Memoria

 

Evian, l'occasione mancata

di Silvana Calvo

 

Nella primavera del 1938 il presidente degli Stati Uniti Franklin Delano Roosevelt convocò una “conferenza intergovernativa” che si sarebbe tenuta dal 6 al 14 luglio a Évian, una cittadina francese sulla sponda meridionale del Lago di Ginevra. Lo scopo che si prefiggeva era di mettere a punto una politica coordinata e condivisa a favore degli ebrei che avevano lasciato o stavano per fuggire dal Reich tedesco. Infatti in quel momento, dopo l’occupazione germanica dell’Austria, la questione si poneva con urgenza. Se fino ad allora la partenza degli ebrei dalla Germania aveva potuto svolgersi con una relativa regolarità nell’arco di cinque anni, la fuga di quelli residenti in Austria si configurò fin da subito come un esodo di massa. Dai resoconti dell’epoca si scopre che si temeva che nel giro di poco tempo sarebbero fuggite altre 50.000 persone in cerca di asilo. Oggi sappiamo che quella valutazione, che tanti timori sollevava, era alquanto ottimistica perché, di lì a pochi mesi, le persone in pericolo si sarebbero contate a milioni, non certo a decine di migliaia.

Ci furono subito delle defezioni: come prevedibile la Germania, che aveva creato il problema, respinse l’invito, come pure lo declinò l’Italia che proprio in quei giorni stava dando il via alla campagna antisemita che sarebbe sfociata nelle leggi razziali (il decalogo dei professori razzisti portava la data del 14 luglio). Anche altri paesi che stavano attuando una politica ostile agli ebrei, come la Polonia, la Cecoslovacchia, l’Ungheria e la Romania si astennero dal partecipare.

I paesi presenti alla conferenza furono 31. In occasione della seduta inaugurale, Myron Taylor, portavoce di Roosevelt, venne designato presidente, mentre il francese Henri Bérenger e il britannico Lord Wintertorn assunsero la carica di co-presidenti. Già dai primi giorni si evidenziò il fatto che la preoccupazione principale di ogni delegazione era quella di allontanare da sé ogni possibile impegno e di perorare la causa di un sostanzioso aiuto ai profughi elargito però da altri. Dai giornali pubblicati allora si apprende che i paesi europei si lamentarono unanimemente di essere ormai saturi di profughi e di non poterne accogliere altri: così dichiarò la Francia, e nello stesso modo si espressero l’Inghilterra e l’Olanda mentre il Belgio riteneva di dover prima studiare la questione. La Svizzera, per bocca di Heinrich Rothmund, dichiarò di aver già accolto più del dovuto, ossia 4000 rifugiati austriaci, e di voler limitarsi in futuro a fungere da paese di transito. I profughi, secondo gli europei avrebbero dovuto trovare asilo lontano, oltremare e in altri continenti: il rappresentante della Gran Bretagna parlò di ipotetici insediamenti nel nell’Africa sudoccidentale.

Ma anche i paesi lontani avanzavano motivi per i quali non potevano aumentare l’accoglienza. Messico, Honduras, Nicaragua, Costarica, Panama, Uruguay, Venezuela e Perù, oltre all’appoggio morale, avevano poco da offrire, se non un numero limitato di posti ad immigranti specializzati come ingegneri oppure ad artigiani o agricoltori. Il Brasile e l’Argentina si dichiararono disponibili senza però prendere impegni precisi. Gli Stati Uniti, che in seguito all’accorpamento di Germania e Austria avevano addirittura diminuito le quote di immigrazione, non intendevano aumentare il contingente di accoglienza. Il Canada e l’Australia, che facevano parte del Commenwealth, affermarono di poter favorire soltanto immigrati con passaporto britannico.

Una volta stabiliti questi presupposti, le delegazioni si preoccuparono ormai di due sole questioni: ottenere un afflusso limitato e scaglionato e indurre i tedeschi a lasciare ai profughi una parte dei loro averi in modo da non far pesare il costo del loro sostentamento sulle casse dei paesi che li avrebbero accolti. Per negoziare questi punti con la Germania, su proposta degli Stati Uniti e con l’approvazione di Sir Neil Malcom della Società delle Nazioni, fu varata una Commissione permanente con sede a Londra. La creazione della “Commissione di Évian” fu l’unico risultato tangibile scaturito dalla “Conferenza intergovernativa di Évian”. In occasione della seduta conclusiva del 14 luglio vennero pronunciati solenni e compiaciuti discorsi che non riuscirono tuttavia a nascondere il fatto che la conferenza internazionale era sfociata in un fallimento.

All’inizio di settembre venne costituita la “Commissione di Évian” e George Rublee, un avvocato amico personale di Roosevelt, ne assunse la presidenza. Le trattative con la Germania si svolsero in parte a Londra, dove si presentarono inviati tedeschi quali Hjalmar Schacht, Presidente della Reichsbank, latori di proposte che riducevano gli ebrei a merce di scambio per ottenere un aumento del contingente delle esportazioni tedesche verso gli Stati Uniti e l’Inghilterra nonché un afflusso di valuta pregiata verso la Germania. Dal canto loro i membri della commissione intrapresero viaggi a Berlino per negoziare fantomatici “piani Warburg” per l’organizzazione e il finanziamento dell’emigrazione ebraica. In realtà alla Germania interessava unicamente ottenere quanto possibile, non concedere nulla e temporeggiare fino all’inizio della guerra. Dal canto suo la commissione sembrava accomodante pur di raggiungere un accordo, ma il suo compito era reso arduo dal fatto che i paesi che rappresentava non erano disposti a fare sacrifici che, dal loro punto di vista, non avrebbero portato nessun vantaggio anzi, al contrario, alla fine rischiavano soltanto di aumentare il numero dei profughi ebrei da accogliere. Sui giornali apparvero con una certa regolarità comunicati emessi dalla Commissione o dai tedeschi che preannunciavano accordi che all’atto pratico non si sarebbero mai raggiunti. Le trattative si protrassero fino all’immediata vigilia del conflitto, tanto che il 24 agosto 1939, quindi una settimana prima dell’invasione della Polonia, si poteva ancora leggere che la visita a Londra dell’economista germanico Wohltat (ironia della sorte: Wohltat si traduce letteralmente in “opera di bene”!) stava conducendo a una larga intesa tra la Germania ed il “Comitato di Évian”.

La “Conferenza di Évian” non è un episodio di cui si parla spesso perché non si ricordano volentieri le responsabilità di chi, con la propria indifferenza e il proprio disimpegno, omise di dare soccorso agli ebrei in un momento in cui si trovavano sotto grave minaccia e di averli praticamente abbandonati nelle mani di Hitler per farne ciò che voleva.

 

Silvana Calvo