Memoria

 

Treno della memoria 2010

 

Siamo Stefania Cornaglia e Nicole Matteini, due studentesse del Liceo Sociopsicopedagogico “D. Berti” di Torino. Abbiamo avuto la fortuna di essere state scelte, insieme ad altri 700 studenti di varie scuole piemontesi, per partecipare al viaggio del “Treno della memoria”, progetto dell’associazione Terra del fuoco, sostenuto economicamente dai comuni e dalle province piemontesi. Siamo partite il 20 gennaio: destinazione Krakow con l’obiettivo di visitare Auschwitz-Birkenau. Ecco le nostre impressioni.

 

Arbeit macht frei: subito, oltrepassata questa scritta, il paesaggio subisce una radicale metamorfosi col mutare del mio stato d’animo. La consapevolezza di ciò che è avvenuto fra questi edifici ed alberi innevati, sotto questo cielo, causa in me, nelle mie viscere, un subbuglio profondo e doloroso: ora ciò che appare alla mia vista è terribile. Mi colpiscono dei disegni che descrivono la quotidianità del campo opera di ex deportati polacchi sopravvissuti all’inferno. Le SS sono statuarie, vanno persino oltre i canoni a cui i greci ci hanno abituati, i deportati sono identici nel corpo e nell’anima, una massa ordinata passiva, arresa, terribilmente triste, stanca. I prigionieri agli occhi delle SS sono qualcosa di diverso da uomini, sono numeri, stuck da eliminare.

L’obiettivo è quello di creare una macchina perfettamente razionale, in grado di determinare un ritorno allo stato di natura: l’istinto di sopravvivenza domina la morale, vige la legge darwiniana del più forte, non c’è tempo per pensare o per lasciare spazio alla solidarietà e quindi ad un’ eventuale rivolta, si è soli contro tutti. Questo pensiero scatena in me uno stato d’angoscia vissuto raramente prima. Non riesco a non ipotizzare che, alla luce di questo fatto e di molti altri simili, il male possa essere intrinseco nell’uomo e che si manifesti appena se ne presenti l’occasione e soprattutto se sostenuti da un gruppo. Il “pugno nello stomaco” cresce nel momento in cui ho un contatto diretto con i volti dei deportati impressi in fotografie scattate al loro arrivo al campo. Come libri, nei loro occhi si possono nitidamente scorgere paura, angoscia, profondo disorientamento, arrendevolezza. Su proposta degli animatori, ognuno porterà con sé il nome di uno di loro: ricordate con me Antonina Kawalec perché tramite la memoria si possa combattere il male e magari l’umanità smetterà di perseverare nell’errore.

Questo viaggio mi ha cambiata, respirare la morte non può che lasciare un segno indelebile nell’animo. Se potete fatelo anche voi. Concludo riportando la frase incisa sul monumento internazionale:

“Grido di disperazione ed ammonimento all’umanità sia per sempre questo luogo dove i nazisti uccisero circa un milione e mezzo di uomini, donne e bambini principalmente ebrei da vari paesi d’Europa.”.

Stefania Cornaglia

 

 

Esperienza nuova, diversa, ricca di emozioni, sicuramente un’esperienza di vita che resta davvero nella memoria di chi la vive.

Abbiamo visitato Auschwitz-Birkenau due giorni prima del rientro a casa. Siamo arrivati di mattina e siamo stati “fortunati”, era una giornata di sole, pochi gradi sotto lo zero. Il freddo si faceva sentire ma nessuno di noi osava scambiare questo pensiero con il proprio vicino. Non sarebbe stato rispettoso per i milioni di persone che il freddo, il vero freddo, l’hanno patito davvero in quegli stessi luoghi anni prima.

Uomini, donne, tutti vestiti con pigiami, casacche, forse sarebbe più appropriato chiamarli stracci, perché è quello che erano in realtà. E noi, vestiti con le nostre maglie termiche, le nostre tute da sci, i cappelli, le sciarpe di calda lana, non potevamo permetterci di lamentarci.

Quando arrivi lì tante domande che, nella quotidianità, nella vita di tutti i giorni il tuo cervello non si pone, vengono a galla. Perché? Com’è potuto accadere? E le risposte che ricevi purtroppo ti rendono solo più triste. Per esempio alla domanda “Ma qualcuno sapeva cosa accadeva là dentro?” la risposta arriva come un pugno nello stomaco: tutti sapevano, dalle compagnie ferroviarie, alla popolazione che abitava a pochi km dalle fabbriche della morte. Tutti erano al corrente dell’orrore che si consumava là dentro.

Questa è la cosa che mi ha colpito di più, che mi sono portata a casa, e che spero mi renderà capace di crescere avendo capito che non c’è niente di più terribile o crudele di far finta di non vedere.

Noi ci illudiamo che non capiterà mai più, ma purtroppo non vediamo che nelle piccole cose quotidiane siamo razzisti, siamo ignoranti della cultura e della storia altrui.

Il treno della memoria è un’esperienza, anzi un’occasione, che serve per non rischiare di dimenticare quello che è stato e per capire che, se siamo in grado di aprire gli occhi su quello che accade tutti i giorni, forse una tragedia come quella accaduta durante la seconda guerra mondiale, che ha macchiato di vergogna la storia e l’intera umanità, non si ripeterà mai più.

Nicole Matteini