Israele

 

Niente di nuovo sul fronte della pace

di Israel De Benedetti

 

Il governo di Netanyahu tra poco compirà un anno: cosa si è fatto in quest’anno?

Il risultato più completo e meglio riuscito è quello della sopravvivenza del governo, non solo ma la coalizione di Bibi non ha mostrato una crepa, anzi si è consolidata di giorno in giorno.

Le motivazioni di questo dato di fatto (abbastanza inconsueto nei vari governi che si sono succeduti nel paese) si sintetizzano nel vecchio proverbio “un colpo al cerchio e un colpo alla botte”. Questo governo può riassumere quello che ha fatto in questi mesi con una sola parola: zero assoluto, e in certi casi perfino sotto zero.

Per quanto riguarda le trattative, il governo ha risposto in parte alle richieste di Obama di bloccare temporaneamente l’edilizia negli insediamenti (provocando la rabbia dei coloni), ma subito dopo si è affrettato a concedere permessi per costruire case, soprattutto nella zona di Gerusalemme, pertanto anche la protesta della destra è andata affievolendosi, non solo ma un esponente serio della destra nel Likud (Benny Beghin) ha sostenuto Netanyahu nella decisione di bloccare le costruzioni, evidentemente ben sapendo che era solo una farsa.

Il governo di Israele accusa l’Autorità Palestinese di mettere delle condizioni alla ripresa delle trattative. Certamente in questi ultimi 16 anni le due parti hanno entrambe una forte responsabilità per non essere riuscite a trovare un accordo, ma non dimentichiamo che i vari governi di Israele hanno portato avanti trattative che sono durate quanto è durato lo stesso governo: dopo le elezioni di ogni nuovo esecutivo si iniziava tutto da capo (ovviamente escludendo condizioni preliminari), senza concludere nulla. E allora ci si meraviglia se Abu Mazen chiede un termine decente per concludere?

Nel caso del soldato Shalit, da più di tre anni, nelle mani di Hamas, Bibi ha iniziato con grandi promesse, per poi concludere con un niente di fatto. Possibile che i vari governanti di Israele non si siano ancora resi conto che a Hamas non importa proprio niente dei suoi uomini in prigione (anche le dimostrazioni a Gaza in loro favore sono poco più che sporadiche). Il governo di Israele deve avere il coraggio di scegliere tra due opzioni: cedere a tutte le condizioni attuali del Hamas (più il tempo passa, più aumenteranno le loro pretese) oppure dimenticarsi di Shalit. In effetti anche qui non si conclude niente.

Sul piano economico, il governo continua a mandare avanti una politica di sostegno delle classi imprenditoriali e in genere dei ricchi, dopo aver promesso di combattere la povertà. I poveri sono ormai tanti in Israele, anche se per ora nessuno muore di fame. La proposta, tanto strombazzata, di diminuire di mezzo punto la nostra Iva, secondo tutti i nostri economisti porterà alle classi povere un risparmio di qualche decina di shekel al mese, mentre chi compra un’auto di lusso o una penthouse avrà un risparmio di migliaia di shekalim. Anche questa politica è accompagnata da un frasario populista, che purtroppo riesce ancora a incantare la gente.

Il governo si fa merito di aver portato il paese a superare la crisi economica mondiale (o per lo meno di averne accelerato la ripresa, per ora ancora parziale), mentre il numero dei disoccupati non aumenta di mese in mese, anzi è in leggera diminuzione. Tuttavia non si sono viste in questo anno iniziative particolari da parte del ministro del Tesoro; piuttosto è da segnalare l’attività di Stanley Fisher, il capo dell’Ufficio del Tesoro.

Sul piano internazionale, la posizione di Israele è andata peggiorando in tutti i settori. Non so proprio cosa abbia fatto dire al nostro presidente Peres che i nostri rapporti con i paesi arabi non sono mai stati così buoni. Pur non essendo dentro alle segrete cose, mi pare che siamo riusciti a offendere Mubarak (il nostro ministro degli esteri si comporta come una dozzina di elefanti in un negozio di ceramica), i turchi e tanti altri. Si salvano solo Berlusconi e - forse - Sarkozy e la Merkel. Per non parlare dei rapporti problematici con il presidente Obama. In ogni caso Israele oggi è sempre meno quotata, è sempre più attaccata sul piano internazionale e non solo dai pazzi furiosi dell’Iran. All’ONU siamo tornati indietro di tanti anni: ogni occasione è buona per attaccare Israele. Libermann sostiene che è giunta l’ora che Israele cessi di strisciare per farsi voler bene dagli altri. Bisogna riaffermare l’orgoglio nazionale e raddrizzare la schiena!!! Come esempio cita la Turchia, dimenticando che quest’ultima può prima o poi rinunciare alle relazioni con Israele, mentre Israele ha tutto l’interesse a cercare di rabberciare i cocci e a mantenere e rafforzare i rapporti con un grande paese, per ora moderato, del Medio Oriente. Insomma, cosa è più importante: l’orgoglio o l’interesse nazionale ?

Questo è il panorama del nostro governo, ma l`opposizione cosa fa? I laburisti, che sono entrati al governo proclamando di fare da bilancia alle pretese della destra nazionalista, hanno anche loro ottenuto un solo vantaggio: mantenere le poltrone dei loro ministri. Il partito è diviso sulle grandi questioni ed è di questi giorni la decisione di Ofir Pines (uno dei loro parlamentari più attivi) di dimettersi dalla Kenesset, scelta motivata dalla raggiunta consapevolezza di non poter far niente per difendere quelli che dovrebbero essere i veri ideali dei laburisti.

Nel partito Kadima (che, non dimentichiamolo, mantiene ancora il numero più alto di parlamentari) Zippi Livni, dopo aver iniziato questa legislatura con forti prese di posizioni contro la politica del governo, ora deve guardarsi alle spalle per contrastare gli sforzi del numero due del partito (Mofaz) che muore dalla voglia di tornare a far parte del governo.

Gli uomini del Merez parlano bene, ma il loro esiguo numero rende vano ogni loro tentativo di influire sul parlamento. La sola persona che si è distinta in questi primi mesi della nuova legislazione alla Kenesset è Dov Channin, membro del partito comunista eletto per la prima volta al parlamento che riesce a portare avanti progetti di legge in favore della difesa dell’ambiente.

Riusciranno questi tronconi di centro-sinistra a trovare una via comune per controbattere efficacemente la politica di Netanyahu e poi presentarsi alle future elezioni come una alternativa reale? C’è da augurarselo, ma per ora sembra una meta lontanissima.

Non posso però terminare queste mie tristi considerazioni senza sottolineare un fatto altamente positivo di quest’ultima settimana. Israele è riuscita in sole 48 ore a trovare i soldi, i mezzi e il personale adatto (tutto volontario!) per impiantare ad Haiti il primo ospedale dopo il terremoto. Sono partiti più di duecento uomini, tra medici di ambo i sessi, infermieri e una unità di salvataggio. Nei 100 posti letto dell’ospedale da campo hanno accolto e curato fino ad oggi qualche centinaio di feriti e hanno eseguito anche operazioni chirurgiche. Quando c’è la volontà niente è impossibile, e di questo il merito va anche agli organi governativi.

 

Israel De Benedetti

Ruchama, fine gennaio 2010