Attualità

 

Piccola nota viscerale

di Anna Segre

 

Tra le varie manifestazioni organizzate in occasione della giornata della memoria mi è capitato di assistere alla proiezione di un film svizzero del 1981, La barca è piena, di Markus Imhoof. È la storia di un gruppo di ebrei che cercano rifugio in Svizzera nel 1942. Gran parte del film è dedicata all’analisi delle dinamiche che si vengono a creare tra gli abitanti del piccolo paese in cui i profughi tentano di nascondersi. Interessante e terribilmente inquietante, perché sentiamo frasi come “Questi profughi sono troppi” e “Non possiamo accoglierli tutti”. Suonano un po’ troppo familiari in questi giorni, così come suona familiare il continuo richiamo al rispetto della legge. È chiaro che non è possibile paragonare in tutto e per tutto gli ebrei del 1942 con gli immigrati di oggi, eppure in entrambi i casi è presente un’idea di fondo su cui forse è necessario riflettere: chi entra in un paese clandestinamente ha violato la legge perché non dovrebbe trovarsi lì, quindi è automaticamente in torto. A questa si aggiunge l’idea che lo Stato non sia tenuto ad assumersi alcuna responsabilità per il destino degli immigrati clandestini espulsi dal proprio territorio. Con questa logica si arriva al paradosso per cui un paese civile e democratico può in pratica condannare a morte individui che non hanno fatto nulla di male. È stato così per la Svizzera; oggi nella maggior parte dei casi probabilmente non è così, ma possiamo escluderlo con certezza? Quando si sente un ministro parlare con fierezza della necessità di essere cattivi o si invitano i medici a denunciare i propri pazienti a me, figlia di un immigrato clandestino, vengono i brividi.

 

Anna Segre