Storie di ebrei torinesi

 

Peripezie di guerra

Intervista a Maria Luisa Diena

 

Questa volta devo intervistare la signora Marisa Diena. Maria Luisa, in realtà, ma mi è stato detto che nessuno la chiama così. Abita dietro corso Giulio Cesare, in via Camino 2: uno di quei quartieri non bellissimi dove all’interno dei portoni ci sono cartelli che raccomandano di chiudere BENE la porta. L’androne e le scale però danno un’impressione di ordine e di pulizia.

La signora Diena mi accoglie con grande gentilezza e mi fa accomodare in camera da letto, perché ha bisogno di rimanere attaccata all’ossigeno: “Non fumare mai!”, mi dice.

Nonostante i suoi ottantaquattro anni (è nata il 2 gennaio del ’27), la signora ha una memoria inossidabile, in particolare per quanto riguarda i nomi di persone: la sua conversazione è così affascinante che a volte, in maniera temo ben poco professionale, rischio di dimenticarmi di prendere appunti. Comincio con il chiederle qualcosa della sua infanzia e del periodo delle Leggi razziali.

 

Visto che hai iniziato le tue domande con la mia infanzia, posso dire di essere stata amatissima dai miei genitori e da tutta la famiglia. Sono cresciuta con molti insegnamenti, utili nell’infanzia e per la prosecuzione della vita, che per me è stata piuttosto dura. Dall’insegnamento dei miei cari ho ricevuto la forza e l’equilibrio necessari per affrontare la giovinezza e, ora che sono vecchia, una grande serenità.

Con le leggi razziali sono stata sbattuta fuori dalle scuole normali. Ero qui alla Parini, e sono andata alla scuola ebraica, dove ho ricevuto insegnamenti ottimi, intelligenti, veramente molto utili, e ho avuto professori che provenivano da licei e università: erano stati anche loro sbattuti fuori. Facevo la terza elementare, forse la quarta, non mi ricordo più. La quinta di sicuro l’ho fatta alle scuole ebraiche. Avevo come maestra una delle sorelle Amar, quella grassa. Poi ho fatto le commerciali, sempre alla scuola ebraica.

 

E poi?

Poi sono venute le leggi razziali grosse. Io continuavo a stare qui con i miei genitori in via Camino, dove eravamo fin dal ’36, ma poi siamo dovuti scappare. Ci hanno portato via anche la radio: questo non tutti lo sanno, ma a noi che eravamo ebrei hanno proibito la radio. Si sono presentati dalla questura rionale e ci hanno avvertite che ce l’avrebbero portata via. Però c’era a capo di quest’ufficio il dottor Costantino, che alla fine ha fatto in modo di lasciarcela: è stato molto gentile. Così in questura sapevano che noi eravamo senza, e invece l’avevamo, tanto che ascoltavamo Radio Londra.

 

E da Torino dove siete scappati?

Stavamo sempre in via Camino 2, ma abbiamo dovuto rifugiarci a Racconigi, dove uno zio di mia mamma aveva diversi alloggi e ce ne ha lasciato uno, con due camere, cucina, bagno, arredato con molto gusto. Stavamo benone, mio padre andava tutti i giorni a Torino per lavoro, con un amico antiquario. Ad un certo punto però il maresciallo dei carabinieri ci avvertì che avrebbero dovuto requisire la casa e procedere come d’uopo: così alla fine siamo scappati in montagna, a Sanfront, nel Cuneese sopra Saluzzo. Ci hanno portati là dei nostri amici. Siamo capitati in casa di un ciabattino fascista, ma non lo sapevamo. Non c’era il bagno, andavamo in legnaia. E di lì siamo dovuti di nuovo scappare, perché sono venuti i tedeschi e hanno messo tutto a ferro e fuoco: era un luogo partigiano.

 

Mi scusi se la interrompo: il ciabattino sapeva che voi eravate ebrei?

Non l’ho mai capito, se sapesse. Comunque era un tipo molto farabutto [sic]. Quando sono venuti i tedeschi lui non so che fine abbia fatto. Noi ci siamo rifugiati a Torino: abbiamo dovuto fare una lunga strada a piedi da Sanfront fino a Saluzzo, e poi per rientrare a Torino abbiamo dovuto prendere un trenino che esisteva allora, a scartamento ridotto, che da Saluzzo arrivava alla periferia di Torino. In quel tragitto - ero sola con mio padre - abbiamo avuto due fermate per controlli dei Repubblichini. Per fortuna erano molto ignoranti e non hanno capito che le nostre carte d’identità erano false.

 

E a Torino dove eravate nascosti?

In via Nizza 1: mio papà e io abbiamo affittato una cameretta da una signora che non sapeva chi eravamo. Poi siamo andati a stare dalle suore Carmelitane, in val San Martino, dove ci aveva indirizzato il papà di una mia carissima amica, Luciana Levi (tutta la loro famiglia è stata deportata: erano in quattro). Era un noviziato, e don Giuseppe Pollarolo ci ha fatto molte gentilezze. C’erano anche degli altri signori Artom, che poi si sono fatti convertire: una signora con un naso molto lungo.

Mentre eravamo lì, qui a Torino ci hanno denunciato. Qui in via Camino noi avevamo l’appartamento di fronte a questo: in questo qua ci stava un fascista, un maresciallo dei vigili urbani, una vera carogna. Quel farabutto, che voleva prendersi il nostro appartamento, in combutta con la portinaia ci ha denunciato e si è preso le cinquemila lire. Si sono serviti di tutto quello che c’era in casa nostra. Quando il 25 aprile è finita la guerra io sono venuta qua a chiedergli l’appartamento e mi hanno offerto da bere in un bicchierino che era nostro.

 

Ma voi eravate nascosti…

Noi eravamo dalle suore, in collina, e avevamo mandato un signore che venisse a ritirare in portineria le nostre carte annonarie. È arrivato proprio mentre i tedeschi ci portavano via i mobili.

 

Siete rimasti dalle suore fino alla fine della guerra?

No: ad un certo punto don Pollarolo, il prete del noviziato, è stato denunciato e portato in via Asti. E noi abbiamo dovuto impagliare i tondi. Mia madre e mio padre sono andati a dormire nel letto del beato Cafasso, ma solo per due notti, grazie a don Saroglia, che poi li ha spediti dalle suore Carmelitane in corso Francia. Io, siccome non volevano tenermi a Torino perché ero giovane e irrequieta, sempre in girondola, sono andata a studiare a Mondovì nel convento delle Carmelitane. Avevo due professori molto bravi, del liceo: ho fatto italiano, latino, matematica, mi preparavo per dare l’esame di ragioneria. Mio padre mi ha iscritta, ma io non ci sono andata per paura di non riuscire. Allora davano il titolo a chiunque, ma io non me ne ero resa conto. Ero preparatissima, fra l’altro.

Poi abbiamo dovuto venir via: abbiamo affittato un appartamento qui a Torino, in via Legnano angolo via Lamarmora, dove c’era un giardino. Era vicino ai grandi comandi tedeschi, ma eravamo al sicuro, perché sopra c’erano le donnine che andavano con i tedeschi. Era un divertimento per noi, solo che un giorno abbiamo scoperto che la camera era piena di cimici: abbiamo dovuto mettere tutto in giardino e dare fuoco. Siamo rimasti lì fino alla fine della guerra.

 

Eravate in contatto con altri amici o parenti?

Mia madre combinazione è venuta a sapere dal pedicure in via Accademia Albertina che avevano deportato sua sorella. Lui non sapeva che noi eravamo ebrei. Veniva giù da Narzole, e un giorno che era in ritardo ha detto a mia madre: “Signora, mi scusi, sono in ritardo perché a Cherasco siamo rimasti fermi: dovevano salire due ebree, madre e figlia”. Erano la sorella di mia madre e sua nipote.

Poi la guerra è finita, e noi eravamo lì in via Legnano.

 

E la faccenda dell’appartamento qui in via Camino? Come mai adesso lei abita in questo e non in quello qui di fronte che era vostro?

Quando sono venuta qua davanti, quel farabutto del maresciallo dei vigili mi ha trattata da cani e mi ha detto che non mi dava l’alloggio. In quel periodo questa carogna ha denunciato anche i signori di questo appartamento qua, che erano fascisti, ma brave persone. Erano certi signori di Cassini, lui professore, lei maestra alla Gabelli: alla fine della guerra lui li ha denunciati come fascisti e ha preso cinquemila lire.

Noi siamo andati in prefettura per riavere l’appartamento nostro, anche se sapevamo che non c’erano più i mobili: ne avevamo a Racconigi. Però non abbiamo potuto riaverlo. Questo alloggio qui invece era rimasto vuoto, essendo stati arrestati i proprietari, ed è stato requisito dalla prefettura, così quando il Toro ha venduto io me lo son comperato.

 

Come ve la siete cavata, dopo la fine della guerra?

Io avevo un sacco di grane, nessun mezzo di sostentamento. Durante la guerra ci avevano messo il fermo della pensione di mio padre, invalido del ’14-’18. Mia madre aveva un po’ di gioielli: ce li siamo venduti. Finita la guerra, abbiamo dovuto farci sbloccare il conto corrente, e trasferirci da Racconigi. Questa camera qua me la sono dovuta comprare con i miei risparmi. Non eravamo ricchi: mio padre era libraio, vendeva libri antichi.

Sai che orgoglio è adesso da parte mia non dover dire grazie a nessuno? Dopo la guerra io lavoravo: avevo un buon impiego all’azienda tranviaria.

Adesso ho una donna che mi fa le pulizie, un uomo che mi va a fare la spesa e un’altra donna quando mi serve, e non chiedo aiuto a nessuno. Bisogna imparare a farsi le cose da sé, ad essere autonomi. Solo l’esperienza ti può dare questo, e nient’altro.

Mi chiede se voglio un cioccolatino e mi manda nell’altra stanza a prendere un piccolo secchiello pieno di Gianduiotti.

Questo è del 1922, un ricordo del matrimonio di mia madre e mio padre.

Mi mostra una foto delle nozze, appesa alla parete. Poco più in alto, in una vetrinetta, sta un vecchio ventaglio grigio: quello che aveva sua madre quel giorno.

 

Quindi siete riusciti a recuperare qualche oggetto, alla fine?

Di casa abbiamo salvato solo un po’ di argenteria, ma poca, e qualcosa di biancheria, perché abbiamo fatto un baule.

 

Ormai è pomeriggio inoltrato. Mia madre mi aveva detto che sarebbe passata a prendermi in macchina, ma decido di tornare in tram, invece: la signora Diena stessa mi esorta ad essere autonoma, secondo quella che è, a quanto ho potuto capire, la sua filosofia di vita. Così saluto e scendo a riprendere il 4.
 

intervista realizzata da Sara Caputo

   

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