Storia

 

Torino, 15 febbraio 1884

di Daniele Segre

 

A Torino, nella mattina del 15 febbraio 1884, cadeva una fitta pioggia. Nonostante il tempo invernale, quel giorno, verso le 9, in via Sant’Anselmo angolo via Pio V, nel borgo di San Salvario, si poteva assistere ad un gran movimento e afflusso di persone e carrozze. Molta gente arrivava velocemente quel venerdý, a piedi o in vetture a cavalli, alcuni in tram o con qualche tranvia intercomunale.

Per regolare il traffico e l’afflusso di persone vi erano le guardie di pubblica sicurezza mandate appositamente dalla MunicipalitÓ per l’occasione. Quel venerdý fu un giorno storico per la ComunitÓ Ebraica di Torino: era prevista l’inaugurazione ufficiale della nuova grande Sinagoga, in sostituzione di quelle fino a quel momento esistenti in via Des Ambrois e in via Bonafous.

Le istruzioni erano chiare e tutti ne potevano essere a conoscenza in quanto erano state pubblicate sulla cronaca cittadina della stampa locale: le porte della Sinagoga aprivano puntuali alle 9.30 e vi erano tre ingressi disponibili con regole ferree di accesso: gli uomini invitati si dovevano accodare all’ingresso su via Sant’Anselmo, le donne invitate, che avevano posto riservato al matroneo, invece entravano da via Pio V. Coloro invece che non erano invitati dovevano presentarsi all’ingresso laterale di via Pio V 12.

All’interno il colpo d’occhio era imponente e gli stucchi e le dorature destavano l’attenzione di tutti. La Sinagoga era gremita di persone sia al piano terra che sul matroneo ed erano presenti anche giornalisti e autoritÓ cittadine. A destra un pulpito per i sermoni con lavori d’intaglio finissimi, al centro un leggio coperto con un drappo di velluto e sulla sinistra i posti riservati al Consiglio d’Amministrazione della ComunitÓ dove per l’occasione era accomodato anche l’ing. Petiti, progettista dell’edificio. Illuminata dalla poca luce esterna della giornata piovosa proveniente dalle vetrate colorate e da decine di fiammelle dei numerosi candelabri interni in ghisa bronzata, alle 10 inizi˛ la cerimonia con un coro e le note suonate dall’organo.

Successivamente il Rabbino Maggiore Rav. Ghiron aprý l’Aron e furono portati all’interno tre Sefarim con accompagnamento di canti, salmi e preghiere. Al termine di questa prima fase della cerimonia cal˛ nella Sinagoga il silenzio; tutti osservarono con estrema attenzione il pulpito dove il Rabbino Ghiron, davanti agli organi di stampa locale, davanti alle autoritÓ cittadine, davanti all’intera ComunitÓ, inizi˛ un discorso in italiano parlando della libertÓ religiosa che si poteva fruire in quel momento in Italia, parlando del Sovrano e della CittÓ di Torino che aveva anche collaborato alla costruzione del grande tempio. Certo, fu un giorno storico per la comunitÓ di Torino; durante quel discorso Rav Ghiron avrÓ guardato la sua ComunitÓ a lungo e sicuramente gli avrÓ fatto molto effetto il fatto che una parte dei suoi uditori fosse nata all’interno delle mura del ghetto. Queste persone avevano vissuto una pagina fondamentale dell’ebraismo italiano, avevano vissuto l’UnitÓ d’Italia che aveva significato l’abolizione dei ghetti su tutto il territorio nazionale.

Tutti quel giorno tornarono a casa consapevoli che con l’UnitÓ d’Italia la storia ebraica era cambiata in modo drastico e in positivo. Tutti gli ebrei tornarono a casa riprendendo la loro vita di sempre. Eppure, fuori dai confini nazionali le cose non andavano molto bene. Un ebreo torinese che nel febbraio del 1884 era stato presente a quella cerimonia, per ben tre volte nei mesi successivi, mentre andava al lavoro, sul tram, mentre sorseggiava un vermouth in piazza Castello, a casa o seduto su una panchina al Valentino avrebbe letto sulla Gazzetta Piemontese notizie di Pogrom provenienti dall’Europa dell’Est: a Neustettin (ora Szczecinek) in Polonia in marzo, a Niznij Novgorod in Russia a fine giugno e in Galizia in Luglio.

Daniele Segre

   

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