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La memoria: andare oltre

di Giulio Disegni

 

Dodici anni sono trascorsi da quando il Parlamento italiano ha approvato la legge che Furio Colombo con coraggio si batté per fare approvare. Una legge sulla memoria, ossia un punto fermo nell’ordinamento italiano, che aiutasse, attraverso l’istituzione di una Giornata della memoria, a riflettere e ricordare “la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”.

L’istituzione del giorno della memoria prendeva le mosse dalla necessità di ricordare un momento preciso, l’apertura dei cancelli di Auschwitz La memoria, dunque, del crimine forse più orrendo che l’umanità possa annoverare negli annali della storia del Novecento, e non solo.

Ma era necessaria una legge per ricordare? ci si era chiesti da più parti, e in particolar modo da parte ebraica, quando il primo anno, a 55 anni dalla fine della guerra e dell’abbattimento dei fili spinati di Auschwitz, la legge fece il suo ingresso nell’universo del “sistema Italia”.

Ebbene, allora le opinioni in proposito erano diversissime, ma in generale si era portati a ritenere che l’utilità di una legge che in qualche modo “obbligava” a ricordare o anche solo a riflettere, fosse diretta soprattutto agli studenti, perché nelle scuola la Shoà non era certo insegnata ma, se mai, appena segnalata.

La discussione sul valore e l’uso della memoria e sul rapporto tra storia e memoria era del resto assai accesa, tra gli storici e gli studiosi, ben prima che la legge sul Giorno della Memoria facesse capolino.

Giustamente si è detto, sul rapporto storia e memoria, che si tratta di due modi distinti di porsi rispetto al tempo trascorso: “la memoria tende ad unire il presente e il passato, o meglio a rendere presente il passato - ha scritto Anna Rossi-Doria in “Memoria e storia: il caso della deportazione” (1998) - la storia, pur partendo dalle domande del presente, ne ratifica e ne persegue la irreparabile separazione”, aggiungendo un punto nodale sulla questione della responsabilità, individuale e collettiva, nel far uso della memoria: “tra storia e memoria si possono rintracciare molti fili comuni se si tiene conto del fatto che il rapporto tra presente e passato ha un duplice versante: accanto al nesso, oggi in generale privilegiato, con la questione dell’identità, ce n’è un altro, non meno importante, con la questione della responsabilità”.

Che cosa è accaduto da allora? Negli anni, dalle celebrazioni della memoria, che potevano sconfinare per certi versi anche in un eccesso di memoria, o in un culto della memoria, dovuto forse ad un “ritirarsi dell’agire politico”, o al venir meno, nelle società occidentali, di “un forte progetto collettivo”, come l’ha definito Charles Maier in un saggio del 1993 (“Un eccesso di memoria? Riflessioni sulla storia, la malinconia e la negazione”), si è passati agli approfondimenti, ai convegni di studio, alle riflessioni pubbliche, al coinvolgimento delle istituzioni e della società civile. E allora sono via via aumentate le iniziative, le testimonianze, le letture, le mostre e poi gli spettacoli, i concerti, le drammatizzazioni in un crescendo davvero sorprendente e variegato in tutta Italia.

Oggi, al termine delle manifestazioni del 2012, dodici anni dopo quell’inizio forse un po’ faticoso e per il quale in molti si credeva che negli anni a seguire l’interesse si sarebbe smorzato, si può dire che la Giornata della Memoria è “cresciuta” e si è trasformata nella settimana della memoria, o addirittura nel mese della memoria.

Le cause di questo mutamento e di questa crescita non sono facilmente individuabili, ma è probabile che, tra le principali, quello che è stato percepito come un vuoto di identità sia quel quid che viene colmato dalla memoria.

E di nuovo, anche ora opinioni positive e opinioni negative si rincorrono. Chi sostiene che sia esagerato l’uso che si fa della memoria e chi ritiene, al contrario, che non basta mai ricordare, purché naturalmente il ricordo non sia fine a se stesso e non rappresenti una mera celebrazione, o, peggio, un’autocelebrazione.

Io credo che mai come quest’anno il bisogno di ricordare, di spiegare e di far capire sia stato così sentito, come è stato ben messo in luce dal Presidente Napolitano in occasione del suo discorso durante le celebrazioni del 27 gennaio al Quirinale.

Perché quest’anno? Perché il clima è purtroppo cambiato, razzismo e antisemitismo stanno rialzando la china e allora il giorno della memoria può essere un’occasione per fermare la riflessione su quello che è accaduto, su quello che sta accadendo e su quello che può accadere, ma soprattutto può diventare un esempio, costituire un momento per provare a costruire un’identità democratica e tracciare un percorso e una dimensione etici.

L’aspetto formativo della memoria resta centrale e il Giorno della Memoria ha il merito di aver esteso enormemente la conoscenza e la sensibilità sulla Shoah, per far capire che non basta osservare e rifiutare l’orrore, ma occorre riflettere sulla nascita e sul funzionamento della macchina delle persecuzioni e dello sterminio, sulla produzione del consenso e sull’indifferenza che hanno caratterizzato quel periodo, consenso e indifferenza che rischiano di caratterizzare anche il momento difficile che attraversiamo.

Insomma, ricordare si deve, perché il pericolo del razzismo verso situazioni di diversità e insieme i rigurgiti di antisemitismo e di negazionismo sono aumentati in modo esponenziale e l’unico modo per tentare di arginare quanto accade - nella rete e sui media, nelle università e in certe scuole - è spiegare, far conoscere, far vedere documenti e filmati, far ascoltare gli ultimi preziosi testimoni dell’orrore. Non per una trasmissione di informazioni fine a se stessa, ma per un tentativo di crescita civile e democratica.

E allora ben venga la giornata, la settimana o il mese della memoria, non come vuota celebrazione, ma come antidoto e come monito.

Tutto questo, perché mai più accada, in nessuna situazione, e per nessuno, niente di simile ad Auschwitz.

Giulio Disegni