Memoria

 

Il topo di Oswiecim e l’oblio di Auschwitz

di Marco V.Borghesi

 

Nel gelido pomeriggio di gennaio, dopo circa sessant’anni, l’ingresso è spalancato. Lì c’è ancora la torretta col sottopasso del binario ferroviario: Auschwitz II, ovvero Birkenau. Fuori, la strada col parcheggio; dentro, a perdita d’occhio, una landa piatta e desolata. A sinistra, è segnata da basse costruzioni allineate in laterizio. A destra, restano eretti i camini in mattoni di cui le baracche in legno, all’oggi quasi tutte scomparse, erano dotate. Le baracche erano in origine delle stalle lì trasferite, e poi moltiplicate in copie conformi, a decine. In fondo, dov’erano i forni crematori, ora c’è un monumento per le commemorazioni. Intanto, si percorrono le strade interne del lager, le sue esasperanti geometrie, la sua spazialità degna di un teorema abnorme, poiché incontenibile già nello sguardo. Scarsi i riferimenti: una distesa bianca di neve, i filari delle baracche, i reticolati doppi, le torrette di guardia. In distanza, oltre la spianata delle cerimonie, la campagna polacca e i filari delle betulle invernali: alberi spogli, ma di ramaglia fittissima, come miriadi di crepe nel cielo grigio, uniforme. - Mentre si camminava tra quel silenzio assiderato, un topo campagnolo, quelli di coda corta, è sbucato da un cunicolo nella neve e si è messo a rovistare zampettando. Non c’era nulla, soltanto neve; forse zampettava per il freddo, per tenersi arzille le zampine. Era del tutto indifferente agli occhi umani che lo fissavano in quel momento: come se non ci fosse nessuno, o nessuno potesse far nulla per lui, né contro né a favore. Magari anche gli uomini che furono reclusi lì, sessant’anni fa, avevano tirato avanti nella neve senza sentire su di sé gli sguardi dei posteri: quando si soffre e si muore senza speranza, importa poco o nulla della storia e di chi la scriverà; poco o nulla di chi potrà un giorno ricordare. Ma poi: ricordare che cosa? Non si conoscono davvero i loro volti, né le loro vicende, né i loro pregi personali se non tramite dei libri: poche pagine scritte. Non si riesce a immaginare la loro fame e la loro disperazione, perché di rado la si prova fino a quel punto. Non si riesce quasi più a comprendere l’emarginazione secolare che li aveva portati fin lì, perché forse nemmeno i loro aguzzini se ne fecero un’idea chiara: alcuni di essi agirono macchinalmente, senza pietà, per ribrezzo nei confronti di quegli esseri “inferiori” che, tuttavia, avevano resi tali con privazioni e violenza. Ed ora, eccoli là, tutti insieme: gli ebrei con gli omosessuali, con gli zingari, con i comunisti. Una massa repellente e insopportabile, repliche irrilevanti e nauseanti di Filottete, di Giobbe: a migliaia, a milioni, scaricati dai treni in quella ordinatissima pattumiera. - Si sa che è successo e che bisogna ricordarlo. Eppure... Perché si raccomanda di nuovo la necessità del ricordo? Per l’enormità dell’evento, certo; per la sua scala industriale, imperturbabile e sistematica. Per la centralità delle categorie culturali, politiche, religiose che l’hanno promosso o permesso, categorie che stanno ben piantate nel fondo della cultura europea: vero anche questo. Infatti, potrebbe capitarci di nuovo, prima o poi. Chi ne dubita? Anzi, il disprezzo ontologico e la completa calcolabilità degli umani, secondo schemi da scaffale ordinato, è una risaputa conquista della modernità, e della sua tecnica. Se una qualche efficienza lo richiede, si è pronti oggi più che mai a ignorare, a sottostimare, a condannare all’ingrosso. Insomma: noi ne siamo ancora capaci, in una qualsiasi forma, poiché solo l’efficienza ci plasma e solo lo spettacolo ci commuove. Noi ne siamo sempre capaci, già che il moderno esige per principio la rimozione dell’antico, del passato, di ogni vera tradizione. Auschwitz è il monumento a ricordo non solo delle vittime dell’antisemitismo, ma di fondamentali ed efferate categorie della civiltà occidentale. Eppure...

Lì, nel lager in disarmo, prevale l’inverno. Neve. Neve che pareggia i toni, e le forme, e le diversità. Prospettive orizzontali, accentuate dai filari degli alberi in distanza, che a mala pena separano la terra dal cielo. Di vivo, c’è un filo di fumo che sale da una cascina abitata da contadini polacchi, laggiù. Ma è una vivacità che cita altri fumi funerei, e che spiace. Di vivo, ancora, c’è un corvo nero sul ramo; osserva tutt’intorno, forse vede anche il topo terricolo che continua a zampettare. Manda nell’aria il suo cro cro monotono, millenario. Fuori, oltre l’ultimo filo spinato, dopo la torretta estrema coperta di scandole, c’è un ruscello che scorre infossato nella neve: gorgoglia, così come gorgogliava decenni or sono. E il topo novello, incurante dei secoli, dei decenni, del ricordo e delle stagioni, si scuote il pelo rossiccio e controlla che il suo buco non frani; lo rassoda e si gode la neve di quest’anno come fosse neve sempiterna. La memoria non è naturale; naturali sono ciò che noi chiamiamo leggi cosmiche, ripetizioni costanti senza eccezione e senza redenzione; evoluzioni, estinzioni e incidenti senza colpe, o senza vergogne. La memoria storica, invece, è un obbligo faticoso che compete a chi vive nel tempo, a chi è fatto di tempo. I corvi, i topi, la neve: essi sono eterni, anche quando sfumano in un giorno.

Sui campi di Auschwitz sono molti coloro che passano con la macchina fotografica in mano, molti che scattano istantanee, molti che addirittura si mettono in posa per l’immagine souvenir, quella che si porta a casa, da far vedere agli amici. Tanti souvenirs fanno una memoria? Molti visitatori hanno gli occhi lucidi, o spaesati, molti sono presi dall’orrore postumo, molti sono affranti dalla disumanità qui avvenuta e sembra che protestino col cuore in tumulto contro l’abiezione della storia, ovvero contro il dio che sta nascosto nel tempo; molti vorrebbero pregare e insieme bestemmiare. Forse, il luogo è tale da rendere santa la bestemmia. “Se Dio esiste, mi dovrà chiedere scusa” si legge sul muro di una cella, da qualche parte. Ma chi va ad Auschwitz deve starsene, invece, per conto proprio. Bisogna disporsi in solitudine, col volto esposto alla distanza, guardando oltre l’ultimo filo spinato: nei campi di Oswiecim, puoi tentare di sentire la stessa paura, o il medesimo desiderio di fuga, che pulsarono nello sguardo di vittime ignote. Da questo medesimo punto terrestre, altri esseri umani posarono lo sguardo sulle identiche coltri invernali, verso i filari nudi delle odierne betulle, o delle loro antenate eterne. Proprio da qui, esattamente da qui, dei disgraziati in stracci a strisce guardarono con orrore nel vuoto circostante, e lo videro per l’ultima volta. Per l’ultima volta! - Per questo, oggi, l’unico sentimento che pare decente è una forma sconvolta del sublime: impasto del tremendo e del fragile. Tremendo come l’affronto senza motivo, imposto da uomini organizzati con l’autorità sovrana che compete solo agli dèi. La supremazia della forza, che è però un dato culturale, trasforma l’uomo sottomesso in elemento naturale: risorsa o scarto che sia. E sopra di lui: altri uomini diventati grandine parlante, indiscutibili, inflessibili ma, pur sempre, incarnati nella propria possibilità arbitraria, automatici e pensanti, impassibili e ossessionati. Tremendo come tutto ciò che riguarda un’ineluttabile forza soverchia, che pure è soltanto aleatoria e dunque predisposta a svanire nel tempo. - Noi siamo nel tempo con la modalità dell’oblio, non del ricordo. Anche per ricordare dobbiamo selezionare e lasciar perdere moltissimo, troppo. Il tremendo di Auschwitz è sublime perché affetto da debolezza palese, umbratile nella sua enormità sanguinosa, pronto a svanire sotto la neve come non fosse mai accaduto. Senza uno sforzo di immaginazione, la realtà storica è muta, è solo campagna, e corvi e topi perenni: una realtà senza significato. Anche la geometria dell’impianto non tiene: scende la neve, la ruggine corrode, le intemperie appiattiscono, e tutto torna irrilevante. Occorre dunque aiutare la storia: la quale, come dio, non ha forza di esistere. Vorrebbe, ma non può. Le serve il nostro aiuto, la nostra attenzione, la nostra cura.

Mi spiace il culto di moda, la fotografia di gruppo vicino al forno crematorio, la celebrazione applaudita, la parola di circostanza, la cerimonia da calendario, la fiaccolata a comando. Ma sbaglio, perché i misfatti di Auschwitz si impongono al di là del momento giornalistico. Eppure: di quanti errori, di quanti delitti, di quanti abusi ed orrori possiamo farci carico? Ce ne sono davvero di essenziali, di epocali? O tutti lo sono? O nessuno, alla fine, rimane? E poi: vale solo perché “potrebbe ancora accadere”? E se non potesse più accadere? O se non potesse solo per la totale estinzione delle vittime? O per il silenzio in cui sono precipitate? - Tra cento anni, nelle scuole italiane ed europee, vi sarà ancora cordoglio per Auschwitz? Vent’anni fa, per lo più, non se ne sentiva parlare. Poi, di certo, tra cent’anni saremo tutti morti; di certo, tra cent’anni vi saranno altre vittime e predatori, nuovi soprusi e sfruttamento, nuove catastrofi storiche su scala mondiale. Se l’escatonnon esiste, ci aggiriamo a vanvera nei secoli e il colmo non è mai stato raggiunto; Auschwitz sarà sempre possibile, da qualche parte, magari non proprio qui ma un po’ più in là, dietro l’angolo o sull’altro continente. Dunque: è inutile rinnovare la memoria? C’è rischio di trasformarla via via in una semplice sequenza di souvenirs? Di brevi, emozionanti esperienze? Di quanta inutilità è fatta la vita degli uomini! Sapere che il mondo è soltanto ciò che accade, sapere che non c’è nulla di nobile, nulla di infimo, nulla di atroce: siamo noi, soltanto noi, carichi d’illusioni, ardenti di entusiasmi, disposti allo spreco del nostro poco, siamo noi a segnare una traccia che sembri buona nel mare indifferente delle cose. Ad Auschwitz c’è un topo che scava, che si friziona il pelo, che si compiace della vita; non sente gli sguardi su di sé, com’è nell’atarassia dei veri maestri. Ad Auschwitz ci sono molti visitatori, ma il genius loci è un piccolo topo. Insegna girato di spalle, senza usare parole. Insegna non sapendo di farlo, e la sua lezione riguarda il tremendo che si sbriciola, l’orrore che non regge, l’erba che cresce sulla tomba di cenere e la dimentica nel proprio fiore di campo. Così, chi se ne va di lì dovrebbe portar via con sé la lezione appresa: sublime è la storia perché terribile e, al contempo, fragile. Terribile perché ne siamo sempre stati capaci, fragile perché fatta di tempo, ovvero di ripetuta dimenticanza.

Non si può fissare per bene il topo campagnolo, dopo aver allungato lo sguardo nelle brume della distanza, nel vuoto oltre i reticolati di Auschwitz, verso i campi di Oswiecim. Il fremito vitale che lo anima ne sfoca il profilo. Intanto, lungo i percorsi interni del Lager, c’è qualcuno che scatta fotografie, qualcuno che porta bandiere, qualcuno che sbuffa dal freddo accendendo una candela, qualcuno che bisbiglia commenti. Bisogna uscire da una porta secondaria, per dove non passa nessuno, e camminare senza meta. Stavolta si guarda il Lager dall’esterno, stando in un punto qualunque della campagna circostante, nella neve; lo si vede fosco e incerto come l’avrebbe scorto un contadino allo sbando, o un soldato sovietico in avanscoperta nel gennaio del 1945.

Una solitudine senza speranza di communitas. - Anche il corvo, sparito.

“Gli animali non sono la meta;
ma sono indispensabili per arrivarci”.

(Walter Benjamin)

 

Marco V. Borghesi