Storie di ebrei torinesi

 

Isacco Levi

 

Isacco Levi mi accoglie nella sua casa di Moretta, non lontano da Saluzzo, e l’intervista si svolge di fronte ad una grande fotografia che lo ritrae mentre stringe la mano di Carlo Azeglio Ciampi.

Isacco si salvò dalla Shoà, unico della sua famiglia, combattendo con i partigiani garibaldini della 181a Brigata Garibaldi, prima come capo nucleo, poi da gennaio ’44 comandante di distaccamento, e da aprile di quell’anno comandante di battaglione. Tutti i familiari furono invece deportati e uccisi ad Auschwitz: la mamma Pia Clelia, il fratello Lelio, la sorella Amelia che aveva solo 17 anni, la zia Beniamina, lo zio Aldo, che camminava a fatica sulle stampelle, paralizzato ancora bambino per un incidente, la nonna materna Anna Segre, il nonno paterno Felice, il prozio Marco, che tutti a Saluzzo chiamavano il tranviere e che prima della dittatura era stato uno degli organizzatori della sezione locale del Partito Socialista, la prozia Gemma Colombo, le cugine Annetta, balia e cucitrice, Regina ed Eleonora, che in famiglia chiamavano Norina, il cugino Elia Levi, Guardia di Finanza a Torino fino al 1938.

Racconta spesso Isacco che sua nonna, Anna Segre, per qualche giorno si trovò a dividere la cella alle Nuove a Torino con Lidia Beccaria Rolfi, staffetta partigiana in Valle Varaita. La nonna, di 74 anni, era stata picchiata duramente, per costringerla a rivelare dove si trovasse Isacco. Lidia riuscì a sussurrarle in un orecchio, pianissimo, che Isacco era salvo, in montagna, tra i partigiani. E a quella notizia il viso della nonna s’illuminò e rispose “par boneur ca iè salvase cheidün ca peul cuntèr”, per fortuna che si è salvato qualcuno che potrà raccontare. E l’impegno a testimoniare è diventato il dovere categorico di Isacco che, ancora adesso che ha quasi 86 anni, è infaticabile nel parlare ai giovani.

 

Isacco, com’era la tua famiglia?

Una famiglia normale. Fascista certo, come fascisti erano tanti italiani. Mio padre aveva partecipato alla Grande Guerra, era stato ferito e decorato con la croce di merito, era iscritto al Partito Nazionale Fascista, aveva preso parte alla Marcia su Roma, e non era l’unico tra gli ebrei saluzzesi. Alle leggi razziali, noi tre ragazzi fummo esclusi da scuola, io avevo quattordici anni. A mio padre fu ritirata la licenza di commerciante di tessuti, e a nulla valse il ricorso che evidenziava le benemerenze fasciste. Provammo un’ultima strada: chiese di rilevare la licenza commerciale mia nonna, Giacinta Favero, non ebrea. La licenza fu concessa alla nonna, e l’attività poté dunque continuare. Allora ci parve una grandissima fortuna, invece, illusi da questo successo, rinunciammo al progetto di espatriare in America, e questo segnò la nostra condanna. Mio padre morì per una grave ulcera nel marzo 1943, e al funerale c’erano tante corone di fiori, tutte anonime: non era prudente dimostrare solidarietà al dolore degli ebrei. E poi, dopo l’8 settembre, tutti furono catturati e uccisi ad Auschwitz, tutti: 13 persone.

 

Ma tu come hai fatto a salvarti?

Ero costretto al lavoro coatto nel campo di aviazione tedesco della Grangia, tra Saluzzo e Lagnasco a scavare trincee per l’organizzazione Todt, come altri saluzzesi: c’erano anche tuo padre e tuo zio Giuseppe. Ebbi la fortuna di sentire un prigioniero polacco, che raccontava delle stragi perpetrate all’est dai nazisti: case e persone bruciate, bimbi massacrati. Non c’erano dubbi: bisognava fuggire, e salii in Val Varaita. Era il 17 settembre 1943. Eravamo d’accordo con Lelio, che invece era incaricato di guidare un camion, che mi avrebbe seguito: ma nei giorni successivi mio fratello fu catturato come ostaggio, e poi deportato.

 

E così sei diventato partigiano. Com’era essere ebreo e partigiano? Tu, Isacco, hai scelto “Isacco” come nome di battaglia. Un segno d’orgoglio, una sfida?

Ero ben conosciuto in Val Varaita. Avevo accompagnato mio padre e mia madre a vendere tessuti a ogni mercato, in tutte le frazioni, su e giù per la valle. Era inutile cercare nomi di copertura: tutti sapevano che il mio nome era Isacco Levi, tutti sapevano che ero ebreo. La gente di montagna stava dalla nostra parte e ci proteggeva, e altrimenti non sarei qui a parlarti. Per i miei compagni, era assolutamente indifferente, molti erano meridionali, non avevano mai visto un ebreo. E devo dire non fu neppure una scelta politica: mi ritrovai tra i garibaldini perché erano in maggioranza in Val Varaita, ma non ero comunista allora e non presi la tessera del PCI dopo; volevo fare una sola cosa, combattere i fascisti ed i nazisti, e liberare il mio paese, punto e basta.

 

Che cosa ricordi dell’attività partigiana?

Avrei tante di quelle cose da raccontare: di quella volta che andammo al campo di aviazione di Levaldigi, eravamo travestiti da paisan, da contadini, con le falci, c’era il grano alto, sarà stato giugno del ’44, per distruggere alcuni “Cicogna”, gli aerei ricognitori tedeschi; buttammo nella notte bombe a mano e usammo il plastico, e poi via, veloci di ritorno in Val Varaita, prima che i tedeschi potessero organizzare l’inseguimento. Eravamo attrezzati: uscivamo dalla grotta in cui eravamo nascosti nell’inverno 1944-1945 sugli sci, avevamo tute bianche, mitra. Certo gli Alleati non venivano a lanciare armi e provviste a noi, garibaldini, ma solo ai partigiani di Giustizia e Libertà, che stavano più a valle. I G.L. segnalavano la loro presenza con dei falò. Ma una volta riuscimmo ad avere in anticipo la notizia del lancio e li ingannammo, accendendo dei fuochi vicino al Monte Birrone, sopra Sampeyre: quella volta riuscimmo ad impossessarci di un carico di armi destinate ai G.L. Tra le altre cose la mia squadra si occupava di approvvigionamenti: prendevamo camion di farina, e qualche volta una mucca e qualche pecora, rilasciando impegni a pagare. Il rapporto con i contadini doveva essere onesto, ma non era facile dare da mangiare a 300 persone.

E poi ricordo i miei compagni partigiani: Ciafrè, coraggiosissimo, era alto e biondo, parlava con una erre particolare, sembrava proprio un tedesco; in più di un’occasione si travestì da ufficiale tedesco, quando ci muovevamo per cercare di catturare un soldato nemico, da scambiare con qualcuno dei nostri. E poi Ciciu d’la Mora del Vilar, Cele di Moncalieri, il conte “Chopin”, caduto a 19 anni nel rastrellamento del 19 marzo 1944, Ivan Pavlovich il russo, tutti compagni meravigliosi. E il sergente Massucco di Neive. Da lui abbiamo avuto un insegnamento eccezionale: dato che era istruttore nel Regio Esercito apprendemmo da lui l’uso delle armi e le tattiche militari. Catturato in un rastrellamento, fu massacrato di botte e deportato a Mathausen, dove morì.

 

Ti ho sentito dire spesso ai ragazzi che la Resistenza non avrebbe avuto successo senza le donne.

E te lo confermo: quante donne hanno contribuito alla Guerra di Liberazione, fornendoci cibo e ospitalità! E penso alle staffette partigiane che ho conosciuto. A Lidia Rolfi, che aveva diciott’anni, ed era al suo primo incarico da maestra, a Casteldelfino. Pagò la sua opposizione al fascismo con la deportazione a Ravensbrück. E Pina, la moglie di Ciafrè, e Maria Airaudo che veniva da Bagnolo e non era conosciuta nella valle. Si muoveva in bicicletta, quando era necessario, svitava la sella, infilava nella canna i messaggi segreti, e poi faceva la spola in bici tra la valle e la pianura. E come non ricordare la staffetta Maria Luisa di Verzuolo? Non parlò neppure sotto tortura, per questo fu fucilata in una fredda mattina del novembre ’44 davanti alla stazione ferroviaria di Cuneo, ed il suo corpo fu lasciato per terra, come uno straccio, per 48 ore.

 

E finita la guerra, com’è stato il ritorno a casa?

Tornai a Saluzzo, nella casa di via Spielberg da dove tanti Levi erano stati spazzati via. La mia casa era stata requisita dal Commissario del Fascio e assegnata ad una famiglia di fascisti, che ancora l’occupava all’indomani del 25 aprile. Io avevo ancora il moschetto, guardai l’orologio e dissi semplicemente: “Sono le undici, voglio che oggi alle 16 l’alloggio mi sia restituito, vuoto e pulito, altrimenti...” e lasciai in sospeso la minaccia. E alle 16 rientrai nell’alloggio. Il Commissario Bicchi poi mi redarguì: “abuso di divisa, eh, Levi?”, proprio quel Commissario di Pubblica Sicurezza che era stato funzionario efficiente della Repubblica di Salò ed aveva trasmesso con crudele celerità nomi, indirizzi, ordini di arresto. Più tardi mi arrivò una grossa multa da pagare, e dovetti chiedere un prestito, per tasse non pagate, perché, con quello che era successo, non era stata data comunicazione della chiusura dell’attività commerciale per il negozio dei miei. Ma il mio servizio non terminò il 25 aprile: ebbi la soddisfazione di essere nominato dalla Prefettura responsabile dell’ordine pubblico a Costigliole Saluzzo, fino a giugno 1945, quando riconsegnai la caserma ai Carabinieri.

 

E da allora è iniziata la missione di conservare la memoria. Quante scuole hai incontrato?

Ho scritto un libro, con l’aiuto di un giovane avvocato, con la storia della mia vita e il ricordo dei miei familiari. Si intitola “I Levi di via Spielberg”, e si apre con una introduzione del Procuratore della Repubblica di Torino Gian Carlo Caselli e di altre autorità. L’ho presentato in tanti comuni, in tante scuole. Recentemente sono stato chiamato a Bagheria, e anche lì i ragazzi si sono commossi a sentire le tragedie della Shoà e le imprese dei partigiani. Quanti ragazzi del sud c’erano con me, soldati sbandati. Di molti non sapremo mai neppure i nomi autentici. Nel 2005 fui chiamato dal Presidente Ciampi, affettuosissimo lui e affettuosissima donna Franca, che m’invitò a parlare al Quirinale di fronte a 900 ragazzi. Quando era venuto a Cuneo, qualche anno prima, nell’anniversario dell’8 settembre, l’avevo salutato con un cartello in cui lo ringraziavo dell’omaggio alla memoria dei deportati e dei partigiani caduti con un cartello firmato “ex comunità ebraica di Saluzzo”, la Comunità ebraica distrutta dalla Shoà. Il Presidente aveva notato quel cartello e mi aveva fatto cercare. Ma poi ho avuto l’onore di conoscere nella Giornata della Memoria dell’anno scorso anche il Presidente Giorgio Napolitano che mi ha promesso che, se i suoi impegni glielo permetteranno, parteciperà a un pellegrinaggio, salendo insieme ai ragazzi su un Treno della Memoria diretto ad Auschwitz. Sarei onorato di poter essere con lui. Adesso devo rispondere al direttore del Museo Storico della Guardia di Finanza, che mi ha richiesto informazioni e collaborazione per la scrittura di un libro biografico, dedicato a Elia Levi che fu Guardia di Finanza, prima di essere licenziato dalle leggi razziali e poi arrestato e deportato.

E poi ogni anno, incontro trenta o quaranta scolaresche.

 

Qual è il messaggio che vorresti lasciare ai giovani?

Quello che dico in ogni incontro: di impegnarsi per la difesa della democrazia e per la libertà, di partecipare con serietà al dibattito democratico, di evitare gli errori che hanno commesso le generazioni passate. Troppo dolore abbiamo sofferto. Senza libertà e democrazia non può esserci dignità, non può esserci vita.

 

Intervista realizzata da Beppe Segre