Memoria

 

Storia e memoria:
nella diaspora e in Israele

di Alfredo Caro

 

È bene precisare, all’inizio, quale impostazione voglio dare al mio dire nel riflettere sulle relazioni fra storia e memoria.

Il concetto di storia e quello di memoria - e le loro relazioni - cambiano di significato - per noi ebrei - se si prendono a considerare dal punto di vista diasporico - inteso come lunghissimo periodo di “esilio” - o da quello che potrà avere nello Stato di Israele.

Noi ebrei, “esiliati” da più di duemila anni, non abbiamo “vissuto la storia”; siamo sempre stati soggetti passivi e minoritari; la nostra prevalente e costante preoccupazione è stata quella di “sopravvivere”; e in gran parte ci siamo, fino ad oggi, riusciti. E ciò è stato possibile perché abbiamo “ridotto” la nostra storia “soltanto” alla nostra memoria; tutta la nostra cultura mishnica e talmudica, kabbalistica letteraria ecc.., ha forgiato, come continuo commento - e commento del commento - della Torah, la nostra tradizione, una tradizione generata dalla condizione esilica, prevalentemente esistenziale, e, fino all’emancipazione, quasi esclusivamente religiosa. E tutta la storia biblica passata è stata percepita da questa prospettiva “memoriale”. Prototipo di questa condizione di “migrante” è stata vista la figura di Abramo. Ed essa dura tuttora ed ad essa aderiscono con convinzione soprattutto gli ebrei assimilati moderni, ma, con altre motivazioni, anche quelli più osservanti. Solo con lo svilupparsi del movimento sionistico si è persa graduale consapevolezza, dal punto di vista meramente storico, che c’è stato un periodo della nostra storia, anche se di breve durata, in cui la nostra vita non è stata soltanto di esilio, ma indipendente, relativamente, in un particolare territorio, Israele, la terra biblicamente promessa. Al modello di Abramo, valido come figurazione di “memoria” storica della nostra condizione esilica si è andata contrapponendo, nel moderno pensiero sionista, la figura di David.

Per millenni siamo “sopravvissuti” attraverso la nostra memoria; da poco più di 60 anni con la rinascita di Israele come Stato - e se durerà nel tempo - gli ebrei potranno ricominciare a “fare “storia”.

Solo nello Stato di Israele si potrà realizzare la “rivoluzione copernicana” nei rapporti fra storia e memoria: non più vedere la storia dal punto di vista della memoria, ma, all’opposto, vedere la memoria dal punto di vista della storia. Certo questo radicale capovolgimento farà assumere alla memoria un movimento strano, un movimento verso il futuro, anziché verso il passato: un ritorno … al futuro. E, devo dire, nella tradizione religiosa ebraica questo atteggiamento non era ignorato; era, e lo è ancora, espresso dal messianico la forza della memoria passata ha quasi minore importanza di quella futura.

In questo senso storico, e non soltanto religioso, oggi possiamo dire che siamo più compiutamente che nel passato entrati nell’“era messianica”.

Riguardo, poi, alla nostra memoria passata, Israele ha una possibilità che a noi, invece, non è data: quella del “diritto all’oblio”: focalizzare le sue energie verso il “fare storia” - “vivere” e non solo “sopravvivere” - può costringerlo a questo “diritto”, a “dimenticare”; il ché, vuole dire “non ricordare”, ma ricordare dall’angolatura del futuro e non da quella del passato. Noi diasporici non possiamo dimenticare perché la nostra memoria è la sola nostra storia. Noi, attraverso le nostre vicende di esiliati-storicamente subìte, ma perennemente “rivitalizzate” dalla nostra memoria, non siamo usciti dal nostro esodo, dal nostro continuo migrare; e spesso gli studiosi non ebrei - e a noi benèvoli - ci riconoscono come “figli” di Abramo, come popolo “migrante” e noi, memorialmente, approviamo.

Vorrei qui approfondire questo punto. Scrive Massimo Cacciari nel presentare il primo libro (di sette) di E. Jabés “Il libro delle interrogazioni” “La tradizione (memoria) si rappresenta, a guardar bene come perenne ricordo-esegesi dei momenti decisivi del Popolo, di quei momenti, cioè, in cui essi sono chiamati a riprendere il cammino, a rinnovare il proprio nome di migranti, a “ritornare” al proprio esodo”. Quanto qui scrive Cacciari può essere condiviso soltanto se si vede il nostro passato dal punto di vista della nostra tradizione (memoria). Non sono però d’accordo con lui se guardiamo quel periodo non solo dalla nostra “memoria”, ma anche dalla nostra “storia”; da David e non soltanto da Abramo. Oggi Israele può guardare al suo futuro anche da David. Se si considera solo Abramo ha ragione Cacciari: i momenti decisivi, però soltanto della nostra “sopravvivenza” - anche se fu già molto, viste le condizioni in cui per secoli ci hanno costretti a vivere - sono stati i rinnovamenti del cammino e i ritorni “all”’esodo; ma oggi,con la rinascita dello Stato ebraico si può guardare da un’altra prospettiva, meno drammatica rispetto al passato, non più essere il nostro “cammino” da un esodo all’altro, ma, finalmente, fuoriuscire “dall”’esodo.

Noi, ebrei diasporici, ci ricordiamo e di Abramo e di David, ma viviamo, sopravviviamo nella condizione esistenziale di Abramo, come migranti, da Abramo a David e dalla deportazione babilonese fino ad oggi, quasi senza soluzione di continuità; Israele può “recuperare” storicamente David pur mantenendo la “memoria” di Abramo, Israele può in condizioni molto migliori delle nostre dinamizzare fra David ed Abramo; a noi rimane, nelle sue molteplici sfaccettature, soltanto la cultura “memoriale” abraminica; ma domani - e se lo Stato ebraico dura - “ula’i”, forse… “Forse” possiamo tornare ad essere creativi ed innovativi, non soltanto, come nel passato della nostra memoria, ma anche della nostra storia.

Vorrei, ora, riflettere su quanto espresse, or sono più di 60 anni fa il pensatore, nato a Madrid, vissuto lungamente negli Stati Uniti, in una sua opera, G. Santayana e ripresa da tanti altri scrittori, fra i quali anche il nostro Primo Levi: “chi dimentica il passato è condannato a riviverlo”. Ebbene: questo appello alla memoria non è certo rivolto a noi ebrei della diaspora ed è per noi irricevibile. Noi, infatti, noi ebrei del galut - nel nostro lunghissimo periodo esilico, - abbiamo fatto della nostra memoria ebraica la “guida” spirituale e delle nostre molte persecuzioni subìte patrimonio incancellabile delle nostre angosce, noi, queste ultime, non le abbiamo dimenticate; eppure siamo stati costretti a riviverle. Noi, cioè, pur ricordando, siamo stati “condannati ” come coloro che le hanno dimenticate o che possono dimenticarle. E per rispetto dei nostri fratelli trucidati non dobbiamo dimenticare, anche se l’esito di quel ricordo è sempre, per noi, deprimente.

Ma per lo Stato ebraico l’esito può essere diverso; l’esito - e la sua eco - potrà essere altrimenti.

Un breve accenno storico. L’Yishuv - negli anni 45-48 - pur facendo più del possibile per fare emigrare in Palestina il maggior numero di ex-deportati dai campi, ha mantenuto nei confronti della diaspora quella convinzione che aveva prima della Shoah, cioè quella - detta cananeismo, che tendeva a dissociare la sorte di Israele da quella del galùt; e questo atteggiamento è continuato anche nei primi anni dopo la fondazione dello Stato: il sionismo si era prospettato un “nuovo ebreo” antitetico alla figura dell’ebreo diasporico, del quale si “vergognava” per il modo col quale si era fatto sterminare e per il quale nutriva un malcelato disprezzo (e molti ebrei ex-deportati ricordano come furono accolti in Palestina con freddezza e con sospetto). Dopo il processo ad Eichmann molto cambiò. Crebbe gradualmente una “riappropriazione” della condizione diasporica; vi è stata - come afferma Bensoussan - una “ebraizzazione” dell’israeliano; e questa come conseguenza del persistere “del conflitto arabo-israeliano e del senso d’insicurezza crescente”. Derivante dalla politica di potenziamento, anche con forme terroristiche, di accerchiamento di alcuni Stati arabi: Da allora la Shoah è diventata patrimonio della “religione civile” dello Stato. Ad un primo periodo di “debole” memoria è seguìto un trentennio di “ipermnesia”, una “saturazione” della memoria. Oggi, da alcuni anni, vi è una reazione a tutto questo.

Oggi alcuni intellettuali e studiosi temono tutto ciò,che lo Stato vada “assimilandosi” alla condizione diasporica, fra questi Y. Elkana che si appella al “diritto all’oblio”; egli afferma “secondo me la Shoah plasma in modo morboso la concezione della vita di molti israeliani. Affermo che ogni filosofia ed ogni concezione della vita che ha la sua sorgente nella Shoah è una catastrofe. Senza trascurare affatto l’importanza della memoria collettiva, l’atmosfera deleteria se non morbosa nella quale il nostro popolo pensa il proprio presente e prepara il proprio avvenire in relazione a questo passato è una catastrofe per il nostro futuro”.

…La permanente ingiunzione a ricordare mette in pericolo le fondamenta stesse del nostro Stato democratico. Ciò che per me è certo è che dobbiamo dimenticare. Occorre liberare le nostre vite dal fardello della nostra memoria storica. Cerco soltanto di battermi perché la Shoah cessi di essere l’asse portante della nostra esistenza nazionale. È grande il rischio che il ripiegarsi sulla memoria-storica ebraica, e in particolare sulla catastrofe genocidaria, si trasformi in profezia auto realizzatrice”.

Altrove ancora affermava che “una memoria collettiva israeliana centrata sul genocidio sarebbe per Hitler una vittoria postuma”.

Un altro studioso, Moses, parlando se è ancora opportuno che la gioventù israeliana continui a fare viaggi del “ricordo” ad Auschwitz, afferma che bisognerebbe modificare il contenuto e dare a questo viaggio un “altro” significato aprendo ad una riflessione universale antinomica rispetto al “ripiegamento” impaurito su di sé.

Per concludere. Al di là delle strumentalizzazioni politiche che, oggi, si possono trarre da queste considerazioni, vi è, al fondo, un’impostazione storica di rilievo, la quale non fa che riprendere le analisi storiche - della metodologia storiografica tedesca e che tanto spazio ebbe nelle pionieristiche ricerche dell’Università di Gerusalemme e che ora comincia a riemergere: mi riferisco agli studi di Ben Zion Dinur e al suo tentativo di dare dignità scientifica anche alla tragedia che ci aveva recentemente così colpito.

Questa insistenza sull’approccio storico su quello memoriale espresse dicendo che la storia doveva prevalere sulla memoria. Ma solo Israele, credo, può “capovolgere” il rapporto fra storia e memoria.

E di fronte al diffondersi dell’assimilazione e nel proseguire, inarrestabile, nell’Europa ebraica del processo di secolarizzazione, quando, per dirla con Yerushalmì, i muri della fede vacillano, la storia viene in aiuto agli “ebrei perduti”; la base dell’identità ebraica tradizionale migra dalla fede alla memoria, rinnovata dal senso della storia.

 

Alfredo Caro