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1861-2011 gli Ebrei e l’Unità d’Italia

di Giulio Disegni

 

È davvero curioso che L’educatore Israelita, il giornale mensile diretto da Giuseppe Levi ed Esdra Pontremoli e pubblicato a Vercelli, la principale rivista degli ebrei d’Italia, nel 1861, anno nono dalla sua nascita, nulla riferisca sull’accadimento principale di quell’anno, ossia l’unità d’Italia, se non un piccolo accenno nascosto all’interno di altra notizia: “come cittadini e come israeliti era nell’animo nostro di dedicare un lungo articolo alla festa nazionale testé celebratasi, alla compartecipazione presavi dalle comunioni israelitiche, ai bei discorsi pronunciati dai rabbini Levi di Cuneo, Maroni in Firenze, Ascoli in Ferrara e giustamente dai giornali celebrati. Malanimo separato dal dolore non acconsente al pensiero di fermarsi sull’immagine di feste e di gioie. La mente contristata non raccoglie in sé stessa che le lacrime per la grande sventura nazionale, per la perdita ahi purtroppo irreparabile del Conte Camillo di Cavour!”

Il pensiero degli israeliti italiani non è dunque diretto tanto alle feste nazionali e alle celebrazioni per l’unificazione dell’Italia ma al dolore per la morte di un grande statista, amico e assertore convinto dei diritti degli ebrei. Ovunque si tennero dimostrazioni per la morte di Cavour e la direzione dell’Educatore scrisse ai giornali italiani: “era nel desiderio dell’alleanza israelitica universale di mandare una sua rappresentanza alle esequie di quel grande, la cui morte ha scosso tutto il mondo direttamente di spavento e di dolore... Come un mesto omaggio degli israeliti al sommo Ministro, la cui vita era una guarentigia alla indipendenza dei popoli, alla libertà del pensiero”.

Dunque la profonda partecipazione al dolore per la scomparsa di un uomo che dell’Italia unita fu grande protagonista, è forse il segnale più rilevante di quanto gli ebrei italiani sentono in quel lontano 1861 che oggi tutto il Paese si accinge a celebrare.

Varrebbe la pena di approfondire le motivazioni che caratterizzarono, per lo meno sulla stampa ebraica, in un momento così particolare per la storia italiana, i sentimenti degli ebrei italiani, ormai profondamente inseriti, a tredici anni da quegli editti di emancipazione del marzo 1848 che li resero cittadini con diritti e dignità pari a quelli degli altri italiani.

Eppure quella storia, la storia dell’unità d’Italia, è sicuramente la storia degli ebrei italiani, di un lungo percorso in cui la minoranza ebraica nel nostro Paese è stata protagonista delle lotte e delle sofferenze, delle aspirazioni e delle guerre, delle tragedie e delle vittorie che si sono succedute in questi lunghi 150 anni.

Si può dire tranquillamente, come tutti gli storici hanno unanimemente riconosciuto, che l’identificazione della minoranza ebraica italiana con il processo di costruzione dello stato unitario, sia un tutt’uno: gli ebrei italiani dopo l’emancipazione partecipano in quanto ebrei e in quanto cittadini liberi a tutte le battaglie fondamentali per l’unificazione e la costruzione dell’Italia: sono presenti nelle lotte del Risorgimento e alla presa di Roma nel 1870 e versano un contributo di sangue e di idee alla Resistenza e alla lotta per la Liberazione, insomma a tutto ciò che ha contrassegnato questo Paese nel percorso verso l’indipendenza e la libertà dall’oppressione e dalla dittatura.

E non è forse un caso che a presiedere quell’assemblea costituente che nel 1948 darà vita alla Costituzione della Repubblica italiana sia stato un ebreo, Umberto Terracini.

L’origine di questo intreccio stretto e complesso tra ebrei e Italia, quasi una sorta di identificazione degli ebrei con lo Stato italiano, è forse da ricercarsi proprio nel fatto che gli ebrei d’Italia o gran parte di essi erano radicati nel territorio italiano da oltre 2000 anni e la loro stabilizzazione nel territorio del paese è quindi lunga e salda. Saranno la prima guerra mondiale e l’avvento del fascismo a trasformare il senso che gli ebrei italiani avevano conferito alla loro identificazione nazionale: essi volevano appartenere alla nazione e chiedevano di mostrarsi a tutti gli effetti italiani; ecco perché in molti nasce e si sviluppa il desiderio di aderire al fascismo, mentre numerosi altri entravano in massa nel movimento antifascista, dando un contributo di rilievo nell’attività clandestina.

Fu certamente il 1938, anno delle famigerate leggi razziali, a interrompere quel processo diretto verso un’integrazione totale del nucleo ebraico nel territorio italiano: per la prima volta si introduceva per legge la discriminazione tra cittadini, che poneva fine a quei principi dello Stato nato nel processo unitario.

Solo la ferocia di un sistema politico inaccettabile riuscì dunque a minare e mettere in discussione quel processo armonico di identificazione degli ebrei nello Stato italiano. Ed in una stagione tra le più fosche che la storia ricordi si passò dal collegamento con l’alleato tedesco all’effimera Repubblica sociale italiana destinata a durare venti mesi e poi ad un’atroce guerra che attraversa e devasta l’intero territorio nazionale, segnando la morte di decine di migliaia di italiani e la deportazione nei lager non solo di novemila ebrei ma di quasi ventimila oppositori politici e perseguitati dal regime.

Il dopoguerra rivede di nuovo il lento e tenace inserimento degli ebrei nella compagine nazionale e la storia della Repubblica italiana è anche la storia degli ebrei che vivono in Italia.

Il 17 marzo del 2011 ricorrono dunque 150 anni dalla proclamazione dell’Unità, in un processo storico a cui gli ebrei hanno preso parte sempre con convinzione e passione e neppure la parentesi dei sette anni più tremendi nella storia degli ebrei d’Italia, il periodo 1938-1945, ha fatto mai venir meno quel senso di appartenenza e la volontà di esser parte della vita e della storia del Paese, nelle sue evoluzioni politiche, sociali, culturali.

Una nazione antica ha creato dunque uno stato unitario che ha condotto gli italiani prima al liberalismo, poi alla dittatura fascista e quindi a una repubblica democratica. Ora un bilancio è necessario per andare avanti e aprire prospettive nuove in un futuro che si annuncia difficile e incerto, contrassegnato da un degrado della vita pubblica in ogni sua espressione e da un attacco ripetuto, e neppur troppo celato, a principi fondamentali della Costituzione.

E il 1861 è lì proprio a ricordarci che gli ebrei italiani si sono in gran parte formati una cultura e una coscienza democratica mentre se la formavano milioni di altri italiani della stessa generazione: in uno dei suoi Quaderni del carcere Antonio Gramsci dichiarava la sua adesione alla tesi, formulata nel 1933 dallo storico Arnaldo Momigliano, secondo la quale gli ebrei italiani avrebbero avuto la ventura di “formarsi una coscienza nazionale italiana” (pur conservando “peculiarità ebraiche”) in parallelo con la formazione della coscienza nazionale “dei piemontesi e dei napoletani o dei siciliani”; il fenomeno era “un momento dello stesso processo; e vale a caratterizzarlo”.

Giulio Disegni