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Quando il fuoco brucia la coscienza civile
Una breve riflessione sui fatti avvenuti a Torino e nel resto d’Italia

di Sergio Franzese

 

“Jag” nella lingua romaní significa fuoco, e fa parte tanto della vita che della morte. Perché il fuoco è l’amico che si conosce sin dall’infanzia, quando ancora si girava, o adesso che ci si è fermati, quando sei in un campo abusivo, o in un campo regolare, dove comunque non hai più accesso all’elettricità. Il fuoco è cultura, perché ha sentito tutti i racconti dei vecchi, ha visto tutti i balli delle bambine, ha ascoltato il suono dei violini. Ma chi di voi ha visto con che rapidità prende fuoco una baracca di legno o una roulotte sa che l’amico può diventare il diavolo in persona quando si scatena. Ed a scatenarlo può essere una distrazione nello sforzo di sopravvivere in condizioni di assoluta precarietà (vecchie roulotte malandate, baracche fatiscenti) e di abbandono da parte delle istituzioni:

21 gennaio 1995, Milano: quattro bambini tra gli 8 mesi e i 4 anni e mezzo vengono uccisi dal fuoco divampato nella loro roulotte;

- 19 ottobre 2000, Firenze: nel campo nomadi “Il Poderaccio” muore nel sonno una bambina kosovara di 5 anni e mezzo nella baracca della sua famiglia;

- 3 gennaio 2007, Orta di Atella (Caserta): due rom di 15 e 16 anni, sposi da due mesi, muoiono tra le fiamme della loro baracca forse a causa di una candela lasciata accesa;

- 11 agosto 2007, Livorno: quattro bambini rom dai 4 ai 12 anni muoiono carbonizzati nell’incendio della loro capanna. Due dei piccoli erano sordomuti;

- 19 dicembre 2008, Foggia: in un campo nomadi in località Arpinova un bimbo di poco meno di tre anni muore carbonizzato nell’incendio che ha interessato una quindicina tra roulotte e case prefabbricate;

- 26 dicembre 2008, Ostia: nella pineta di Castelfusano, a settecento metri dalla via Litoranea, una baracca abitata da una famiglia romena di etnia rom prende fuoco. Bruciano vivi, in modo orribile, una madre e il suo bambino di tre anni;

- 27 marzo 2010, Follonica (Grosseto): in una baracca di fortuna muore carbonizzata una bambina rom di cinque mesi;

- 13 marzo 2010, Milano: un ragazzino di 13 anni muore nell’incendio scoppiato durante la notte in un campo nomadi nei pressi di via Novara;

- 1 luglio 2010, Roma: una decina baracche sono distrutte da in un incendio divampato in un accampamento rom in via Campigli. In questo caso, fortunatamente, non si registra perdita di vite umane;

- 6 febbraio 2011, Roma: quattro fratellini tra i 4 e 11 anni muoiono a seguito di un incendio in un campo nomadi.

 

Oppure, a scatenare il fuoco, può essere una folla inferocita, il sacrificio finale del rito di uno sgombero, officiato dalle stesse autorità che sono preposte al rispetto e alla salvaguardia della vita umana.

I fatti sono noti a tutti. La sera dell’11 dicembre scorso a Torino, in zona Vallette, una fiaccolata “contro la criminalità” si trasforma in un assalto incendiario ad un campo rom situato tra le mura di un rudere dismesso, la Cascina Continassa. A far scattare la vendetta un presunto stupro di cui sarebbe stata vittima, il giorno precedente, una ragazzina sedicenne abitante del quartiere. Quando già le fiamme si levano alte ed il campo è quasi interamente distrutto (per fortuna senza vittime perché coloro che lo abitavano, tutti rom di origine rumena, riescono a fuggire) la giovane confessa di essersi inventata ogni cosa, di non aver subito alcuna violenza ma di essere stata spinta a mentire per paura di dover confessare ai genitori di aver avuto un rapporto sessuale con il proprio fidanzato e, in quell’occasione, di aver perso la verginità.

Da una parte c’è la cronaca, e dovremmo chiamare tutto ciò con il suo nome: pogrom. Una cronaca che da anni, in questa Italia imbarbarita dal razzismo leghista, complice lo sfascio morale prodotto dal berlusconismo, si è costellata da un numero sempre maggiore di episodi di xenofobia, intolleranza e odio. Molti di questi fatti hanno come bersaglio gli immigrati ed i rom. E ciò che è accaduto a Torino non è, purtroppo, l’unico episodio di “caccia allo zingaro”:

- 21 aprile 2007. Opera (Milano): vengono incendiate tende della Protezione Civile allestite per dare ospitalità a famiglie rom rumene, dopo che l’area è stata a lungo presidiata per impedirne l’allestimento.

- 13 maggio 2008, Ponticelli (periferia di Napoli): l’accusa rivolta ad una giovane zingara, poi rivelatasi falsa, di aver tentato di rapire una bambina di pochi mesi innesca anche in quel caso un pogrom: lancio di molotov, baracche incendiate, tentativi di linciaggio.

Che fine ha fatto chi teneva in mano l’accendino, chi acquistò le taniche di benzina? E che fine ha fatto chi non si sporcò le mani, ma aizzò la folla finché non la vide partire in corteo con le torce accese?

E che dire dei manifesti inneggianti alla cacciata dei rom comparsi a Ponticelli targati Partito Democratico? E di quelli affissi nel febbraio del 2010 a Roma, in zona sesto Municipio, in cui ci si compiace per l’avvenuto sgombero del “campo nomadi”, rivendicando il “risultato” ottenuto dalla giunta guidata da un esponente dello stesso partito? O della presenza di Paola Bragantini, esponente anch’essa del Partito Democratico, in quel corteo delle Vallette che poi si è diretto al campo rom per darlo alle fiamme?

 

E qui allora la cronaca deve indurci ad una breve riflessione sulla nostra società, quella che ciascuno di noi in quanto persona contribuisce a realizzare. Cosa è umano (e cosa non lo è)? Come reagire di fronte allo sbandamento culturale dello schieramento democratico-progressista e alla gravissima crisi democratica che sta vivendo il nostro paese, che a fronte di una crisi economica, politica e morale senza precedenti, non trova di meglio che scagliarsi contro gli “zingari” e invocare un “decoro” che non alberga più nelle coscienze sotto forma di adesione profonda ai princìpi della democrazia (uguaglianza fra le persone in testa) e che allora viene invocato a colpi di sgomberi e manganelli?

Il campo dato alle fiamme a Torino viene descritto come abusivo, ma anche come tollerato. Attenzione alle parole! Certo, stiamo parlando di un campo, ma come dobbiamo “classificare” gli uomini, le donne, i bambini che lo abitavano? Abusivi? Tollerati? Se è questa la loro condizione umana, allora ha una sua ragione la follia di chi appicca (ed appiccherà ancora) il fuoco per razzismo, frustrazione personale, noia, gioco ecc., perché non riconosce alle vittime la condizione di soggetti titolari di diritti e doveri. La precarietà dei luoghi diventa ragione sufficiente a considerare precaria, priva di valore, la vita di chi li abita.

Le ragioni che scatenano un pogrom, una caccia all’uomo, possono essere un furto, una violenza (che per fortuna stavolta non è avvenuta). Non è onore, neanche difesa degli affetti, ma un puro e semplice ribadire un concetto di proprietà contro chi è povero ed escluso. È la doppia morale dalle conseguenze devastanti, nutrita da chi fa della paura la sua arma politica e sostenuta dal silenzio, che deve farci ancor più temere, di chi si adegua e si dimostra incapace di scandalizzarsi di fronte all’ingiustizia ed al male.

Sergio Franzese

   

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