hanno alcune citazioni:

- la presenza nella stessa camerata coi deportati da Torino, l’industriale Diaz, i fratelli Treves con i quali strinse rapporti di amicizia

- l’allontanamento del gruppetto degli ebrei (Renato Pace, Diaz, i fratelli Treves) in altro blocco destinato ai lavori nelle cave di pietra

- nel mese di giugno ritrova Renato Treves e Renato Pace, mentre Diaz era morto di polmonite

- nel mese di luglio i due Renato vengono smistati a Ebensee per lavorare nella miniera

- rientro dei due a Mauthausen da cui nel frattempo era partito Luciano con destinazione Melk

- “specialmente abbattuto Renato Treves che in questo modo si veniva a trovare irrimediabilmente separato dal fratello Luciano”

- alla liberazione Valenzano scopre dai registri del campo che Renato Pace e Renato Treves erano morti a Ebensee e Luciano Treves a Melk.

Di questa “vera fine” le notizie sono state raccolte durante un lungo doloroso pellegrinaggio fra i reduci, con la fucilazione di Luciano ai primi di maggio del 45, la fossa comune per Renato nell’aprile 45, o la sua breve sopravvivenza dopo la liberazione, morte senza traccia.

Non so dove giacciono le loro ossa, né so con certezza “come e quando” sono morti, nella difformità delle fonti scritte e dei racconti orali. I minuziosi archivi di “carico e scarico” dei lager recuperati dai reduci li registrano come deceduti per debolezza cardiaca negli ultimi giorni dell’aprile 1945 indicando per Renato come sepoltura una fossa comune nel villaggio austriaco di Gunzkirchen (vicino al sottocampo di Gusen). Di Luciano non si danno indicazioni sepolcrali di sorta (o almeno non le ricordo avendo solo intravvisto copie fotostatiche del documento molti anni fa, con una certa distrazione del cuore).

Poi ci sono alcune testimonianze orali dirette e indirette, poche e imprecise, dei reduci da Mauthausen, e dai sottocampi (Gusen, Melk, ecc.).

Luciano, separato con disperazione da Renato e inviato al sottocampo di eliminazione di Melk sul Danubio, sembra sia sopravvissuto fino ai primi di maggio del ’45 quando già si sentivano vicini i cannoneggiamenti russi e filtrava una debole speranza di liberazione, nella disperata fuga delle colonne dei prigionieri verso Ovest e verso la via del Danubio. Ma ad un passo dalla libertà fu selezionato e fucilato per l’evidente debolezza e incapacità di seguire quella marcia forzata di disperati, nonostante il sostegno fisico che un compagno romano (tal Spizzichino che mi rimprovero di non aver mai rintracciato)  tentava di dargli.  È morto così a 25 anni,  in un posto senza nome,  sepolto
(?) in una terra ostile, dopo aver tentato testardamente di sopravvivere per quasi due anni a quell’inferno, con forza, coraggio e determinazione.

Di Renato, la cui tomba anni dopo abbiamo cercato di localizzare a Gunzkirchen, in un boschetto che copriva molte fosse comuni, fra l’evidente ostilità dei locali che rifiutavano persino l’informazione logistica e che “non sa­pevano”, era arrivata a Torino una voce di un compagno di prigionia della provincia di Novara che si recò al recapito del suo ufficio (ma colpevolmente non gli chiesero le generalità e quindi rimase ignoto) per comunicare che Renato era in vita alla liberazione, che giaceva in un Lazzaretto a Linz amministrato dagli americani, che era in condizioni disperate e che forse non sarebbe sopravvissuto. Aveva avuto la lucidità di dare un indirizzo per poter far ritrovare le sue tracce, per tentare di ritrovare la sua famiglia dispersa, ma non sopravvisse né come persona, né come nome, nonostante le ricerche che anni dopo facemmo a Linz presso la Croce Rossa Inter­nazionale che ci comunicò la inquietante informazione della distruzione degli archivi ospedalieri da parte degli stessi americani.

Così se ne sono andati i due ragazzi a 25 e 22 anni, dopo quasi due anni di sopravvivenza disperata e forse aggrappati fino alla fine ad un filo di speranza, prima insieme e poi separati; di loro si sono perse tracce di vita, di affetti, di amori, di famiglia.

L’ultima volta che li vidi erano quasi felici perché andavano a raggiungere una formazione partigiana in Val Casotto diretta dal comandante Mauri, si sentivano uomini liberi in grado di combattere e di riscattarsi da quella condizione di non-uomini cui il fascismo li aveva condannati. Era il novembre del ’43, erano venuti a trovarci nel nostro rifugio in mezzo ai boschi, era quasi inverno e incominciava a nevicare, li abbiamo visti girare l’angolo del sentiero e sparire nel crepuscolo e nella nebbia, “nacht und nebel”. E questa è l’ultima immagine che conservo dei due ragazzi, spariti nel nulla, in un altrove fuori dello spazio raggiungibile.

 

Cosa so di loro, come fratelli e come giovani uomini

In fondo poche cose so di loro, al di là della sfera affettiva e del quotidiano.

So che cercarono la loro emancipazione non attraverso l’assimilazione, anzi rafforzando il legame con altri giovani ebrei di Torino, pur non assumendo forme particolari di religiosità o di ortodossia. So che cercarono di battersi contro la discriminazione con la lotta per il ripristino delle libertà civili e della democrazia. Suppongo che non avessero chiare identità politiche (Papà era conservatore e lealista, con un passato di soldato) ma la loro scelta per Giustizia e Libertà induce a ritenere che fossero più moderati che rivoluzionari. Luciano forse subì qualche influenza socialista dalla fidanzata Laura, e Renato, a pensarlo a distanza di anni, era uno spirito allegro e per la sua giovane età (19 anni) poco propenso ad approfondire temi politici complessi cui la famiglia non lo aveva predisposto.

Il mio rammarico più profondo consiste nel non conoscere di loro altro che gli affetti, le passioni calcistiche (partite seguite via radio la domenica dalla voce di Nicolò Carosio), e quelle operistiche (passione ereditata dal papà), la fotografia, i balli nei prati, i primi ski, le canzoni modulate dal fischio di Luciano (i primi swing), una grande fame colmata con castagne secche e bacche di carrubi, il caffè frutto di elaborate combinazioni di arachidi tostate, frank, orzo e altri succedanei.

La loro storia inizia e finisce così, nel nulla di un fazzoletto di terra che ne ospita le ossa senza nome e senza data.

 

Liliana Treves Pennacini