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Includere o escludere

 

Siamo legati da tanti fili, famigliari, culturali, politici, religiosi ad Israele e, specialmente in questo momento di gravi incertezze a causa degli avvenimenti che stanno accadendo negli stati arabi che lo circondano, la nostra inquietudine si fa più forte e la nostra preoccupazione più viva. Con questo stato d’animo abbiamo deciso di pubblicare vari interventi sull’attuale situazione israeliana perché da quel paese riceviamo messaggi angosciati e articoli preoccupati per la deriva razzista, xenofoba che va diffondendosi nel paese. Essi parlano di sondaggi inquietanti (si veda l’articolo di Reuven Ravenna nello scorso numero di Ha Keillah), di proposte di leggi incivili di una destra oltranzista, di rabbini che dimenticano, o interpretano in modo distorto, i principi dell’ebraismo e incitano all’odio e all’esclusione dei cittadini non ebrei, di un governo dichiaratamente illiberale. Alcuni temi si ripetono, e ci scusiamo con i lettori se si troveranno a leggere le stesse informazioni più di una volta, ma abbiamo scelto di pubblicare gli articoli integralmente perché riteniamo significativo che i nostri corrispondenti, differenti tra loro per origini, professioni, formazione culturale e mentalità, abbiano avvertito tutti l’esigenza farci sentire il proprio sconcerto di fronte ai medesimi fatti.

La loro preoccupazione è anche la nostra di ebrei diasporici, ma non per questo disposti a giustificare una politica così negativa e così pericolosa e non per questo destinati, come si vorrebbe, al silenzio in quanto non israeliani.

L’Israele di oggi non è quella dei suoi padri fondatori, né quella che tanti avevano sognato o sperato, e non basta opporre come causa di questa deriva l’estremismo o il terrorismo di Hamas o le pretese eccessive del governo palestinese, perché ciò che è inaccettabile è il progetto insito nell’operare della classe politica che è al potere, nei cittadini israeliani che la votano e in quella parte del rabbinato che lo sorregge, un progetto che trova il suo fondamento nella pretesa che i cittadini ebrei siano i soli veri cittadini dello stato d’Israele, che è ebraico solo perché è nato come risposta agli esiti esiziali di una persecuzione millenaria, e non può quindi, in quanto democratico, discriminare i cittadini israeliani non ebrei, e persino gli ebrei non religiosi, e conculcare i diritti elementari dei cittadini arabi delle zone occupate. La caratteristica della democrazia, come ci ha insegnato Norberto Bobbio, è quella di essere inclusiva e non già esclusiva.

Fortunatamente Israele è ancora una democrazia, anzi, nonostante tutto è l’unica democrazia del Medio Oriente perché in essa esiste e si fa sentire una società civile e politica oggi minoritaria e un’intellighenzia, che annovera i maggiori scrittori, storici e letterati del paese, che a questa deriva si oppone. Una luce di speranza è offerta inoltre da quei gruppi e istituzioni (come il Parents Circle o Neve Shalom) che, nonostante tutto, continuano a operare per la convivenza e la riconciliazione tra israeliani e palestinesi.

È giusto quindi che facciamo sentire con forza da questo piccolo spazio di un periodico ebraico italiano le loro e le nostre voci.

H.K.

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