Israele - Neve Shalom

 

Insegnare la pace

di Sara Elter

 

Ma si può insegnare la pace? Sembrerebbe di sì. Pochi sanno della dichiarazione di Siviglia del 1986 (anno internazionale per la pace) che portò un gruppo di studiosi, incaricati dall’Unesco, a riunirsi per decidere se la violenza fosse insita nell’animo umano e quindi inestirpabile, oppure se si potesse riuscire a controllare gli impeti violenti. Il dilemma era se la pace fosse un modo di vivere, uno stile di vita che si potesse insegnare o se davvero, come i fautori della violenza sostengono, l’uomo è fatto di istinti violenti e nella nostra società vince chi è più forte, chi riesce meglio a farsi valere con la violenza, fisica o verbale che fosse.

Famosi specialisti nel campo delle relazioni umane, della sociologia, della psicologia e della neurologia, espressero, dopo un lungo lavoro di analisi, un documento dove erano contestate fortemente le scoperte scientifiche usate fino a quel momento e che, a loro dire: “hanno contribuito a creare un’atmosfera di pessimismo nella nostra epoca” riguardo al tema della pace e della cooperazione tra gli individui. Per loro è “scientificamente scorretto” asserire che la violenza fa parte del corredo genetico della natura umana. I geni, infatti, hanno un effetto sul funzionamento del sistema nervoso a tutti i livelli soltanto interagendo con l’ambiente esterno. Sebbene ogni individuo porti il peso di un carico genetico che influisce in qualche modo sul proprio comportamento, è l’interazione fra geni e condizioni in cui sono cresciuti che determina la loro predisposizione o meno all’uso della violenza. È altresì ‘scientificamente scorretto’ parlare di selezione della specie basata sul comportamento aggressivo: in tutte le specie animali, compresa quella umana, ciò è costituito dalla capacità a cooperare e svolgere funzioni sociali rilevanti”. Ma punto centrale della questione è sempre stato il fatto se gli esseri umani siano dotati o meno di un “cervello violento”. Molti fautori della violenza e della guerra come risoluzione dei conflitti hanno sempre considerato l’uomo come un predatore con istinto innato alla violenza. La Dichiarazione di Siviglia dissente da questa visione: “Sebbene abbiamo un apparato neurale per agire violentemente, esso non è automaticamente attivato dagli stimoli interni o esterni. Come i primati superiori, e diversamente da altri animali, i nostri processi neurali superiori filtrano questi stimoli prima che essi provochino una reazione. Il modo in cui agiamo dipende dal modo in cui siamo stati condizionati e socializzati. Non c’è nulla nella nostra neurofisiologia che ci costringa a reagire violentemente”. La biologia non ci condanna per sempre all’uso della violenza. Ma l’umanità “può essere liberata dalla schiavitù del pessimismo biologico e trovare la fiducia di cui ha bisogno per realizzare i cambiamenti necessari”, E inoltre, così come “le guerre cominciano nella mente degli esseri umani, anche la pace comincia nella nostra mente. La stessa specie che ha inventato la guerra, può inventare la pace”. Come dicono quindi alla scuola di pace di Neve-Wahat, è più facile spiegare che la violenza è prodotta dall’istinto perché questo implica una deresponsabilizzazione morale: “Se c’è un istinto aggressivo che non può fare a meno di manifestarsi - dicono sempre gli studiosi riuniti a Siviglia - allora l’individuo aggressivo è moralmente giustificato, perché si trova di fronte a forze incontrollabili che inevitabilmente lo trascinano e di cui non può essere ritenuto responsabile”. Le conseguenze di questa “concezione istintivistica dell’aggressività sono semplicemente un modo per giustificare un modello competitivo di vita per cui ciascuno vede negli altri dei nemici, dei concorrenti”. Vale a dire che il mondo è sempre in tempo a cambiare. Perché, come dice Eduardo Galeano, poeta uruguaiano: “Il prossimo non è tuo fratello, né il tuo amante. Il prossimo è un concorrente, un ostacolo da scavalcare o una cosa da usare. Il metodo, che non dà da mangiare, dà ancor meno da amare: ne condanna molti alla fame di pane, molti di più alla fame di abbracci”.

Sara Elter

Fonti:

Dichiarazione di Siviglia del 1986, scaricabile al sito www.unesco.org/cpp/uk/declarations/seville.pdf (in inglese)

   

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