Ebrei gay

 

Minoranza nella minoranza

di Nick Bartolomei

 

Durante l’ultimo week end del mese di gennaio si è tenuto il primo shabbaton orthodox per ebrei gay. In una località di villeggiatura a due ore da New York, presso l’Isabella Freedman Center, centinaia di ebrei ortodossi omosessuali si sono incontrati per festeggiare insieme lo Shabbat e discutere molti temi religiosi, civili, comunitari: su tutti, quello dell’accoglienza e dell’accettazione - diffusamente carenti, lamentano gli organizzatori - da parte delle comunità orthodox nei confronti dei loro membri gay e lesbiche.

Il meeting è stato convocato da Eshel, un’organizzazione ebraica affiliata al movimento LGBT (lesbian, gay, bi­sexual and transgender). Il nome Eshel si riferisce all’albero di tamerice all’ombra del quale Abramo riceveva i viandanti: è dunque il simbolo della proverbiale ospitalità del primo patriarca, dell’accoglienza, dell’accettazione. “Vogliamo essere insieme un rifugio per i gay che non si sentono accettati dalla loro comunità ebraica - spiegano i fondatori di Eshel - e nello stesso tempo lavoriamo per sensibilizzare il mondo Orthodox verso questa problematica e renderlo più tollerante”.

L’obiettivo dichiarato è quello di creare un clima di comprensione e solidarietà tra gli ebrei. “Tutti gli esseri umani sono creati a immagine e somiglianza di Dio - recita la loro carta dei principi - pertanto meritano rispetto e dignità”. E ancora “imbarazzare, umiliare o molestare persone che hanno un orientamento omosessuale è contrario alla Torah e ai valori fondamentali dell’ebraismo”.

Questo testo fondativo dell’associazione, sottoscritto da oltre duecento rabbini ortodossi, oltre a studiosi, educatori e psicologi, è insieme una dichiarazione di principi e un appello affinché gli ebrei di ogni orientamento sessuale siano benvenuti e pienamente riconosciuti quali membri delle loro comunità. Principalmente si tratta di comunità ortodosse: in tale ambiente ebraico il problema sussiste più che in altri. “Le statistiche provano che l’omosessualità aumenta il rischio di suicidio tra gli adolescenti ebrei ortodossi”, spiegano i leader dell’organizzazione. “Ai rabbini è fatto dovere - continua il manifesto di Eshel - di assistere chi porta avanti la sfida di essere ebreo e gay”.

Pur riconoscendo che la halakhà indica quale modello ideale di vita ebraica la costituzione di una famiglia e il matrimonio eterosessuale, questi ebrei ortodossi impegnati per i gay affermano il diritto di tutti all’inclusione nella vita comunitaria e religiosa. Considerano infatti una mitzvah il tentativo di alleviare la pressione psicologica di chi, in quanto omosessuale, non si sente riconosciuto dalla sua famiglia, dagli amici, dalla comunità; oppure non può vivere apertamente le proprie contraddizioni.

Lo shabaton di gennaio è stato espressamente pensato per costituire un momento di aggregazione, confronto e so­cializzazione per questa minoranza nella minoranza, ma ha voluto essere anche un momento di studio e crescita spirituale. In un ambiente glatt kosher e osservante dello Shabbat, quale si conviene a ogni shabaton orthodox, si sono alternate preghiere e pasti con canti e liturgie tradizionali a lezioni e dibattiti. È stata un’occasione di analizzare i molti risvolti della vita ebraica per un omosessuale. Tra le molte conferenze proposte figurano i titoli: La difficoltà del coming out di fronte alla famiglia e agli amici, Testi rabbinici sul lesbismo, Ebraismo e identità di genere, Creiamo la comunità in cui vogliamo vivere, La decisione di una coppia omosessuale di crescere un bambino. Moltissimi i relatori intervenuti, figure di spicco dell’ebraismo americano. Ha parlato il rav Steven Greenberg. Laureato in filosofia alla Yeshiva University e ordinato rabbino al seminario teologico da rav Isaac Elchanan, Streenberg è un rabbino ortodosso dichiaratamente omosessuale. Ha fondato la Jerusalem Open House, la prima comunità LGBT della città santa, ed è autore del libro Lottare con Dio e con gli uomini: l’omosessualità nella tradizione ebraica. Erano presenti inoltre Shlomo Ashkinazy, attivista per i diritti dei gay e par la loro accettazione nelle comunità religiose: ha creato il primo liceo per gay e lesbiche (non esclusivo) del mondo e l’ha intitolato a Harvey Milk, il politico gay assassinato a San Francisco nel 1978; la professoressa Joy Ladin, il primo docente transessuale della Yeshiva University.

Le prenotazioni per lo shabaton erano esaurite con largo anticipo.

Nick Bartolomei

   

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