Dialogo
La visita del Cardinale Poletto alla Comunità Ebraica di Torino. Gli interventi

 

Convivere per crescere

 

Sono particolarmente lieto di porgere a nome della Comunità Ebraica di Torino il più cordiale benvenuto a Vostra Eminenza.

La visita dell’Arcivescovo di Torino ci onora particolarmente: è una visita che si colloca in modo significativo nel contesto di un rapporto tra ebraismo e cattolicesimo cui, dopo un periodo di raffreddamento non esente da polemiche, è stato impresso nuovo vigore dalla visita che, esattamente un mese fa, Benedetto XVI ha compiuto alla Sinagoga di Roma; ricordo anche che, in questa stessa sala, si è svolta domenica scorsa la Giornata di riflessione Ebraico-Cristiana organizzata in collaborazione tra la Commissione Diocesana per l’ecumenismo e il dialogo con le altre religioni, l’Amicizia Ebraico-Cristiana e la Comunità Ebraica: una giornata che ha visto una straordinaria partecipazione di pubblico di diverse fedi.

Quella di Torino è una Comunità Ebraica solidamente inserita nel tessuto sociale della città con radici secolari; terminata la lunga notte dei ghetti e dell’emarginazione con la promulgazione dello Statuto Albertino il 4 marzo 1848, gli ebrei torinesi sono stati attivi protagonisti della costruzione e dello sviluppo del loro paese. Il prossimo anno celebreremo il 150° anniversario dell’unità d’Italia e sarà quella un’occasione per sottolineare, ancora una volta, la rilevanza della partecipazione degli ebrei piemontesi al Risorgimento ed alle successive fasi storiche in tutti i campi: scientifico, economico, culturale, militare, civile e sociale.

La Comunità Ebraica di Torino è stata duramente colpita dalla Shoah con oltre seicento vittime perite nei campi di sterminio, con immensi lutti e distruzioni e con l’emigrazione forzata di tanti suoi membri; ciò nonostante di assoluto rilievo è stato il suo apporto all’antifascismo e alla lotta di liberazione e, negli anni seguenti, alla ricostruzione e allo sviluppo della moderna società: un impegno che, nonostante il vistoso calo demografico, si mantiene immutato anche ai nostri giorni.

Quanto la Comunità sia partecipe della vita della propria città lo dimostra la natura della sua scuola che dal dopoguerra è frequentata da ebrei e non ebrei e svolge quindi l’insostituibile funzione di diffondere la conoscenza dell’ebraismo nella società esterna e di far crescere i propri ragazzi in un ambiente aperto e ricettivo. Con analogo spirito, in tempi recenti anche nella nostra Casa di Riposo sono stati accolti ospiti non ebrei e, più in generale, intensissimi sono i rapporti socio-culturali con le Istituzioni e le tante associazioni che operano sul territorio con intenti condivisi.

Questa tradizionale politica di apertura nei confronti dell’esterno procede, sul fronte interno, con una parallela azione volta al consolidamento e all’approfondimento della propria cultura e delle proprie tradizioni, nella consapevolezza che solo se si è coscienti dei valori di cui si è portatori, si può far sì che altri ne siano partecipi. E quanto questa impostazione dell’ebraismo torinese sia recepita dalla società è costantemente confermato nelle più diverse occasioni: cito, tra gli esempi più significativi, la grande partecipazione pubblica alla Giornata della Cultura Ebraica e la quantità e la qualità delle iniziative che vengono assunte in occasione del Giorno della Memoria dai più diversi soggetti pubblici e privati e che non hanno pari in alcuna altra parte del paese: la Comunità Ebraica di Torino non può che apprezzare vivamente il senso di solidarietà e di comprensione che in tal modo viene manifestato.

Mi sono soffermato su questi particolari aspetti della vita ebraica torinese perché in essi si può cogliere la conferma di un principio della massima attualità: culture diverse non solo possono convivere ma possono notevolmente contribuire alla crescita della società in cui si collocano, se sono disposte ad accettare i principi che regolano il vivere comune, se sono animate da spirito di apertura e se sono poste nelle condizioni materiali e spirituali per poter esprimere liberamente le proprie potenzialità; in sostanza: se il rapporto tra le diverse culture, siano esse minoritarie o maggioritarie, è improntato su una base di parità e di reciproco rispetto e se gli ordinamenti che regolano i diritti delle minoranze sono tali da garantire la loro assoluta ed effettiva parità.

Dopo due millenni di convivenza difficile e talvolta drammatica, ebrei e cattolici stanno cercando di costruire un diverso rapporto sulle rinnovate basi che il Concilio Vaticano Secondo e l’Enciclica Nostra Aetate hanno stabilito; questo sforzo comune può certamente rappresentare un modello ed un esempio per risolvere i problemi di una società sempre più composita e al cui interno sono destinate a convivere etnie, culture, religioni e tradizioni le più diverse.

È dunque una grande responsabilità quella che pesa sulle nostre spalle e l’auspicio che, cogliendo l’occasione di questo importante incontro, mi sento di formulare è quello di essere - noi tutti - in grado e determinati a farvi fronte.

Concludo questo mio saluto porgendo a Vostra Eminenza e a tutti i graditi ospiti il più cordiale e sentito Shalom.

 

Tullio Levi
Presidente della Comunità
Ebraica diTorino

Torino, 16 Febbraio 2010