Iran

 

L'Iran che verrà

di Claudio Vercelli

 

Che idea dobbiamo nutrire dell’Iran dei giorni nostri? Soprattutto, quanto dobbiamo temerlo, se questo è il sentimento che su di noi deve prevalere? L’anno appena trascorso è stato quello dell’“onda verde”, il movimento popolare innescatosi, spontaneamente, dopo la controversa vittoria elettorale del leader degli ultraconservatori, Mahomud Ahmadinejad. Nel mentre, il Paese dei pavoni ha però occupato la scena internazionale anche per la reiterata minaccia nucleare, che brandisce come strumento di ricatto nei confronti della comunità planetaria. Da quando la nuova élite, quella dell’“elmetto”, cresciuta sui campi di battaglia degli anni Ottanta, laddove le milizie dei pasdaran si sacrificarono in gran numero contro l’Iraq del laico Saddam Hussein, è ascesa al potere, l’antisemitismo è poi divenuto moneta corrente, usato come risorsa non dal clero, i “turbanti” che gestiscono buona parte del grande potere e delle numerose ricchezze del paese, ma da una nuova generazione di militanti, aggressivi e, nel medesimo tempo, secolarizzati poiché abituati a fare ricorso all’islamismo come ad una risorsa identitaria, intesa essenzialmente come fattore di mobilitazione collettiva in vista di obiettivi politici. Partiamo da alcuni dati di fondo. Due terzi della popolazione iraniana ha meno di trentacinque anni. I fatti e i fattacci dell’Iran, da quando è asceso agli onori della cronaca con la “rivoluzione islamica” contro lo Shah Reza Pahlevi, riguardano d’altro canto essenzialmente i giovani, chiamandoli in causa e chiedendone spesso il sacrificio. Non di meno il paese, che vanta alle spalle una lunga tradizione nazionale e un forte senso di orgoglio d’appartenenza, vive le difficoltà di una perdurante crisi economica e i problemi insoluti legati ad un bilancio energetico perennemente in deficit. Esportatore di petrolio, difetta di energia per le necessità domestiche. I razionamenti sono abituali, tanto più in una megalopoli come Teheran, dove dieci milioni di abitanti, in una città cresciuta a dismisura, senza un piano urbanistico all’altezza delle necessità, frequentemente si obbligano a una mesta fila dinanzi alle pompe di benzina. L’atomo civile, insomma, servirebbe. Segnatamente, il controllo delle risorse energetiche è all’origine dei fenomeni di consenso come di dissenso che ne agitano le acque, poiché è dalla ricchezza che ingenerano che si creano le fortune dei pochi e le disgrazie per i più. Il conflitto in corso nelle piazze incrocia il malcontento di una parte della popolazione - quella più povera, proletaria e sottoproletaria, che si riconosce in Ahmadinejad, che della lotta alla petrolcrazia clericale ha fatto la sua bandiera - alla ribellione di un’altra parte dei giovani, di estrazione sociale più elevata, estranei alle milizie degli infervorati pasdaran e dei truci basiji. La borghesia urbana, giovane e tendenzialmente cosmopolita, rifiuta la litania antiamericana, il dogma antisionista, la professione di militanza intese e denunciate tutte come falsificazioni usate ad arte per coprire la drammatica situazione di immobilismo e di isolamento in cui l’Iran si trova. L’uno e l’altro hanno prodotto una disoccupazione che colpisce almeno il 20% della forza lavoro, una inflazione del 25%, una corruzione generalizzata e generazioni di lavoratori senza prospettive. Democrazia, nel lessico iraniano, indica non solo libertà di scelta politica, di espressione culturale e di condotta in ambito pubblico, ma anche e soprattutto la speranza in un futuro che non sia di emarginazione sociale ed economica. Da questo punto di vista, l’alleanza strategica di molti anni fa tra il clero sciita, il proletariato urbano legato al Partito comunista del Tudeh (poi disintegrato dalla repressione khomeinista) e la borghesia dei bazarì, i commercianti urbani, che era stata alla radice della sollevazione contro il potere della dinastia regnante, è acqua abbondantemente passata sotto i ponti. I figli e i nipoti di quanti si riconobbero nella “rivoluzione verde del 1978/79” sono prima rifluiti nella dimensione privata per poi tornare in piazza, di nuovo contro qualcosa. Ad aspettarli hanno trovato gli squadristi del regime, capaci di mobilitare una plebe tanto ampia quanto rancorosa, alla ricerca di rivalse contro quanti sono considerati “immorali” poiché corrotti dai modelli modernisti, soggetti cioè alla “gharbzadegi”, l’intossicazione occidentale. Si tratta di una sorta di lotta di classe capovolta, dove i gruppi subalterni sono usati per colpire quelli emancipati. E si tratta perlopiù di una lotta in seno ai giovani, tra “ricchi” e “poveri”, tra il centro cittadino modernizzante e la periferia, nonché le campagne, storicamente emarginate. Mahomud Ahmadinejad lo sa e sa ancora di più che le sue fortune politiche sono strettamente legate al mantenimento di questo stato di contrapposizione interna, senza il quale rischia di vedere precipitare la sua residua credibilità. Il sistema politico iraniano non conta partiti ma “fazioni”, al secolo lobby affaristiche, aggregate sulla base di calcoli d’interesse, disposte a scomporsi e a ricostituirsi a seconda della migliore redditività del momento. I nessi con la cittadinanza e i legami con la popolazione sono scarsi, trattandosi di gruppi di potere che hanno monopolizzato e asfissiato la scena politica, saturandola della propria presenza. Non c’è ricambio in questo circuito autoreferenziato. Per capire quale sarà il futuro dell’Iran bisogna allora guardare a due poteri fondamentali: l’esercito e il clero. Soprattutto dall’allineamento del primo con i conservatori o con i riformisti e dalle dinamiche interne al secondo si potranno capire gli sviluppi a venire. L’arma atomica, esibita come un vessillo nazionalista, galvanizza quanti pensano che il paese possa vivere in uno “splendido isolamento” ancora per molto ma non ammalia in alcun modo quanti non si riconoscono nell’antiamericanismo rituale della coalizione che ha occupato stabilmente il potere, tutta composta da uomini legati a doppio filo ai pasdaran. L’Iran è un paese policratico, di gruppi corporativi che si contendono l’egemonia all’interno di un inner circle di potenti. Per la prima volta le elezioni hanno lacerato il velo che ne copriva i misfatti. Ma l’impressione è che la transizione a qualcosa di diverso, se mai ci sarà, avverrà solo grazie ad una dolorosa resa dei conti.

 

Claudio Vercelli