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Rispetto senza compromessi

di David Sorani

 

Gli echi del 17 gennaio paiono essersi ormai spenti. È questo il momento per riflettere. Ripensare oggi alla visita del Papa alla Sinagoga di Roma può offrirci la possibilità di guardare all’avvenimento con maggior distacco, lontani ormai dal clima sovraccarico e coinvolto quei giorni. Possiamo così tentare di leggere quell’incontro in prospettiva, cercando di interpretarne i significati duraturi e la funzione di fondo.

Motore politico dell’evento, con la sua forte carica simbolica e la sua sovraesposizione massmediatica, era la necessità di una riconciliazione e di un rinnovato dialogo, dopo una crisi dei rapporti tra mondo ebraico e mondo cattolico legata a vari recenti episodi: la reintroduzione della preghiera per gli ebrei nella liturgia del venerdì santo, la riabilitazione del vescovo lefebvriano negazionista Williamson e da ultimo l’avvio delle procedure per la beatificazione di Pio XII. Un paziente e sotterraneo lavoro diplomatico ha preparato la ripresa dei rapporti, dopo che la sospensione da parte ebraica della giornata del dialogo inter-religioso aveva l’anno scorso sfiorato la clamorosa rottura. Forti sono state le opposizioni ebraiche a una ripresa del dialogo che ad alcuni è sembrata priva di autentiche garanzie da parte della Chiesa e troppo univocamente decisa dalla Comunità di Roma. La critica presa di distanze da parte di Rav Laras, Presidente dell’Assemblea Rabbinica Italiana, è stata particolarmente dirompente all’interno dell’ambiente ebraico. Le riserve di molti erano sensate; d’altra parte ricucire era indispensabile e forse anche urgente.

Ma quale lettura d’assieme possiamo dare dell’evento, per il modo in cui si è svolto, per le parole che sono state dette? La posizione ebraica, per quanto esclusivamente ritagliata sulla Comunità di Roma a scapito di una visione d’assieme dell’ebraismo italiano, è apparsa forte e sicura. Il Presidente Riccardo Pacifici ha posto al centro del suo sentito intervento la pesante, ineludibile eredità della memoria. Il 16 ottobre 1943 è un riferimento obbligato per gli ebrei romani, un punto di partenza e di non ritorno: Pacifici, coinvolto più di altri per la sua storia familiare e personale, ha saputo coglierlo come occasione di ripiegamento doloroso, di riflessione e di rilancio, passando coraggiosamente dal piano della memoria a quello del duro giudizio morale sul silenzio di Pio XII, a quello dello stimolo empatico verso un rapporto nuovo, più franco e partecipe, tra Chiesa ed ebrei.

Ma è stato soprattutto Rav Di Segni a insistere con forza su una nuova posizione di pari dignità, sull’esigenza di rispetto e di adeguata considerazione per la posizione ebraica, una visione del mondo del tutto autonoma e non necessariamente anticipatrice sussidiaria di quella cristiana, come di là dal Tevere si tende ancora a considerarla: il riferimento puntuale alla centralità ma anche alla difficoltà del rapporto tra fratelli nella Bibbia mi è parso magistrale; fratelli lo si è sino in fondo se ci si pone su un piano di autentico rispetto reciproco, rimanendo se stessi senza volontà di prevalenze o convincimenti teologici nei confronti del fratello, maggiore o minore che sia. E di strada ce n’è ancora molta da fare. A che punto sono i nostri rapporti tra fratelli? - si è chiesto e ha chiesto significativamente Rav Di Segni a Benedetto XVI. La fratellanza inoltre non può essere chiusura esclusivista, rapporto elitario a due; deve evolversi in incontro pacifico tra le religioni volto alla risoluzione dei conflitti: in questa direzione andava il suo riferimento all’Islam, presente al Tempio con un suo rappresentante.

Alla saldezza convinta e insieme disponibile del mondo ebraico il pontefice ha risposto in termini colti ed ecumenici, altamente dottrinari come ci si poteva attendere da un acuto teologo; ma in fondo il suo atteggiamento è rimasto freddo e distaccato, il vertice della Chiesa non ha voluto o potuto sottrarsi al ruolo di custode di una posizione autorevole e sedimentata. Si faranno autentici passi avanti di fronte a questo magnanimo immobilismo?

Quale funzione potrà avere l’emblematico incontro, momento essenziale in un mondo che vive di immagini globalizzate ed enfatizzate più che di autentico dialogo? Gli obiettivi politici di base forse sono stati raggiunti: l’avvio di una relazione più costruttiva, fondamento per un dibattito rispettoso tra religioni comunque diverse; un freno di rilievo a un antisemitismo di sottofondo, oggi piuttosto diffuso e in crescita; una attenzione meno unilaterale del Vaticano alle questioni mediorientali e alla realtà di Israele; una maggiore e forse più consapevole considerazione pubblica dell’ebraismo e degli ebrei in genere, legata al ruolo centrale e calamitante che il Papa ha nell’opinione pubblica italiana; un punto di incontro per la risoluzione delle questioni ancora aperte, sul piano del rapporto religioso come su quello della posizione vaticana in “Terrasanta”. Si tratta di traguardi parziali e in divenire; si tratta in realtà solo di una nuova partenza, la strada è ancora da fare. Ma era indispensabile ripartire. L’obiettivo centrale, che sembra raggiunto e che si spera davvero stabile, resta però l’affermazione sicura di sé e della propria visione del mondo che l’ebraismo è riuscito a dare in questa occasione; un’affermazione rispettosa e meritevole di rispetto, capace di guardare all’esterno senza la tentazione di modificare o snaturare se stessi; una base preziosa per accordarsi tra fratelli, senza cedimenti e senza inutili compromessi nei confronti della propria radicata identità.

 

David Sorani