Rabbini

 

L’attesa

di Giulio Tedeschi

 

Torino, 10 febbraio 2010

 

1 - Nel febbraio del 2007 il consigliere Manfredo Montagnana intervenendo con una lettera nel dibattito nel Gruppo di Studi Ebraici, di cui allora faceva parte, così si esprimeva: esistono posizioni divergenti, ma attenzione: non sui rapporti con il rabbino bensì sulla natura stessa della Comunità e sul diritto di appartenervi. E aggiungeva poi: il radicale mutamento è iniziato oltre dieci anni addietro quando il Rabbino Somekh ha cominciato ad assumere comportamenti e ad avviare azioni in netto contrasto con la storia e la cultura della Comunità ebraica di Torino.

Sono parole che tornano chiare alla mente ora che il Collegio previsto dall’art. 30 dello Statuto si appresta a decidere sul ricorso di rav Alberto Somekh contro la sua revoca dalla carica di Rabbino Capo di Torino.

Certo, nel famoso dossier delle novantanove lagnanze poste a sostegno della revoca c’è un po’ di tutto. Cose ovvie, che sono il normale dovere d’ogni rabbino. Comprese cose che magari dieci anni fa faceva solo lui - e a qualcuno sembravano esotiche - e ora fanno tutti i rabbini, e sembrano normali. E poi, naturalmente, anche la documentazione di quella che la Consulta Rabbinica, nel suo parere, ha riconosciuto, in alcuni casi, come scarsa sensibilità.

Non resta che attendere con fiducia. Se è ovvio che la revoca da quella carica e quel ruolo è - al di là di qualche funambolismo - una grave sanzione, attendiamo che il Collegio valuti se la sanzione risulta commisurata agli addebiti.

Certo è strano veder posto a motivo d’una sanzione non un preciso fatto, ma la cronaca di quindici anni. E non solo perché in nessuna azienda si commina al dipendente una sanzione per fatti di quindici anni prima. Ma soprattutto perché, contestate dopo quindici anni, la raccolta delle lagnanze diventa altro, diventa paradossalmente il suo opposto. Diventa la dimostrazione che invece è possibile. Diventa la cronaca vissuta di come si è potuto convivere, e crescere molto insieme in una strada di sempre maggior sintonia e di crescenti successi, pur d’avere l’intelligenza, dopo ogni incomprensione e arrabbiatura, di trovare entrambi con pazienza l’aggiustamento per capirsi e procedere. Da parte del consiglio, in particolare, valorizzando le eccellenze e cercando di regolare con autorevolezza i conflitti. Ciò che dovrebbe essere, e infatti per molti anni è stato, il compito d’ogni dirigenza. Purtroppo, come si è visto, non dell’attuale.

Così le parole di allora di Manfredo Montagnana, uno dei nove consiglieri che hanno votato la revoca, suonano oggi assai stonate. A rileggerle paiono ben altri, assai più ideologici, i motivi dell’ostilità e della revoca. E il Collegio dell’art. 30 è posto dallo Statuto anche proprio a tutela dei rabbini contro questo tipo di opposizioni ed azioni.

 

2 - Erano del resto gli stessi giorni (gennaio 2007) in cui Panorama titolava “Troppo ortodosso, allontanate il rabbino” e così elencava le malefatte: non recitare kaddish in mancanza di minian, non recitare il rituale della rimembranza durante il seder di Pesach, negare il bar mizvah al nipote di Primo Levi. Addebiti, come si vede, fortemente ideologici (anche un po’ ridicoli). E si sa: chi è un po’ fuori è meno smaliziato, parla fuori dai denti, spesso ci azzecca. Addebiti questi (malgrado un trito refrain di Comunitattiva) del tutto diversi da quelli che in passato portarono qualche difficoltà nei rapporti tra rav Somekh e precedenti consigli.

Il Collegio dell’art. 30 non è in realtà un collegio arbitrale. È composto da rabbini, da probiviri, dal Presidente dell’Unione. Diventa, nel momento in cui si costituisce, un organo dell’Unione e deve avere di mira il mantenimento dell’ebraismo italiano nei limiti e nelle finalità dello Statuto. Anche al di là delle richieste e degli argomenti delle parti. Se avverte il dubbio che anche solo in parte sia questa la reale sottostante natura delle contestazioni il Collegio dovrà evidentemente revocare la revoca.

 

3 - Come è noto la delibera di revoca è stata assunta in contrasto con il parere (consultivo) della Consulta Rabbinica che affermava: appare riduttivo e improponibile cercare una soluzione nel ricorso all’art. 30 dello Statuto per poi concludere che all’unanimità, non ritiene che nel caso di specie ricorrano i “gravi motivi” di cui all’art. 30.

Disattendere un parere è cosa lecita, naturalmente. Purché lo si confuti o si portino elementi nuovi. La confutazione del presidente Tullio Levi è sorprendente. Scrive infatti (Ha Keillah, febbraio 2009): La Consulta si è limitata ad esaminare il problema postole sotto il profilo alachico e su tale base ha espresso il proprio parere. Credo che lo stesso presidente Levi sia il primo a non crederci. Il parere è di pubblico dominio (anche Ha Keillah lo ha pubblicato). Sono appena diciassette righe, per nulla tecniche e, soprattutto, per nulla alachiche. Sono invece il sofferto grido di tre illustri maestri dell’ebraismo italiano che ripetono ancora una volta (e finora inascoltati): i problemi li conosciamo, ma così li aggravate invece di risolverli, la revoca non c’entra, la revoca è altra cosa, questa revoca è una sciocchezza. Continua il presidente Levi: a me pare invece che all’idoneità o meno a svolgere la funzione di Rabbino Capo di una Comunità, concorrano numerosi altri fattori altrettanto essenziali che devono necessariamente essere tenuti in considerazione. Difficile non essere d’accordo. Allora secondo il presidente Levi tre maestri del calibro di Laras, Arbib e Caro non sanno cosa occorre per essere un rabbino capo oggi in Italia? E se non lo sa rav Somekh e non lo sanno loro, chi mai lo sa?

 

4 - Ma questa idea dei rabbini dall’orizzonte ristretto non è limitata al caso di specie: è strutturale. Così infatti spiega il presidente come mai ha deciso per la revoca, anche contro il parere della Consulta: ho ritenuto che fosse opportuno che l’opinione definitiva e vincolante sull’intera vicenda fosse espressa da un organismo al tempo stesso “rabbinico” e “laico” che valutasse le contestazioni in una prospettiva globale. Abbiamo imparato dai racconti chassidici a conoscere rabbini che si pronunciavano su viaggi, affari, matrimoni. Apprendiamo ora che per decidere come un rabbino deve fare il rabbino i miopi rabbini non bastano.

Ed è questa una immagine nuova dell’ebraismo italiano. L’immagine di una cerchia di rabbini curvi sul loro Talmud, senza occhi per l’esterno del loro tavolo, fortunatamente tenuti ancorati a terra dai non rabbini. L’immagine di una autoreferenzialità giuridica incapace di calarsi nel tessuto sociale delle comunità. L’immagine - sì, anche qui - di una casta pronta ad assolvere su base corporativa contro la quale chiedere il giudizio della gente.

Ma non è così, sappiamo tutti bene che la realtà del rabbinato italiano non è questa. E credo veramente che i tre probiviri membri del Collegio interpretino se stessi appunto come probiviri, non come laici destinati a controbilanciare la parzialità dei rabbini. Un argomento dunque debolissimo. E il dato fondamentale resta quindi semplice: la Consulta, ben calata nel mondo reale, letti e perfettamente capiti tutti i documenti, ha detto no. E la delibera di revoca, basta leggerla, non contiene una sola riga in più, un ragionamento, una parola.

 

5 - Dicono che la legittimazione al loro comportamento, dalle elezioni fino alla delibera di revoca di rav Somekh, sta nel loro ampio consenso elettorale. Eppure i numeri dovrebbero parlare chiaro.

Nella primavera 2007 il Gruppo di Studi Ebraici, che guidava la Comunità di Torino da venticinque anni, era spaccato in due. Tullio Levi, pur rimanendo nel Gruppo, si candidava alle elezioni con una lista contenente solo il suo nome, alleandosi di fatto con la lista avversaria - che infatti presentava solo otto candidati e lo indicava per la presidenza - spostando così un consistente pacchetto di voti legati al suo personale prestigio.

Ma pur in questa situazione drammatica e certo sfavorevole, il voto vedeva comunque complessivamente 1869 preferenze per i candidati notoriamente propensi ad ottenere l’allontanamento del rabbino e 1845 suffragi per chi riteneva che altri fossero i modi per risolvere i problemi. Un evidente assoluto pareggio.

Difficile dire dunque che Comunitattiva abbia stravinto. Forse si può sostenere invece che le altre forze hanno straperso. Nel senso che di fronte ad un blocco avversario molto compatto si presentarono invece con le due tradizionali liste, diverse per sfumature ideali e programmatiche, disperdendo dunque i voti. Una simulazione alla buona mostra che se, per assurdo, si fossero presentate unite con una lista di soli nove nomi molti avrebbero sorpassato i concorrenti e il consiglio sarebbe oggi composto da sette favorevoli al cambio di rabbino e sei contrari. La storia sarebbe stata diversa. Le simulazioni fatte dopo, è evidente, valgono zero. Ma uno smilzo pareggio resta un pareggio e non una valanga. E dovrebbe suggerire di ricucire invece che di spaccare.

Credo sia a tutti evidente il significato della maggioranza dei due terzi dei voti prevista dallo Statuto per la delibera di revoca. Si tratta di essere ben certi che un atto di tale rilevanza sia condiviso dalla stragrande maggioranza, mettendo il rabbino al riparo dalle contese e dalle opposizioni ideologiche. È dunque visibile a tutti che l’attuale revoca di rav Somekh è invece un atto strettamente politico. Nel senso che è una delibera approvata col concorso dei voti di una sola tra le parti politiche rappresentate in consiglio. E non mi stupirei se il Collegio del riesame attualmente al lavoro decidesse addirittura di non entrare nel merito della delibera e di trovare invece in questa constatazione elementare la sua risposta definitiva.

Ma che la maggioranza sia del cinquantuno o del novantotto per cento, il problema vero è ancora oltre. Che senso ha in una democrazia una lista elettorale che presenti come proprio centrale punto di programma la rimozione di un funzionario? In quale pur esasperato spoils system si può assumere come valore un rabbino in sintonia con la maggioranza? Il rabbino è di tutti. Il rabbino è una istituzione. Il rabbino è una regola.

 

6 - Esiste un diritto di appartenere alla Comunità, come diceva il consigliere Montagnana? Tutti sappiamo quanto è acceso il dibattito sul livello di cautela che i rabbini tengono nel giudicare un ghiur. Durante il regno di rav Somekh molti sono diventati Ebrei (li si incontra ancora quasi tutti al tempio il sabato mattina), molti non lo sono diventati, e la loro richiesta era davvero indifendibile. E infine probabilmente per qualche caso, come è ovvio, è forse possibile sostenere che un maggiore ottimismo e senso della scommessa sarebbero stati premiati. Ma è la prima volta che sento dire che l’appartenenza alla Comunità è un diritto. Ogni opinione merita rispetto, ma se un rabbino può essere revocato con il voto di chi considera l’appartenenza un diritto, la secolare, miracolosa, equilibristica tradizione unitaria dell’ebraismo italiano, oggi a volte con l’aspetto di fragile tregua armata, è destinata a crollare a catena come un castello di azzime. Lascio tranquillo il Collegio, ma non mi stupirei se nel frattempo qualcuno anche tra i più aspri detrattori di rav Somekh avesse cominciato ad intravedere, nello Statuto o nella propria coscienza, dei gravi motivi per tenerselo invece ben stretto.

 

Giulio Tedeschi