Minima Moralia

 

Da quando lavoro a questo libro, da quando continuo a leggere e rileggere le lettere, il diario ma anche i documenti, i resoconti, i libri, di nuovo Primo Levi, Jorge Semprun, Jean Améry, Imre Kertész e Uomini comuni di Browning, da quando giorno dopo giorno leggo dell’orrore, dell’inconcepibile, mi fanno male gli occhi, prima l’occhio destro, uno scollamento della cornea, poche settimane dopo l’occhio sinistro e la cosa si è ripetuta, ora per la quinta volta, un dolore insopportabile, atroce. Non sono particolarmente sensibile al dolore, ma questo dolore non mi lascia dormire, mi rende impossibile leggere e scrivere, un dolore che non solo fa lacrimare l’occhio interessato ma anche l’altro, io che appartengo a una generazione alla quale era stato proibito di piangere - un ragazzo non piange -, io piango, come se dovessi piangere tutte le lacrime soffocate, piangere anche per l’ignoranza e per la volontà di ignorare di mia madre, di mio padre, di mio fratello, per quel che avrebbero potuto, dovuto sapere, secondo il significato della parola “sapere”, racchiuso nella radice dell’antico alto tedesco wizzan: “scorgere”, “vedere”. Non hanno saputo perché non volevano sapere, perché hanno allontanato lo sguardo. L’affermazione continuamente ripetuta viene perciò giustificata: non lo sapevamo - non si voleva vedere, si era allontanato lo sguardo.

 

Uwe Timm, Come mio fratello, Mondadori, 2005, pag. 130