Storie di ebrei torinesi

 

Questa volta due architetti...

 

Daniele Portaleone

 

 

Daniele Portaleone

 

Daniele Portaleone è nato a Torino nel 1940, pochi mesi dopo l’entrata in guerra contro la Francia, due anni dopo l’emanazione delle Leggi Razziali, da genitori marchigiani. Con la famiglia fu costretto ad abbandonare la città dopo i terribili bombardamenti del novembre 1942, e successivamente a nascondersi per sottrarsi ai rastrellamenti della Wehrmacht.

Quali vicende hanno condotto i tuoi genitori a stabilirsi a Torino e quali sono i primi ricordi della guerra e delle persecuzioni?

Aldo Portaleone, mio padre, era nato ad Ancona nel 1901, quarto di sette figli di una modesta famiglia ebraica. Gina Cingoli, mia madre, era nata a Porto Civitanova Marche nel 1912, da una famiglia della piccola borghesia ebraica. Tra le famiglie Portaleone e Cingoli c’erano rapporti di familiarità, Aldo e Gina erano cugini di secondo grado.

Quando Aldo, nei primi anni venti, decise di proseguire gli studi, scelse il Politecnico di Torino dove poteva contare sulla presenza della famiglia Cingoli che dal 1914 vi si era trasferita lasciando le Marche. Aldo e Gina si sposarono nella Sinagoga di via s. Pio V nel dicembre 1937 e dopo pochi mesi si trovarono senza lavoro a causa delle Leggi Razziali del 1938.

Non ho ricordi significativi degli anni della guerra e delle persecuzioni. Ciò che ricordo sono episodi raccontati dai miei genitori, vicende che a distanza di più di sessanta anni cerco ancora di ricostruire. Profonde sono invece le tracce rimaste dentro di me a causa delle restrizioni, le paure e le sofferenze patite negli anni dello sfollamento e della clandestinità.

Dopo la guerra, rientrato a Torino, hai frequentato la Comunità e la Scuola Ebraica?

Tornati a Torino, iniziò una nuova vita. I miei genitori ritrovarono il lavoro. Mio fratello Pier Davide ed io fummo iscritti alla scuola pubblica, la più vicina a casa. In quegli anni del dopoguerra la Comunità e la scuola ebraica non avevano più una sede a causa dei bombardamenti. Solo nel ’52 fummo avviati alla preparazione del bar mitzvah presso i locali angusti di ciò che era rimasto della Comunità, sotto la guida di Luciano Caro. In casa non si parlava dei riti e di osservanza alla Legge ma la consapevolezza di essere ebrei ci faceva sentire diversi dai nostri coetanei. Mia nonna usava delle espressioni come “chamòr, guià, chavertà” che provenivano da un lessico ebraico, come si usava in molte famiglie assimilate.

Che ruolo hanno avuto i genitori nella tua educazione?

Mentre mio padre era assente durante la settimana per un lavoro che lo costringeva a vivere fuori città, mia madre ha avuto un ruolo determinante nella coesione della famiglia e nella nostra formazione di cittadini, ebrei, antifascisti e aperti alle idee di riscatto, di rinnovamento e di eguaglianza che provenivano da una cultura di matrice libertaria e socialista. Grazie ai suoi insegnamenti abbiamo imparato il significato della parola “dignità”, il rifiuto di ogni forma di dittatura, la necessità di ricordare le atrocità del nazifascismo e l’orrore dei campi di sterminio, abbiamo condiviso le speranze nate dalla lotta di liberazione e l’orgoglio di sentirci ebrei e cittadini italiani.

L’essere nato ebreo ha condizionato le tue scelte di dedicarti alla pittura e all’architettura?

La naturale inclinazione all’osservazione e al disegno fin da bambino mi ha indirizzato al mondo dell’arte. Nel 1955, pur vivendo ancora in ristrettezze economiche, mia madre volle affidarmi ad un maestro, il pittore torinese Riccardo Chicco, personalità stravagante ed eclettica della cultura cittadina. Frequentai il suo atelier fino al 1961. Conobbi lo scultore Roberto Terracini e presso il suo studio in via Magenta completai la mia formazione di artista.

Al termine del liceo classico, dovendo scegliere una facoltà universitaria, optai per gli studi di Architettura presso il Politecnico di Torino, nello stesso nobile edificio dove aveva studiato mio padre. L’idea di coniugare la tecnica con l’arte e di praticare insieme le tre arti figurative mi faceva sentire vicino ai grandi maestri del Rinascimento.

 


Piazza Cavour

La consapevolezza di essere ebreo, acquisita nel tempo, non ha influenzato le mie scelte. Ho cercato tra i nomi dei miei avi ma non ho trovato nessuna personalità che avesse praticato una qualsivoglia forma di arte. Per secoli le libere professioni erano state interdette agli ebrei e la Toràh vietava la rappresentazione di immagini.

Centocinquant’anni fa l’architetto Antonelli dava inizio alla costruzione della nuova Sinagoga per la Comunità torinese. Oggi la Mole Antonelliana, simbolo della città, racchiude al suo interno il Museo del Cinema. Un momento importante per la tua professione è stato l’incarico ottenuto dal Museo del Cinema per la sua rinascita. Come è nata questa opportunità?

Quando il Comune di Torino, nel 1986, decise di dare una sede definitiva al Museo del Cinema, creato da Adriana Prolo e ospitato negli angusti locali del Palazzo Chiablese, vennero avviati due progetti: il trasferimento della biblioteca del Museo nell’ex cimitero di San Pietro in Vincoli e la trasformazione del cinema Massimo in multisala, sede definitiva delle proiezioni cinematografiche. L’incarico della progettazione dei due interventi mi fu affidato dal Museo, con un budget molto ristretto. L’inaugurazione del rinnovato Cinema Massimo avvenne nell’aprile 1989, alla presenza della fondatrice del Museo, Adriana Prolo a cui fu dedicato un cortometraggio, “Occhi che videro”, firmato da Daniele Segre. Da quel momento la Multisala di via Verdi divenne un punto di riferimento per tutti i cinefili, sede di importanti manifestazioni cinematografiche e di un Festival, il TFF (Torino Film Festival) che richiama registi, attori e addetti ai lavori da tutto il mondo. La progettazione della sistemazione del Museo rimase per me un sogno. L’incarico fu affidato ad un grande esperto di allestimenti museali, l’architetto italo svizzero Francois Confino.

Quale spazio ha occupato nella tua vita l’attività di pittore? Quali sono i soggetti che rappresenti?

Il disegno e la pittura hanno rappresentato fin dagli anni dell’infanzia il più naturale mezzo di espressione. L’osservazione di tutto ciò che costituisce la realtà, in particolare le persone, la natura e la città ha guidato le mie attività creative. La scoperta della natura, del colore e della luce è stata determinante: attraverso lo studio delle opere dei maestri, in particolare gli artisti macchiaioli ed impressionisti, ha dato al mio modo di dipingere una impronta incancellabile. Da anni dipingo ciò che colpisce la mia immaginazione e ciò che amo, senza preclusioni, “en plein air”, ad olio e all’acquarello. Senza averli frequentati penso di avere qualche familiarità con due artisti torinesi, Dario Treves e Mario Lattes.


Piazza Maria Teresa, mansarde
 

Da tempo dedichi il tuo impegno anche al volontariato. Pensi che la componente ebraica della tua identità abbia determinato questa scelta?

L’aver dedicato quaranta anni della mia vita all’insegnamento nella scuola pubblica mi ha permesso di conoscere altre realtà, di vivere a contatto con i giovani, in un mondo che si rinnova continuamente. Prestare ascolto e attenzione ai problemi degli altri è diventato un modo di vivere e di essere sempre partecipi. L’aver vissuto per ventisei anni accanto ad un figlio disabile è stata una dura esperienza che mi ha arricchito e ha rafforzato la disponibilità per le persone in difficoltà e l’attenzione verso i loro problemi. Di qui alla decisione di dedicare parte del tempo al volontariato il passo è stato breve. La condivisione degli eventi della vita, le gioie e le sofferenze, trae probabilmente origine dalla nostra identità ebraica, da una storia millenaria di speranze e di patimenti.

Cosa ti lega oggi all’ebraismo e alla vita di una piccola comunità?

Attraverso studi e letture, riflessioni e confronti ho maturato un’idea laica dell’essere ebrei oggi. Conosco troppo poco della nostra storia e avverto il bisogno di approfondire la conoscenza dei fatti che hanno condotto alla discriminazione e alla persecuzione dei diversi e delle minoranze etniche. La ricerca e la raccolta di testi che parlano del genocidio di popoli senza radici e senza terra è diventata un’ossessione che trova conforto nella lettura o nell’incontro con altre culture, con alte espressioni artistiche e musicali. In questa ricerca occupano un posto sempre più importante i testimoni, scrittori, artisti, musicisti, scienziati, filosofi, semplici sopravvissuti alle persecuzioni, di origine ebraica.

Intervista a cura di
Giulio Disegni

   

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