Purim

 

Ester ovvero la rivoluzione

di Gilberto Bosco

 

A Torino, in occasione del Giorno della Memoria, il 27 e il 28 gennaio è stato presentato un nuovo allestimento de Il gioco delle sorti, opera da camera per soprano, attori e strumenti (recensita per HK da Ernesto Napolitano nel numero di aprile 2003); il libretto è di Sandra Reberschak per la musica di Gilberto Bosco. A lui abbiamo chiesto un breve intervento sulla figura di Ester.

 

Lo sappiamo: se anche Ester non fosse intervenuta, Kadòsh Barùch Hu avrebbe comunque salvato il suo popolo. (È stato anche detto - da Haim Baharier - che a Purìm D.o si è travestito per incontrarci, e - aggiungerei io - salvarci: uno straordinario gioco di travestimenti.) È tutto chiaro, è così. C’è però un momento in cui ciascuno di noi deve scegliere: siamo dei modesti funzionari, diciamo sì al potere, cerchiamo di tacere? È vero, il coraggio se uno non ce l’ha non può darselo, nessuno ha colpa di questo, ma se troviamo una traccia di orgoglio, di coscienza di esistere, possiamo dire no. Quello che ha fatto Ester: ha detto no, si è autodenunciata, ha chiesto un sobbalzo di dignità a un Re mediocre, ha ottenuto che, di lì a poco, ogni popolo fosse amministrato secondo la sua lingua e la sua tradizione. Mi pare che non ci siamo ancora arrivati, non del tutto, non adesso. Speriamo presto.

Mi ha affascinato in questa storia il fatto che intervenga un soggetto, Ester, e riesca a cambiare la Storia. Un regno cambia direzione. Un popolo si salva (e altri con lui). I malvagi periscono, come in ogni storia a lieto fine. Ken, iehì ratzòn, sia davvero così.

Ma chi interviene nella Storia (certo non per la prima volta, per chi legge la Torà; ma forse per la prima volta, per chi legge la storia degli altri popoli) è una donna. Un soggetto che la tradizione vorrebbe “debole” parla, e cambia il destino. “Costui, questo malvagio, Amàn” sono l’etica e la giustizia che irrompono nel quotidiano, e (questa volta) vincono. Grazie a una donna.

Si sa che il libro di Ester contiene una prefigurazione della Shoàh, e di ogni persecuzione. Io ho cercato di leg­ger­lo anche come una prefigurazione della figura femminile moderna (l’unico personaggio che canta, nell’opera mia e di Sandra Reberschak, è Ester, un soprano). Una donna entra nella storia (nella Storia) e la cambia. Credo davvero, al di là di ogni facile retorica (le donne portatrici di vita e altro simile) che la figura femminile - da qualche secolo, almeno dalla Rivoluzione Francese, ma poi chissà invece da quando - porti con sé una visione nuova e in qualche modo rivoluzionaria. Intanto, per la concretezza. E poi, perché cambiare la Storia mi sembra un ruolo degno di loro, dell’universo femminile.

Quasi ridicolo, che lo scriva un uomo: ho cercato qui di cantarlo e di farlo suonare. So che a Gerusalemme e altrove qualche gruppo di donne forma il miniàn per Purìm e canta la Meghillà. Coraggio, ancora uno sforzo: forse il mondo si può cambiare.

Gilberto Bosco