Memoria

 

A Venezia durante il nazi-fascismo

di Bianca Bassi

 

Il merito di questo breve resoconto va alla Compagnia it.ARTsezione teatro di Caselle Torinese che attraverso una bellissima pièce teatrale dal titolo Shalom Aleikhem ha suscitato grande interesse informandoci su un pezzo di storia ebraica recente poco noto o dimenticato e che, come per la verità molte altre storie, collettive o di singoli, andrebbe maggiormente ricordato.

L’ambiente è quello di una Venezia la cui situazione sociale negli anni 1942-1943 era molto allarmante anche a causa del flusso dei profughi provenienti dai Balcani occupati dai tedeschi. Successivamente alla caduta del fascismo in Italia, il 25 luglio del 1943, la condizione degli ebrei veneziani, già provata dall’esclusione e dalle ristrettezze subìte a causa dalle leggi razziali del 1938, peggiorò. Su questa triste epoca storica fanno chiarezza lo storico Angelo Lallo e il ricercatore e scrittore Lorenzo Toresini, grazie ai quali veniamo a conoscere storie collettive e storie di singole persone, con l’intento di scoprirle per dar loro un’identità dignitosa che in quegli anni fu brutalmente negata o strappata.

In quel periodo molti stranieri, tra cui ebrei, transitavano sul territorio nazionale e furono confinati nei 16 campi e località di internamento del Veneto. In una condizione estremamente critica per la comunità ebraica, la Casa di Ricovero assunse una funzione importante, divenendo luogo di degenza per gli anziani, mensa per i più disagiati e centro di assistenza per coloro che transitavano nella città (emblematico il libro di Toresini “I confinandanti”).

Dopo una prima fase, all’inizio dell’occupazione tedesca fu il Ministero degli Interni che si occupò della ricerca e degli arresti degli ebrei, successivamente se ne occupò direttamente la polizia tedesca, che a Venezia aveva sede nella Prefettura.

Il capo della polizia, che utilizzò poi in modo indiscriminato i registri di nascita, morte, matrimonio e abiura, il 30 novembre del 1943 emanò un ordine di arresto e di sequestro dei beni di tutti gli ebrei facendo precipitare la situazione della comunità. Della Comunità Ebraica erano allora Presidente Giuseppe Jona e Rabbino capo Adolfo Ottolenghi.

Decine di uomini donne e ragazzi vennero rinchiusi: chi nelle carceri di Santa Maria Maggiore, chi in Istituti minorili. La Casa di Ricovero israelitica durante i 18 mesi della permanenza nazifascista funzionò sempre, curando vecchi e malati. Alcuni vennero ricoverati presso l’Ospedale Civile, forse con l’intento di essere temporaneamente nascosti, altri che commettevano atti “strani”, o erano depressi per aver perso il benessere e lo status sociale, vennero rinchiusi presso gli Ospedali Psichiatrici posti quello maschile nell’isola di San Servolo (isola attualmente sede di convegni neurologici internazionali prestigiosi), quello femminile nell’isola di San Clemente (ora sede di raffinata accoglienza turistica).

Si apre qui il capitolo, su cui i due studiosi sopracitati si interrogano, relativo alla domanda se la psichiatria italiana dell’epoca fascista sia stata, oltre che connivente con le politiche concentrazionarie e totalizzanti, anche collaboratrice nel formulare il concetto di razza.

La psichiatria sociale che nacque con la Repubblica di Weimar, come braccio operativo della pulizia dei diversi, operò anche in Italia e in particolare a Venezia, da dove successivamente gli ebrei disabili degli ospedali psichiatrici di San Clemente e San Servolo furono internati ad Auschwitz-Birkenau. Un esempio di depersonalizzazione e di negazione della soggettività della persona fu ciò che fu inflitto alla prima moglie di Benito Mussolini, Ida Dalser, che nel 1926 venne arrestata e rinchiusa prima nel manicomio di Pergine, vicino a Trento, poi in quello di San Clemente a Venezia. Inutili i tentativi di entrare in contatto con Mussolini e con le massime autorità in richiesta di aiuto. La Dalser scrive innumerevoli appelli disperati e lettere mai recapitate perché intercettate e fatte sparire (ma di qualcuna resta traccia), persino al Papa. Il direttore sanitario di San Clemente non le diagnostica né turbe mentali né tare fisiche. Nonostante ciò deve subire le torture peggiori e finisce i suoi giorni semiparalizzata in manicomio. Qui Ida muore il 3 dicembre 1937 per emorragia cerebrale, dopo 11 anni di internamento, senza aver mai più rivisto suo figlio.

Anche Benito Albino, nato a Milano nel 1915, non riuscì mai più a rivedere la madre e dopo alterne vicissitudini, venne rinchiuso, nel 1936, nel manicomio di Mombello a Limbiate (Milano) dove morì nel 1942.

Tornando al dramma del 1943: il presidente Jona di fronte all’ordine della Gestapo, che lo convocò in Prefettura, di consegnare gli elenchi degli ebrei veneziani; questo risulta empaticamente descritto, nella messa in scena teatrale “Shalom Aleikhem”, dal suo autore Fabrizio Frassa di Caselle torinese e dai due sensibilissimi ed efficaci attori, Loredana Bagnato, interprete della figura della sorella Amalia, e Livio Vaschetto, che interpreta con pathos il travaglio interiore del dottor Jona. Con l’accompagnamento musicale eseguito dal vivo da Alessandro Umoret si arriva al terribile epilogo: il presidente Jona, dopo breve e doloroso travaglio, preferì conservare la sua dignità e non aggiungere altre sofferenze, bruciò le liste (dopo averne affidato i nomi ad una persona di provata fiducia, secondo ricerche storiche recenti) e si tolse la vita nella sua amata città.

Fra il 5 dicembre del 1943 e il 17 agosto 1944 il comando tedesco e la guardia fascista imprigionarono e deportarono 240 ebrei veneziani di cui solo 8 ritornarono.

Il 6 ottobre 1944 un commando misto di polizia italiana e tedesca prelevò 5 degenti ebrei dall’Ospedale di S. Clemente. L’11 ottobre 1944 furono prelevate 6 persone di religione ebraica da San Servolo. Forse vennero “custoditi” temporaneamente presso gli Ospedali civili riuniti di Venezia dove, nella stessa giornata, risultano rinchiusi 15 pazienti di religione ebraica.

Da Trieste furono poi destinati ai campi di concentramento in Germania, in quanto i loro nomi non risultano tra quelli dei trucidati nella risiera di San Sabba.

A Venezia un padiglione dell’ospedale Civile è dedicato a Giuseppe Jona a ricordo del medico generoso e sensibile, mentre una lapide nel Ghetto ricorda l’uomo responsabile che cercò di salvare la Comunità di cui era Presidente.

La targa che lo ricorda recita così:

GIUSEPPE JONA CLINICO ILLUSTRE MAESTRO DI RETTITUDINE E DI BONTÀ NELL’ORA TRISTISSIMA DELLA PERSECUZIONE RESSE LA COMUNITÀ DI VENEZIA CON ALTO SENSO DI DIGNITÀ E VI PROFUSE I TESORI DELL’ANIMA SUA GRANDE ALLA ROVINA D’ITALIA AL NUOVO MARTIRIO D’ISRAELE

Il 17 agosto 21 ospiti della Casa di ricovero furono catturati. Il rabbino Adolfo Ottolenghi, Rabbino di Venezia dal 1919 al 1944, fu deportato, insieme ai correligionari più anziani e malati che soggiornavano presso la casa di ricovero, nel lager di Auschwitz, dove morì.

La targa che fu apposta dalla sua comunità il 7 dicembre 1947 lo ricorda così:

ADOLFO OTTOLENGHI MAESTRO E MARTIRE IN ISRAELE DALLE TENEBRE DELLA CECITÀ IRRADIÒ LA LUCE DELLA SUA FEDE CONFORTO AGLI UMILI FORZA AI VACILLANTI NELL’ORA DELL’ODIO INUMANO IN QUESTA SCUOLA CHE GLI FU CARA IN QUESTA COMUNITÀ CHE PROFONDAMENTE AMÒ SIA RICORDATO IN BENEDIZIONE LIVORNO 30 LUGLIO 1885 - RABBINO DI VENEZIA DAL 1919 AL 1944

Bianca Bassi

    

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