Israele

 

Post-sionismo e anti-sionismo

di Reuven Ravenna

 

I conflitti contemporanei si svolgono in misura crescente a livello di scontri verbali e, di conseguenza, notevole importanza assumono i termini con cui le parti si esprimono, o meglio, come essi vengano recepiti. La destra israeliana, e anche ebraica, soprattutto nelle componenti di parte del sionismo religioso afferma spesso che siamo da tempo entrati in una fase di post-sionismo, o meglio che il sionismo “laico” ha fatto il suo tempo, ha tradito i valori della Rinascita in Erez Israel, commutando la fermezza, l’attaccamento al Paese, la responsabilità collettiva con l’incessante perseguimento del benessere individuale, del disfattismo politico nei confronti dei mille nemici esterni, nell’abbandono crescente dei contenuti della cultura atavica di Israele. In poche parole, i chaluzim del terzo millennio E.V. si trovano sui monti della Samaria e della Giudea, e nei quartieri a maggioranza araba di Gerusalemme, tenendo alta la fiaccola della Redenzione (Geullà) del popolo ebraico. Per analizzare questo postulato ideologico, a mio parere, dobbiamo tornare alla storia del movimento nazionale ebraico, che Teodoro Herzl, forgiò in forza politica moderna, catalizzando aspirazioni, organizzate in ordine sparso, soprattutto in Europa Orientale. Non vi è dubbio che la prospettiva herzliana sia nata dalla reazione alle delusioni dell’emancipazione politica delle minoranze “israelite” nell’Europa Centro-Occidentale e dalla constatazione della miseria delle masse oppresse dell’oriente continentale, che dagli anni ottanta del XIX secolo, dopo una ondata di pogrom, si volgevano all’Ovest per fuggire all’oppressione. Non mi soffermerò sulle vicende del sionismo dagli inizi lungo il secolo ventesimo. A me preme di ricordare che il movimento fu l’espressione della modernizzazione di sentimenti preesistenti nella millenaria Diaspora, frutto del passaggio delle élites intellettuali dal mondo della tradizione agli orizzonti della “civiltà occidentale”. Accanto all’azione politica e diplomatica, ci si impegnò ad un’ampia attività culturale, alla riabilitazione della Bibbia quale testo nazionale della lingua ebraica, a sua volta strumento di comunicazione in tutti i campi, e, in primis, all’affermazione della necessità di riportare l’uomo ebreo al lavoro produttivo, specialmente nell’agricoltura, indispensabile condizione per una rigenerazione in Erez Israel. Ci fu quindi anche nella leadership sionista, una “coalizione” di fautori di ideologie laiche, liberali, socialistiche oppure nazionaliste, con una minoranza ortodossa che coniugava la collaborazione con gli “hofshim”, i non praticanti, con la fedeltà alle mizvoth nella comune aspirazione a Sion.

Il secolo scorso ha visto i più grandi rivolgimenti della storia secolare di Israele. Al massacro che ha annientato un terzo del Popolo è seguita, a pochissima distanza di tempo, la ricostituzione di una entità statale in Erez Israel, che ha accolto milioni di ebrei, sopravvissuti all’Olocausto europeo o saliti dai Paesi islamici, la parte avversaria di un conflitto più che centenario per il possesso della Terra dei Padri. Dopo questi grandi eventi epocali, siamo stati testimoni del “miracolo” della alyà dall’ex-Unione Sovietica, che sta modificando, in profondità l’anima della società israeliana in tutti campi. Il compito del sionismo è finito il 5 di Yiar 5708, con la Dichiarazione dell’Indipendenza e l’apertura delle porte del Paese a tutti gli ebrei che intendessero fare l’alyà per stabilirvisi? O il giugno del ’67 ha iniziato una nuova fase, messianica, riportando Israele ai luoghi della sacralità dei Padri, della Promessa che dobbiamo conservare come legato Divino, con tutte le nostre forze? In questo contesto, si può tacciare il modus operandi del sionismo classico come inadeguato ai compiti dell’ora e, di conseguenza, giovani forze stanno emergendo per guidare i destini di Israele. Senza pretese di ’addetto ai lavori’ di semiotica, tornando al termine di: “Post-sionismo“, lo si può riferire anche ai militanti della “Grande Israele” per i quali ogni metro di terreno strappato agli “Ismaeliti” è la concretizzazione delle aspirazioni di generazioni e generazioni. Ripudiando considerazioni demografiche, di geopolitica e di etica, come abbiamo constatato anche di recente. Storicamente, non “Post-Sionismo” da confrontare con Il “Sionismo”, ma come periodo determinato da nuovi fermenti, da dati concreti che lo differenziano dal passato, anche prossimo. E l’“Anti-sionismo”? L’eterno antisemitismo, o anti-giudaismo (e qui dovremmo iniziare un altro discorso semantico) in una nuova veste, per cui lo Stato ebraico viene trasformato per sé nell’ebreo, vittima dei popoli?

Anche in questo caso dobbiamo guardare in faccia alla realtà con coraggio, analizzando prese di posizione, senza manicheismi, distinguendo, sia pure con estrema discrezione per evitare strumentalizzazioni, le critiche legittime nei nostri confronti con l’odio preconcetto, irrazionale, inveterato. Nel 2010 dobbiamo avere la forza di superare mentalità inadeguate al confronto con la realtà che stiamo vivendo, anche a costo di critiche e incomprensioni inevitabili. Con onestà e apertura mentale.

 

Reuven Ravenna