Tullia Zevi

 

Tullia Zevi, la gran signora dell’ebraismo italiano

 di Giorgio Sacerdoti

 

Oggi tutti ricordano con vera stima e affetto Tullia Zevi che ci ha lasciato poche settimane fa a oltre novanta anni di età, dopo che da parecchi anni si era ritirata dalla vita ebraica attiva. Quindici anni di presidenza dell’Unione delle Comunità, dapprima “israelitiche” dal 1983 al 1989, e poi “ebraiche” fino al 1998, non sono pochi e hanno lasciato una traccia durevole, segnando l’inizio di un nuovo corso.

Allora, però, l’ascesa di Tullia alla presidenza non fu facile. Lo ricordo bene, dato che io fui al suo fianco nel Consiglio dell’Unione dalla fine degli anni Settanta fino al 1994. Una donna, una laica, si mormorava, e di quale tempra, attenta alla distinzione tra ebraismo italiano di cultura e cittadinanza e Israele, tra responsabilità dei rabbini e dei consigli delle comunità, esigente nel chiedere che l’Unione sostenesse pubblicamente le posizioni laiche nella diatriba sul nuovo Concordato in via di elaborazione. Un mix che non la rendeva popolare in molti ambienti ebraici ufficiali, pochi mesi dopo l’attentato alla sinagoga di Roma. Tutti la stimavano sul piano personale per la sua limpida coerenza, ma molti non la giudicavano adatta a guidarci nel passaggio dalla legge del 1930 all’intesa e statuto interno tutti ancora da definire e a rappresentarci in un momento di crescente popolarità di Arafat tra po­litici italiani di ogni bordo. Pochi però ebbero il coraggio di opporsi alla sua ascesa.

Tullia confermò sul campo le sue doti di animatrice, utilizzando al meglio le sue doti femminili di attenzione e cortesia per smussare gli angoli, costruire piano piano il consenso. Si attorniò anche di buoni amministratori, conscia della sua impreparazione su bilanci e rapporti di impiego, materie su cui il suo predecessore l’avv. Vittorio Ottolenghi si era molto impegnato per “raddrizzare” le disastrate finanze dell’Unione. Con tranquillità ma tenacia difese le ragioni di Israele, come paese democratico cui l’Italia non poteva voltare le spalle per meschini calcoli economici. Seppe stare discretamente nell’ombra quando sembrò opportuno: così durante la visita di Giovanni Paolo II alla Sinagoga di Roma, pur avendo sempre sostenuto il dialogo ebraico-cristiano, specie nei confronti degli oppositori di casa nostra.

Di lei vorrei ricordare l’impegno sui beni culturali ebraici, la loro salvaguardia e valorizzazione non solo come opera meritevole in sé, ma quale fulcro di una politica culturale che portasse all’attenzione dell’opinione pubblica il ruolo degli ebrei nella storia d’Italia anche in questa dimensione. Fu lei a volere e a realizzare il Centro bibliografico dell’Unione, acquisendo e trasformandone la sede e ottenne che Emanuele Luzzatti la decorasse. Fu lei che tenacemente convinse le Comunità spesso riottose a depositarvi un patrimonio librario e documentario esposto a saccheggio e rovina.

L’altra sua battaglia fu nel negoziato dell’Intesa ebraica e nella difficile elaborazione dello Statuto interno. Ricordiamo che molti volevano che esso riprendesse l’impostazione pubblicistica della vecchia legge del 1930, finché nel 1984 la Corte costituzionale affondò questa illusione nella sua sentenza sul caso del contribuente Nahum contro la Comunità di Roma. Tullia fu vicina alla Commissione giuridica nel negoziato, sempre sostenendo le ragioni di una impostazione che fosse di alto profilo ideale, non limitata a tutelare questo o quel nostro interesse di bottega o di… sacrestia. Soprattutto ci sostenne, noi giuristi della delegazione, nel nostro sforzo di tutelare il più possibile la laicità della scuola pubblica da ingerenze religiose (cioè cattoliche), non solo a tutela della libertà di coscienza degli alunni ebrei, ma di tutti gli allievi. Qualcosa in questa direzione ottenemmo. Non dimentichiamoci che l’Unione giunse fino ad interrompere le nostre trattative quando la Ministro della pubblica istruzione Falcucci aveva introdotto con una circolare una evidente disparità tra ora di religione cattolica e ora alternativa.

Fu lei inflessibile a rifiutare il meccanismo dell’otto per mille, seguendo i valdesi nel rifiutarlo in blocco, come sovvenzione indiretta dello stato, un piccolo privilegio che finiva per legittimare quello gigante fatto alla Chiesa. Le sue ragioni valgono ancora oggi, anche se per una serie di ragioni impellenti anche noi abbiamo dovuto nel 1994 allinearci, così come i Valdesi, a questo meccanismo, ormai affermatosi come generale. Alla rivendicazione della nostra identità e alla difesa insieme della uguaglianza e della laicità dello Stato fu ispirato il suo nobile discorso al presidente del Consiglio Bettino Craxi all’atto della firma il 27 febbraio 1987. Per la sua attualità lo abbiamo voluto ripubblicare nel recente volume della Rassegna Mensile di Israel per il ventesimo anniversario dell’intesa stessa.

Furono queste tappe importanti per la crescita dell’immagine, del rispetto del ruolo dell’ebraismo nella società italiana che è maturato proprio all’inizio degli anni 1990. Al nuovo regime giuridico si è affiancata una nostra acquisita sicurezza nell’operare come ebrei fuori dai nostri ristretti ambiti comunitari nel dibattito civile e culturale nazionale. Di questa evoluzione Tullia Zevi è stata insieme simbolo e alfiere.

Grazie Tullia.

Giorgio Sacerdoti

    

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