Storia

 

Legge e coscienza

di Silvana Calvo

 

Lo storico svizzero Beat Hodler quasi non poteva credere ai suoi occhi quando, frugando tra le carte del Zürcher Sozialarchiv (Archivio sociale zurighese) si ritrovò tra le mani un copione, in lingua svizzero-tedesca, di una rappresentazione teatrale in quattro atti dal titolo “Gsetz und Gwüsse” (Legge e coscienza) che raccontava una storia di profughi ebrei in cerca di asilo, ambientata nel 1940. La trama era drammatica: un padre, il sig. Weinberg, e la sua bambina si presentano al confine svizzero in cerca di asilo. La madre non c’è perché si è uccisa quando alla famiglia era arrivata l’ingiunzione di prepararsi per la deportazione. Condotti di fronte al Capo del posto doganale, sig. Keller, ai due profughi viene detto che non avrebbero potuto rimanere in Svizzera perché non erano rifugiati politici ma soltanto ebrei, per i quali non era previsto un permesso di entrata e il cui destino era di “condividere la sorte delle migliaia di loro correligionari”. Per convincere il funzionario a lasciarli restare, il sig. Weinberg gli si rivolge dicendo “Lo sapete bene che ora gli ebrei vengono deportati come bestiame in Polonia”, “Lo sapete bene cosa ne sarà di me laggiù, conoscete bene le maledette…”. Il solerte funzionario lo blocca, “la Svizzera è neutrale e non si tollerano diffamazioni a uno Stato amico”, e non recede dalla decisione di espulsione. Piuttosto di tornare in Germania il profugo si uccide. A questo punto entra in scena Hedi, la figlia del funzionario Keller, ad esprimere il suo sdegno per il comportamento del padre, e a comunicare la sua decisione di lasciare la famiglia per recarsi nel Sud della Francia ad assistere i profughi della guerra di Spagna. Le condizioni in Francia sono tali da far ammalare prima, e morire poi, la ragazza. Alla notizia della morte della figlia il Capo doganale si ravvede e comprende che per quanto riguarda i profughi non si deve seguire solo la legge ma anche la voce della coscienza.

Lo stupore del ricercatore aumentò quando poté verificare sui giornali locali Zofinger Tagblatt e Freier Argauer che il pezzo fu rappresentato per la prima volta in pubblico già il 22 novembre 1941. Questa circostanza e quanto contenuto nel testo stesso dell’opera smentivano concretamente radicati luoghi comuni e anche affermate opinioni storiche. Tutto ciò faceva pensare che all’epoca - ossia contemporaneamente allo svolgimento delle persecuzioni antisemite naziste - vi fosse in Svizzera una diffusa consapevolezza dei reali pericoli che inducevano gli ebrei a fuggire e a cercar rifugio. Inoltre i dialoghi dei personaggi davano per scontato che chiunque sapeva che i profughi ebrei venivano respinti alla frontiera dalle autorità elvetiche. Anche le norme di legge alla base della politica di asilo citate nel testo corrispondevano esattamente a quelle in vigore. La recita di quel pezzo teatrale da parte di una filodrammatica popolare ha avuto luogo con successo, non solo una, ma ben tre volte in un piccolo comune, Kölliken nel cantone Argovia, e ci furono repliche anche in altri comuni. I giornali locali pubblicarono recensioni molto positive. Ciò relativizza la tesi, a lungo ritenuta valida, secondo la quale il pubblico e la stampa non erano interessati al problema dei profughi né prima, né durante né dopo la guerra.

Interessante è che le rappresentazioni ebbero luogo nonostante la censura. Di fatto le recite vennero organizzate senza sottoporre preventivamente il testo alla Divisione Stampa e Radio del Dipartimento Militare Federale per l’ottenimento del permesso. Più tardi l’editore Herbert Lang si mostrò interessato a pubblicare il testo. Ma per fare ciò era necessario il nulla osta della censura. Nel giugno 1942 la richiesta fu inoltrata: la risposta di un primo censore fu negativa, il secondo rispose che il testo era valido e corretto ma inopportuno e all’autrice venne proposto di ritirare la richiesta di autorizzazione. Cosa che ella fece soprattutto perché una bocciatura avrebbe vietato categoricamente la messa in scena dell’opera teatrale. E questo si voleva assolutamente evitarlo perché nell’estate del 1942 il problema della politica di asilo era diventato molto attuale a causa del blocco delle frontiere ai profughi decretato dal governo il 4 agosto e entrato in vigore il 13 dello stesso mese. In quel periodo l’autrice ricevette molte richieste da persone e enti laici e religiosi che desideravano mettere in scena “Gsetz und Gwüsse” nei loro comuni.

La straordinarietà del materiale trovato indusse Beat Hodler a porsi delle domande. Tenuto conto della precisa, e per nulla ovvia, conoscenza del problema dei profughi che permeava il copione si è chiesto se il testo da lui trovato fosse davvero quello messo in scena il 22 novembre 1941 oppure se non si trattasse invece di una versione posteriore per una recita avvenuta negli anni seguenti, magari addirittura nel dopoguerra. La conferma che si trattava proprio del testo originale gliel’ha potuta dare la signora Bührer-Lejeune che, in occasione della prima rappresentazione a Kölliken nel 1941, aveva interpretato la parte di Hedi, la figlia del funzionario doganale.

Una seconda domanda che si pose lo studioso era se il materiale conoscitivo presente nell’opera fosse di pubblico dominio oppure il frutto casuale della competenza di una persona insolita particolarmente sensibile e documentata. In altre parole, se il contenuto consapevole e impegnato era scaturito dal “centro della società” o da un ambito marginale. Ciò lo ha spinto ad indagare sulla personalità dell’autrice.

Mathilde Lejeune-Jehle, (1885-1967) è sempre stata una combattente per i diritti delle donne e dei più deboli e sfortunati. Era insegnante, e all’interno della scuola propugnava idee di riforma e progresso. Nel 1915, abbandonò temporaneamente l’insegnamento per recarsi per nove mesi in Austria in veste di crocerossina per curare i feriti della prima guerra mondiale. Era anche una dirigente locale della Lega delle donne per la pace e la libertà, legata al movimento Social-Cristiano di Leonard Ragaz. In seno a questa organizzazione lottò per i diritti dei lavoratori, contro l’alcolismo, per il sostegno alle famiglie in difficoltà, per la pace e il disarmo. I movimenti di estrema destra, come il Schweizerischen Vaterländischer Verband (Federazione patriottica svizzera) accusarono lei e la sua associazione di antipatriottismo e di comunismo. Consapevole che il suo impegno politico e sociale non discendevano da adesioni a ideologie estere ma erano originate proprio dal suo amor patrio, dalla sua convinzione che il perno dell’identità svizzera fosse la fratellanza e la politica umanitaria, denunciò i suoi accusatori, ma perse la causa in tribunale. Quanto al disarmo e alla nonviolenza si ricredette nel 1939, senza però rinnegare il suo passato, constatando amaramente che si aveva avuto fiducia nella bontà originaria dell’essere umano e si aveva sottovalutato la forza del male impersonata da Hitler. Durante la guerra lottò per una politica di asilo più umana, deplorò la marchiatura dei passaporti degli ebrei, e nel 1942 partecipò alla Freiplatzaktion (Azione posti liberi), promossa dal Pastore Paul Vogt per invitare i cittadini svizzeri ad ospitare profughi nelle loro case. Concludendo: l’autrice di “Gsetz und Gwüsse”, Mathilde Lejeune-Jele, si è effettivamente rivelata una persona singolare che tuttavia, nonostante la sua originalità e il suo anticonformismo, non si è mai marginalizzata rimanendo sempre una cittadina ben integrata nel suo ambiente sociale, umano e professionale.

Il ritrovamento del copione di “Gsetz und Gwüsse” apre nuove prospettive di ricerca in varie direzioni. Andrebbe verificata la validità di alcune concezioni cristallizzate, ad esempio se il teatro popolare in lingua svizzero-tedesca fu davvero prevalentemente un supporto conformista e acritico dell’identità nazionale promossa dall’autorità oppure se non fiorirono qua e là al suo all’interno fermenti sociali e umanitari capaci di produrre opere impegnate come quella di Mathilde Lejeune-Jehle rappresentata a Kölliken nel lontanto 1941.

Silvana Calvo

   

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