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Rosarno

di Francesco Ciafaloni

 

Le violenze contro i braccianti immigrati di Rosarno, la loro rivolta, la loro deportazione, hanno avuto larga eco. Sono stati - ancora una volta - fotografati i rifugi, i giacigli, l’immondizia, le ferite. Abbiamo ascoltato l’italiano smozzicato, le lamentele, le accuse. Eco minore ha avuto l’uccisione, a Biella, di un lavoratore in nero, senegalese, da parte del padrone che non voleva pagarlo, anche se gli articoli sulle pagine locali di Repubblica e della Stampa sono stati di denuncia e compianto per una rivolta personale pagata con la vita. Sembrano sempre novità, ma in effetti sappiamo tutti che sono solo episodi tra infiniti altri, che la situazione che nelle emergenze si manifesta è largamente presente nelle campagne e nelle città italiane, che la condizione dei migranti è difficile e precaria non solo al sud, da più di un quarto di secolo, che è, qualche volta, simile alla schiavitù, che la xenofobia degli italiani, l’ostilità indiscriminata contro i diversi, è alta. È importante però riflettere su ciò che sta accadendo, sui mutamenti in atto, sugli atteggiamenti dei migranti e degli italiani, su quello che potrebbe succedere, prima che sia troppo tardi, come si usa dire, per nascondere il timore che sia già troppo tardi.

Un po’ più di venti anni fa, in Campania, alcuni balordi fecero irruzione in una baracca dove si rifugiavano per la notte dei braccianti, immigrati, neri - più o meno come quelli di Rosarno - per prendergli i soldi. Uno dei braccianti fece resistenza e fu ammazzato. Si chiamava Masslo. Cosa c’è di diverso tra l’omicidio di allora e quelli di oggi, perpetrati dalla Camorra in Campania o da un padrone a Biella, o sfiorati dalla Ndrangheta a Rosarno? Cosa c’è di diverso nella reazione nostra e dei media?

Venti anni fa la reazione dei media fu di alto profilo. Masslo era un sudafricano dell’African National Congress, ancora molto lontano dalla legittimazione e dal successo elettorale. Parlava un buon italiano, aveva idee molto simili a quelle della sinistra italiana di allora. Era stato intervistato per un programma importante della televisione pubblica, forse Non solo nero, da Antonio Ghirelli, era riuscito a dire in pochi minuti molte cose, perfettamente comprensibili a tutti noi. La televisione ritrasmise l’intervista dell’ucciso, con un effetto sconvolgente. I sindacati e le associazioni organizzarono una manifestazione a Roma, dall’Esedra a Piazza del Popolo, che risultò enorme, la maggiore da un decennio. Bruno Trentin, che aveva un rapporto personale con Nelson Mandela e un rapporto stretto con l’ANC, e che, nato esule, queste cose le capiva, parlò in chiusura, davanti a un popolo multipartitico e multicolore, né di compagni, né di amici, né di signori, meno che mai di cittadini, e cominciò dicendo: “Fratelli!” Nessuno poteva pensare di Masslo che non fosse uno di noi: nero, magari di idee politiche opposte, ma uno di noi; trattato come una bestia e ammazzato per due soldi. Ci voleva un razzista biologico fanatico per non considerarlo uno di noi. In pochi mesi fu discussa e approvata a tamburo battente, con la solita, pessima, tecnica del maxiemendamento, la prima legge sui migranti, imperfetta, mai applicata in tutti gli aspetti propositivi, ma meglio di nulla.

Oggi le idee di Masslo e di Trentin sembrano morte con loro; la rivolta dei dannati della terra si esprime con idee che non ci sono familiari e hanno bisogno di molte traduzioni. Si fanno ancora grandi manifestazioni, come quella del 17 ottobre scorso, a Roma, forse anche più confortante di quella di venti anni fa, perché le aggregazioni sono state per associazioni e non per gruppi etnici; le bandiere di partito sono state poche, quelle per la pace e contro la globalizzazione sono state molte. Ma i nostri pregiudizi sono cresciuti.

Se scrivo che, come è vero, uno dei principali organizzatori torinesi della manifestazione del 17 ottobre, autoconvocata e autofinanziata, è un algerino, molto critico del manifesto sindacale su Rosarno, molti penseranno: arabo, musulmano, estremista. In effetti è un berbero, non credente, che sarebbe favorevole a una legge sul fazzoletto delle donne di tipo turco o francese. E il manifesto sindacale comincia con una deprecazione della violenza della rivolta, senz’altro giusta, ma che forse poteva essere preceduta dalla deprecazione delle condizioni di vita e di lavoro e della propria assenza.

Dei migranti ci viene mostrata la degradazione, l’afasia, la differenza; simile a quella del padre delle bambine morte sotto la casa crollata a Favara, che è italiano ma non si esprime in un italiano comprensibile. Voluto o no; vero o no - e dopo un quarto di secolo di immigrazione e stabilizzazione è vero solo per alcuni dei manovali ultimi arrivati, per la lingua - il messaggio è che non sono come noi. La disumanizzazione del diverso è il primo passo per la sua eliminazione. Visibilmente crudeli ha titolato Giacomo Todeschini un libro sulla esclusione dei diversi - mendicanti, puttane ed ebrei - tanti secoli fa; Negri, froci ed ebrei ha tradotto in linguaggio corrente, parlando dell’oggi, Gian Antonio Stella, che è veneto anche lui, e che certo Todeschini lo ha letto. Lì stiamo tornando. Dovremmo svegliarci; metterci la faccia a sostegno di una politica di inclusione, come per ora qualcuno ha fatto solo a destra. Tutti pensano che con la inclusione si perdano voti. Fosse anche vero non è un buon motivo; ma, se ci si spiega bene, forse non è neppure vero.

 

Francesco Ciafaloni