Memoria

 

Una memoria per crescere

 di David Sorani

 

Anche quest’anno, e forse più ancora che negli anni scorsi, il Giorno della Memoria ha assorbito la nostra attenzione e il nostro tempo, trasformato ormai quasi in “mese della memoria”. Anche quest’anno il rischio della ritualità ripetitiva, quella sorta di obbligo del ricordo che dall’inizio di gennaio mobilita istituzioni, scuole, insegnanti, storici e operatori culturali in genere si è puntualmente riaffacciato, sfidando ideatori e organizzatori alla ricerca di iniziative nuove e interessanti. Anzi, la mobilitazione delle istituzioni per questo appuntamento ormai decennale sembra crescere da un anno all’altro, fino ad assumere un carattere politico, fino a divenire un’occasione utile ad acquisire consensi. Forse in questa rincorsa continua a essere tra coloro che celebrano c’è qualcosa di eccessivo, una perdita del senso reale della giornata. Eppure, in fondo proprio sull’obbligo e sulla scadenza da calendario essa si fonda. E la sfida dell’appuntamento costante non va abbandonata, pena il rischio opposto, quello di lasciare cadere piano piano tutto nell’oblio, anch’esso abitudinario. Ma per dare un senso costruttivo all’abitudine della memoria, per far sì che essa non divenga paradossalmente il corrispondente della perdita della memoria attraverso una ripetitività stanca e un progressivo svuotamento di contenuti e di senso, occorre che la consapevolezza della memoria, la partecipazione continua e vigile siano tenute vive dalla conoscenza, dalla ricerca di vicende, situazioni, dimensioni non ancora note ed esplorate. Il Giorno della Memoria dovrebbe insomma trasformarsi in un’occasione - certo non l’unica - di approfondimento, di analisi per aggiungere profondità e contenuti alla consapevolezza collettiva. In questo modo la scadenza annuale cesserebbe di essere una semplice consuetudine per divenire uno stimolo all’indagine; ne guadagnerebbero sia la quantità e lo spessore delle conoscenze, sia la qualità etica e formativa del ricordare.

Credo che le iniziative torinesi di gennaio-marzo 2010 possano complessivamente inserirsi in questa visione costruttiva d’assieme. Le mostre, innanzitutto. Le due organizzate dal Museo Diffuso puntano su due vicende umane particolari, legate alla gioventù nel suo confronto con la violenza dell’esclusione nazifascista: l’itinerario biografico e umano di Anne Frank e della sua famiglia da un lato (Anne Frank, una storia attuale, sede del Museo Diffuso sino al 21 marzo); l’amicizia e la formazione comuni di un gruppo di giovani (quasi tutti) ebrei torinesi di fronte al precipitare degli eventi: le leggi razziali, l’antifascismo, la guerra, la resistenza, la deportazione, il ritorno (o il non ritorno), dall’altro; quegli amici si chiamavano Emanuele Artom, Primo Levi, Luciana Nissim, Wanda Maestro, Silvio Ortona, Eugenio Gentili Tedeschi, Franco Momigliano, Bianca Guidetti Serra, Alberto Salmoni (A noi fu dato in sorte questo tempo 1938-1947, Archivio di Stato Sezioni Riunite in Via Piave 21, sino al 20 marzo). Iniziative, queste due, che espressamente possono e vogliono favorire il coinvolgimento diretto dei giovani d’oggi di fronte a giovani di ieri travolti da eventi drammatici e decisivi. L’esposizione dei disegni di Bruno Schulz alla Casa del Teatro Ragazzi ha documentato e caratterizzato la figura di una geniale personalità qui forse poco nota. La mostra 1938-1945. La persecuzione degli ebrei in Italia, presso la Prefettura di Torino, ha dato un valido contributo di informazione precisa e dettagliata alla cittadinanza ancora in parte all’oscuro di cosa è veramente stato l’antisemitismo fascista. E poi i convegni: quello di carattere più strettamente storico e di alto livello scientifico svoltosi a Palazzo Lascaris il 28 e il 29 gennaio (La deportazione dall’Italia nei lager nazisti 1943-1945, a cura del Dipartimento di Storia dell’Università, dell’Istoreto e della Comunità Ebraica di Torino) e quello dedicato dallo stesso Istituto Storico della Resistenza di Torino alla dimensione straniante e lacerante del “viaggio” nella Shoah e in tutto il Novecento (Il grande viaggio, Centro Incontri della Regione, 27 gennaio), assai stimolante e istruttivo per gli studenti delle scuole superiori. E ancora presentazioni di libri, di film, di documentari (come quello su Caprino di cui parliamo qui sotto), dibattiti, conferenze.

Tutto molto bello e molto formativo. Ma forse ancora troppo esclusivamente legato all’esigenza dell’occasione. Tutto condito col sapore inconfondibile - e magari anche piacevole - del bombardamento massmediatico, dell’evento culturale da incorniciare. Forse sarebbe opportuna una più metodica e sistematica progettualità rivolta ai giovani e alle scuole. Sarebbe auspicabile un coinvolgimento più diretto e continuo degli istituti scolastici, probabilmente attraverso lo stesso Ministero dell’Istruzione, e a livello locale attraverso le Direzioni generali. Sì, perché la memoria - interconnessa saldamente a una consapevolezza storica di base - è elemento essenziale per l’educazione dei giovani, è o dovrebbe essere il pane quotidiano con cui crescere, con cui maturare alla coscienza civile e politica. Per questo il rapporto tra Istituti Storici, Musei, Istituzioni culturali da un lato e scuole dall’altro dovrebbe a mio parere andare ben al di là dell’eccezionalità del momento, della data annuale sul calendario; dovrebbe invece essere stretto e continuo, con visite programmate, iniziative comuni, ricerche di approfondimento, incontri di testimonianza regolarmente inseriti ogni anno nei programmi dei singoli docenti. Non è la luna. Un recente viaggio didattico di formazione in compagnia di altri colleghi insegnanti mi ha per esempio rivelato che tutto questo in Francia è semplicemente la norma. Presso i Musei della Resistenza e della Deportazione di Lione, di Nantua, di Grenoble è consuetudine quasi quotidiana incontrare scolaresche in visita o impegnate in autonome ricerche. Per non parlare della Maison d’Izieu, fattoria nell’Ain da cui nel 1942 i nazisti di Klaus Barbie deportarono 47 bambini ebrei di tutta Europa lì rifugiati per iniziativa dell’OSE. Oggi (e dal 1994) è un centro nazionale di memoria e di educazione alla pace, tappa obbligata di studenti e di studiosi; luogo di documentazione, di riflessione, di immedesimazione, in cui gruppi di ragazzi di oggi si muovono attenti, cercando di ricostruire l’itinerario di quei bambini di allora attraverso l’Europa martoriata dalla guerra.

Questa è memoria formativa, o meglio formazione attraverso la memoria. Ben oltre e ben di più dell’evento culturale.

 

David Sorani