Dialogo
La visita del Cardinale Poletto alla Comunità Ebraica di Torino. Gli interventi

 

Il misericordioso ti ricordi in pace
Rachamanà yedakhrinnakh li-shlàm

 

Signor Cardinale Arcivescovo, nel mio ruolo di guida spirituale della Comunità Ebraica di Torino Le porgo il più caloroso benvenuto. Sono stato altresì incaricato dal Prof. Valentino Castellani, Presidente del Comitato Interfedi della città, di portare il Suo saluto in questa lieta occasione. Ella giunge gradito ospite presso la ns. Comunità esattamente un mese dopo la visita compiuta dal Sommo Pontefice Benedetto XVI alla Sinagoga di Roma.

Cattolicesimo ed Ebraismo vantano la presenza più antica nella ns. città: è quanto risulta dai cenni contenuti nelle omelie del Suo predecessore Massimo, che attesterebbero una vita ebraica a Torino già all’inizio del V secolo. Ma una documentazione precisa risale solo a mille anni più tardi. A seguito dell’espulsione dalla Francia nel 1394, Ebrei d’Oltralpe si stabilirono prima a Savigliano, e da lì giunsero a Torino. Il 17 giugno 1424 Elia Alemanno e Amedeo Foà ottennero il diritto di risiedere in città senza che fosse perpetrata loro violenza od offesa alcuna. L’eredità spirituale di quegli anni lontani rivive negli scritti del Rabbino Josef Colon Trabotto, tuttora studiati nelle accademie talmudiche di ogni parte del mondo, mentre l’antico rito liturgico degli Ebrei francesi non è mai stato stampato: esso è affidato ad alcune decine di manoscritti sui quali si pregava fino a pochi decenni fa nelle Sinagoghe di Asti, Fossano e Moncalvo, in parte conservati presso l’Archivio delle tradizioni ebraiche intitolato alla memoria di Benvenuto e Alessandro Terracini.

Chi più di noi Ebrei ha patito nel corso dei secoli l’esperienza umiliante di dover abbandonare una terra per un’altra, spesso da un giorno al successivo senza potersi portare dietro i propri averi. Eppure, una volta giunti nella nuova residenza, ci siamo sempre rifatti una vita cercando di avvalerci delle nostre forze e gravando su chi ci ospitava solo per il minimo indispensabile. Queste nostre Comunità hanno innegabilmente svolto un ruolo di primo piano nel promuovere il sapere e il bene sociale al massimo livello. Ci onoriamo di aver dato i natali a Primo Levi e al premio Nobel Rita Levi Montalcini, cui rivolgiamo con affetto l’augurio tradizionale di raggiungere i 120 anni! Cittadini fedeli della Repubblica Italiana, i circa 850 Ebrei torinesi guardano parimenti con attenzione, talvolta mista ad apprensione, alle vicende dello Stato d’Israele rinato nella terra dei Padri, che costituisce motivo di attrazione, con la sua fresca vitalità, soprattutto per i nostri giovani.

“Il Misericordioso Ti ricordi in pace”. Eminenza, ci pregiamo ringraziarLa e accoglierLa fra le nostre mura proprio con questa formula nell’antica lingua aramaica in quanto essa contiene riferimento a tre valori molto cari che la millenaria tradizione d’Israele afferma e condivide: misericordia, memoria e pace. Essi sono il fondamento dell’incontro fra culture differenti; possano costituire auspicio di rinnovata fraternità fra le nostre Comunità religiose! La società in cui viviamo, infatti, è assetata di udire la Parola Divina, e quanto più forte essa risuona se viene espressa a voci congiunte e consonanti.

Anzitutto, il tema della Misericordia e della bontà, su cui - dice il Salmista - è costruito il mondo: ma il mondo in cui viviamo appare sempre più segnato dalla logica del profitto e dell’interesse di parte. Misericordia significa accoglienza dell’Altro nella consapevolezza che lo spirito umano si arricchisce sperimentando la diversità e la pluralità nell’unità. Questa dimensione si richiama a due principi biblici. Il primo ci insegna che l’intero genere umano ha avuto origine da un’unica coppia di uomini, Adamo ed Eva, perché nessuno potesse dire all’altro: “i miei avi erano più nobili dei tuoi”. Il secondo si rifà piuttosto ad un elemento trascendente: tutti gli uomini sono infatti creati ad immagine e somiglianza della Divinità. Se respingiamo un essere umano, respingiamo l’immagine Divina che è in lui. Siamo dunque chiamati a garantire nello stesso tempo a ogni individuo dignità e sicurezza nei luoghi di residenza, di lavoro e di culto. Come scrive il Deuteronomio (22,8), “quando edificherai una casa nuova farai un riparo al tetto, e non sarai causa di spargimento di sangue in casa tua se uno dovesse cadere di lassù”.

Assume ora importanza il secondo valore: quello del Ricordo. Per noi memoria non significa ripetizione stereotipa di eventi del passato. Significa assunzione di responsabilità verso noi stessi e gli altri. Responsabilità implica senso della giustizia, ricerca appassionata del Vero e soprattutto rispetto. Per la mentalità ebraica una legge svincolata da riferimenti superiori finisce con il non mantenersi, ma anche una religiosità slegata dal rispetto per la Legge si esaurisce in un vacuo sentimentalismo. E quella stessa Legge che nel Levitico proclama (19,18): “Ama il prossimo Tuo come te stesso”, pochi versi prima afferma (19,11): “Non rubate, non negate la verità e non mentite l’uno verso il suo prossimo”.

E qui veniamo al terzo punto, la Pace. Esso sintetizza mirabilmente i primi due. La Torah è un Albero di Vita, perché tutte le sue vie sono Pace. Pace significa anzitutto armonia con il Creato, da perseguirsi attraverso un’attenzione costante per l’ambiente e le risorse che ci mette a disposizione. Con la collaborazione di tutti, una maggiore razionalizzazione in questo campo dovrebbe portare a ridurre le tensioni fra civiltà e culture cosiddette avanzate e altre che lo sono meno. Pace significa sottoscrivere un accordo fra le religioni sulla sacralità della vita umana non solo in funzione di un’etica del concepimento e della morte clinica, ma anche per condannare chi accetta di privarsi con violenza della vita propria pur di distruggere quella altrui, chi annienta vite inermi per seminare il terrore. Infine, pace significa “che un popolo non levi più la spada verso l’altro” in nome del proprio Dio.

Anokhì Hashem Elohekha, “Io sono il Signore Tuo D.” esordisce il primo Comandamento. È singolare che la Divinità, presentandosi al popolo d’Israele sul Monte Sinai, non adoperi il plurale: “Io sono il vostro Dio”, come in altri versetti della Bibbia. Già nel Medioevo, proprio un Midrash della Scuola franco-piemontese appiana la difficoltà in modo affascinante. Quando D. si rivolse agli Uomini sul Monte Sinai, ognuno degli ascoltatori ebbe l’impressione che in quell’istante Egli stesse parlando a lui, e a lui soltanto. Nella Sua infinita grandezza, D. trova il modo di comunicare con ciascun individuo, ciascun popolo e ciascuna cultura nel linguaggio suo proprio, come un bravo Genitore che riesce a trasmettere il proprio affetto ai Suoi figli in modo che ognuno lo avverta tutto per sé, senza tuttavia suscitare la gelosia degli altri. In quanto fratelli, non sciupiamo questa straordinaria esperienza.

Rachamanà yedakhrinnakh li-shlàm. “Il Misericordioso Ti ricordi in pace”.

 

Rav Alberto Moshe Somekh
Rabbino Capo
della Comunità Ebraica diTorino