Israele

 

Come una villa nella giungla

 di Yossi Amitai

 

Mentre questo articolo viene scritto la regione araba che circonda lo Stato di Israele è in tumulto. In Tunisia e in Egitto si sono scatenate massicce dimostrazioni contro i regimi repressivi. C’è una crescente agitazione in altri paesi del Medio Oriente come Yemen, Giordania, Libano e forse anche Siria. In questo quadro Israele è rappresentata come “un’isola di stabilità in un oceano in burrasca” o piuttosto come “una villa nella giungla”, secondo un’espressione usata da Ehud Barak, l’attuale Ministro della Difesa.

Circa dieci anni fa sono stato Direttore del Centro Israeliano di Cultura al Cairo. Ho vissuto quattro anni nella ca­pi­tale, strettamente a contatto con la realtà egiziana. “L’Egitto” è anche il corso principale che tengo all’Università Ben Gurion di Beer Sheva. Durante il soggiorno in Egitto ho stretto legami con molti amici con i quali ho continuato un dialogo molto fecondo e serbo nel mio cuore un grande affetto per il popolo egiziano che ho imparato ad amare quando mi trovavo nella terra del Nilo. In questi giorni tempestosi i media israeliani mi chiedono spesso di commentare le attuali vicende egiziane e che cosa ci si debba aspettare. Vorrei poter commentare gli avvenimenti in corso per Ha Keillah ma per mancanza di tempo preferisco rimandare al prossimo numero, sperando che nel frattempo diventino più chiari gli sviluppi della situazione.

Al momento preferisco soffermarmi sulla realtà israeliana e chiedermi se sia vero che Israele è effettivamente “una villa nella giungla”. In termini di agitazioni politiche, apparentemente Israele corrisponde a questa descrizione. Gli israeliani difficilmente scendono in strada per protestare contro qualsiasi forma di ingiustizia. Abbiamo istituzioni democratiche e un sistema legale che funzionano. Il sistema interviene tempestivamente contro qualsiasi denuncia di cattiva amministrazione da parte delle autorità. Ma questa è un’impressione fuorviante. La coalizione di governo al potere oggi in Israele è una delle peggiori che vi siano mai state. Nel panorama politico israeliano essa rappresenta l’ala di gran lunga più conservatrice. Nei confronti delle organizzazioni per i diritti umani essa manifesta una sempre crescente intolleranza sia all’interno di Israele che nei territori occupati. Questo è particolarmente evidente quando si tratta dei diritti civili della minoranza arabo palestinese in Israele. Gran parte delle dichiarazioni pubbliche sono centrate sulla propaganda anti araba e appoggiano le posizioni chiaramente discriminatorie nei confronti di tale minoranza. Indagini svolte sull’opinione pubblica dimostrano che un’alta percentuale di israeliani si opporrebbe ad avere vicini di casa arabi mentre una buona parte delle persone interpellate, specialmente ebrei della nuova generazione, ritengono che ai cittadini arabi dovrebbe essere vietato partecipare alle elezioni per la Knesset o essere eletti alla Knesset. Circa trecento rabbini di tutto il paese hanno diffuso un mani­festo con cui invitano gli ebrei a non affittare appartamenti agli arabi. Il Governo ha presentato una proposta di legge alla Knesset per obbligare tutti i non ebrei che richiedono la cittadinanza israeliana a prestare giuramento di fedeltà allo Stato di Israele “come Stato ebraico e democratico” (questa proposta è stata poi emendata allargando l’obbligo a tutti coloro che richiedono la cittadinanza, ebrei e non ebrei, ma si tratta di un emendamento privo di significato poiché agli immigrati ebrei viene automaticamente concessa la cittadinanza israeliana al momento del loro arrivo in Israele).

Recentemente è stata presentata dalla maggioranza di destra nella Knesset una risoluzione perché sia istituita una commissione di inchiesta per indagare sulle fonti di finanziamento delle organizzazioni per i diritti umani e le organizzazioni di sinistra che hanno denunciato le violazioni dei diritti umani nei territori occupati, insinuando così che tali organizzazioni sono sostenute da finanziamenti ostili o da governi stranieri (specialmente da governi dell’Unione Europea) che interferiscono nelle decisioni interne di Israele. L’istituzione di questa commissione in realtà ha l’intento di stigmatizzare le organizzazioni per i diritti umani come ostili o addirittura capaci di tradimento nei confronti dello Stato di Israele. Vale la pena sottolineare che tutti i partiti di opposizione, da Kadima al partito laburista e alla sinistra, hanno deciso di boicottare questa commissione vergognosa. Di fatto, è una commissione della destra che indaga sulle legittime attività della sinistra. Si deve anche rilevare che alcuni leader corretti del Likud, come il Presidente della Camera Reuven Rivlin e il Ministro Benny Begin (figlio di Menachem Begin) hanno espresso una ferma condanna sulla commissione di inchiesta, ma le loro parole sono cadute in orecchie del tutto sorde.

Alcune settimane fa ha avuto luogo a Tel Aviv un’imponente marcia di protesta di tutti i gruppi per i diritti umani decisi a difendere la democrazia e a non permettere che essa venga minacciata dalla “tirannia della maggioranza”. Soltanto il tempo dirà se questa civile coalizione sarà abbastanza forte da contrastare la minaccia alle libertà de­mocratiche.

L’immagine di Israele come “una villa nella giungla” è un’immagine falsa. Dobbiamo vigilare affinché i muri della “villa”, cioè le basi democratiche israeliane, non vengano incrinati dalle tendenze antidemocratiche.

Yossi Amitay

    

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