Italia

 

Italiani ancora brava gente?

di Giulio Disegni

 

L’ideazione del Convegno, dal titolo apparentemente provocatorio Italiani ancora brava gente? Pregiudizio e antisemitismo nell’Italia di oggi, organizzato dell’associazione Anavim, presieduta da David Sorani, il 22 gennaio al Museo delle Scienze di Torino, nasce da una considerazione emersa anche dalla recente indagine conoscitiva parlamentare sull’antisemitismo e l’islamofobia, nota per aver messo in luce il dato secondo cui il 44% della popolazione italiana avrebbe atteggiamenti e comportamenti ostili agli ebrei: il pregiudizio razziale e il razzismo, ritenuti un residuo di sistemi sociali obsoleti e superati, stanno riemergendo nel profondo delle società occidentali moderne, con caratteristiche certamente differenti dal passato, ma con una virulenza sorprendente e preoccupante.

Un Convegno dunque importante e con molti punti interrogativi aperti, indetto, nell’ambito di una problematica scottante e non più rinviabile, per fare il punto in particolare sul pregiudizio antisemita, per capire cioè se e come questo pregiudizio sia mutato negli ultimi tempi, anche in rapporto al pregiudizio verso altre minoranze etnico-religose e verso l’universo islamico.

Molte le domande a cui i sei relatori, divisi in due sessioni (“le ricerche” e “quali prospettive?”) erano sollecitati a fornire una risposta, partendo appunto dall’osservatorio particolare dell’antisemitismo e da una riflessione di fondo: una crescita di antisemitismo fa sempre meditare, proprio perché, in maniera più marcata rispetto ad altre forme di pregiudizio, non è sempre esplicito e dichiarato, ma si presenta molto spesso in forme latenti o striscianti.

E l’angolo visuale particolare dell’antisemitismo nasce anche dal fatto che, come osservato da molti dei relatori, la recente ricerca parlamentare ha messo in luce come il pregiudizio antisemita, più di altri, si ritrovi in misura preoccupante sulle piattaforme di Internet e nei social networks: l’obiettivo sembra quello di far rendere l’antisemitismo “socialmente” accettabile nella comunità on line, facendo in qualche modo venir meno l’equazione razzismo uguale antisemitismo.

Su questo tema, nella prima sessione - introdotta e moderata da David Sorani, con l’obiettivo di verificare sul campo i risultati di un’analisi socio-politica e psicologica del problema - ha riflettuto Betty Guetta che da anni lavora all’Osservatorio sul pregiudizio antisemita istituito presso la Fondazione CDEC. Il dato forse più significativo è che sta emergendo, nella rete, un nuovo antisemitismo che nasce da gruppi nuovi che prima mai avevano espresso giudizi o stereotipi sugli ebrei. E il web appare come una grande scatola che contiene anche i germi per far andare avanti la macchina del pregiudizio che si confonde anche con l’antiisraelianismo.

Ma, come accade in molte situazioni di crisi economica e sociale, il pregiudizio antiebraico, che in questo caso coincide con il pregiudizio antiislamico, trova un puntello forte nel cosiddetto rancore sociale, fenomeno diffuso che prescinde da cultura, età, opinioni politiche e censo. Per quanto riguarda, nello specifico, il pregiudizio contro gli ebrei, ha detto Marcella Ravenna - psicologo sociale e docente all’Università di Ferrara, con molte ricerche alle spalle sul tema - non è più sufficiente parlare genericamente di un pregiudizio legato al problema ebraico, ma occorre confrontarsi con almeno tre sottocategorie, necessarie per vedere come si struttura all’interno delle stesse il pregiudizio, ossia: gli ebrei in Italia, gli ebrei e la Shoah e gli ebrei e Israele, e si potrà così osservare come gli atteggiamenti conseguenti siano assai differenti.

E per tornare all’interrogativo posto dal Convegno, “siamo ancora brava gente?”, secondo Dario Padovan, docente presso la Facoltà di Lettere e Filosofia nell’Università di Torino, a ben vedere, gli italiani, o gran parte di loro, non sono mai stati, ieri come oggi, “brava gente”: oggi si può parlare di razzismo perché è effettivamente diffuso in molti strati della società. Sul problema ebraico, dal punto di vista delle categorie politiche, rimangono intatte le modalità attraverso cui si estrinseca: a destra vi è antisemitismo perché si ritorna alle “concezioni classiche”, mentre si ama Israele perché considerato Stato forte; a sinistra, invece, si è tendenzialmente a favore degli ebrei ma non di Israele. Ma il dato significativo è che una vera e propria ideologia antisemita si ritrova in alcune frange dell’estrema destra e dell’estrema sinistra italiana, che assieme costituiscono circa il 12 per cento della popolazione, con una commistione dunque tra gruppi differenti, che lascia pensare.

Ed ancora: il pregiudizio antiebraico non è un fenomeno sociale statico o monolitico, potendosi univocamente distinguere, secondo i relatori della prima sessione del Convegno, alcune tipologie di pregiudizio, che vanno dal “classico”, a quello “moderno” sino a quello “contingente”, che risulta il più rilevante per l’indagine attuale. Si assiste in ultima analisi alla polarizzazione della figura dell’ebreo attorno a due tematiche: la memoria della Shoah e il conflitto arabo-israeliano.

Anche l’islamofobia è un fenomeno collegabile all’antisemitismo, ma non necessariamente chi è contro gli islamici è a favore degli ebrei e allo stesso modo il contrario non è un fattore immediato: un dato sicuro quanto allarmante è legato al fatto che il 65% delle persone che si dichiarano antisemite, si definiscono anche anti-islamiche, ma solo il 20% degli anti-islamici è anche antisemita. È dunque il caso - si sono interrogati i relatori al termine della prima parte dell’incontro - di parlare di “traslatività del pregiudizio”?

La seconda sessione, coordinata da Claudio Vercelli, si è occupata delle prospettive di un tema e di un dibattito che sicuramente andranno approfonditi e indagati ulteriormente anche sotto altri angoli di osservazione. Dove nascono il pregiudizio antisemita e antiislamico e che cosa li alimenta? E soprattutto dove porteranno? Questo gli interrogativi di fondo su cui si sono confrontati Alfonso Arbib, Marco Brunazzi e Gian Enrico Rusconi.

Di certo, il fenomeno dell’antisemitismo è dovuto alla non conoscenza pressoché totale degli ebrei ed anche alla polarizzazione che la figura dell’ebreo rischia di avere in certe situazioni e in certi momenti: si pensi alla “sovraesposizione” per cui, secondo molti, l’ebreo è troppo in vista (ad esempio durante le attività legate al ricordo della Shoah) e poi vi è sempre il tema della doppia fedeltà all’Italia e a Israele.

Secondo rav Arbib, rabbino capo di Milano, l’antisemitismo contiene qualcosa che sfugge al razionale e, come è illusorio combattere qualcosa di irrazionale con la razionalità, è altrettanto difficile questa contrapposizione perché tutto ciò che è irrazionale racchiude sicuramente al suo interno un qualcosa di “forte”. Un modo per fronteggiare e combattere l’antisemitismo è esserci, continuare ad esserci e a vivere da ebrei: “se si vuole combattere l’odio - ha detto - dobbiamo farci conoscere e suscitare amore”.

Marco Brunazzi, dell’Istituto Gaetano Salvemini, esordendo con il dire che il problema dell’antisemitismo non è un problema degli ebrei ma è più che altro un fenomeno degli antisemiti, ha ricordato come il periodo economico difficile, le criticità e le ansie che caratterizzano il momento che viviamo siano i maggiori moventi dell’attuale pregiudizio antisemita

Un excursus storico però è necessario farlo, partendo dalla vicenda delle leggi razziali da cui non si può prescindere, per andare a verificare come il pregiudizio in realtà si evolva sia in rapporto ai repertori che veicola, sia ai modi in cui viene espresso e sia comunque sempre influenzato da elementi del contesto. Ma fenomeni contingenti quali il rancore sociale, la crisi economica e la globalizzazione, che comportano inevitabilmente crisi dell’identità, individuale o collettiva che sia, sono quelli che oggi hanno maggior presa.

Perché non spostiamo l’analisi sul 56% degli italiani che non si sono dichiarati antisemiti, a differenza dell’altro 44%? si è chiesto infine Gian Enrico Rusconi, docente all’Università di Torino: occorre uscire da due momenti centrali che sul tema degli ebrei e dell’antisemitismo legano molto il dibattito, ossia Israele e la Shoah, per approfondire invece la conoscenza degli ebrei e dell’ebraismo. In fondo, ha ricordato il prof. Rusconi, nella Germania dell’800 l’ebraismo è stato al centro dell’illuminismo e della cultura classica, eppure è accaduto proprio lì l’inizio di una tragedia incalcolabile. Conoscenza e amore sono parole chiave che possono unire e vanno condivise per dare una dimensione chiara e anche nuova sul tema: fondamentale dunque è sviluppare un rapporto conoscitivo che vada al di là delle tematiche Shoah-Stato d’Israele, che producono una “claustrofobia delle polarità”.

Il Convegno, seguito da un vasto pubblico, non aveva certo la pretesa di risolvere un problema atavico e di nuovo fortemente attuale, ma ha avuto il pregio di lanciare degli interrogativi forti sui quali continuare a lavorare in futuro.

Giulio Disegni