Cinema

 

La chiave di Sarah

 di Daniele Portaleone

 

Parigi. 16 luglio 1942. Durante l’occupazione nazista tredicimila ebrei, rifugiati da ogni parte d’Europa, vengo strappati dalle loro abitazioni dalla gendarmeria francese, su ordine del governatore tedesco, ammassati all’interno del Velodromo d’Inverno e quindi avviati ai campi di transito. Destinazione Auschwitz e Birkenau. Tra questi Sarah Starzynski, una bambina di 10 anni ed i suoi genitori. Parigi. 2009. Julia Jarmond, giornalista americana, moglie di un architetto parigino, visitando un appartamento da affittare nel Marais si imbatte nella vicenda di Sarah e decide di indagare su quegli avvenimenti per scrivere un articolo sul destino di migliaia di persone che furono deportate e morirono nei campi di sterminio nazisti.

Dopo il successo internazionale del romanzo omonimo di Tatiana de Rosnay il giovane regista Gilles Paquet-Brenner ha voluto affrontare uno degli episodi più infamanti della collaborazione del governo di Pétain con l’autorità militare nazista.

A distanza di più di sessanta anni i francesi che hanno vissuto quegli avvenimenti cercano di nascondere il complesso di colpa per una macchia vergognosa.

La pellicola procede su binari tematici e temporali diversi, visivamente differenziati nella fotografia: nitida e profonda quella che descrive il presente, sbiadita e opaca quella che racconta la storia di Sarah.

Le immagini che descrivono la violenza dei responsabili del rastrellamento, la disperazione degli arrestati, lo stupore delle donne e dei bambini inconsapevoli sono impressionanti, come pure quelle all’interno del Velodromo o quelle della separazione dei genitori dai bambini nel campo di raccolta.

Attraverso le domande ai suoi giovani colleghi la giornalista scopre che nessuno sa niente o ha mai sentito parlare del Vél d’Hiv. Non ci sono fotografie delle tredicimila persone ammassate per giorni, uomini, donne, vecchi, malati e bambini, in un impianto cadente, senza cibo e senza acqua. Non esistono documenti e articoli di giornali di quei giorni che riguardino quegli eventi. Anche il vecchio suocero che per anni ha vissuto nell’appartamento è reticente e solo dietro alcune insistenze racconta quello che avrebbe voluto dimenticare.

La vicenda della bambina, diventata donna, che pur avendo vissuto una parte della tragedia di un popolo, non ha conosciuto l’orrore della deportazione e dei campi di sterminio senza essere riuscita ad accettare la “colpa” di essere sopravissuta, non sempre trova il giusto raccordo con le vicende di Julia che faticosamente acquisisce consapevolezza e sicurezza del proprio ruolo di madre e di giornalista. L’ombra terribile dell’Olocausto si attenua e sfuma nei sensi di colpa dei testimoni viventi.

A confronto con altri film che trattano il tema della Shoah, tra i quali spicca il coraggioso “Vento di primavera” di R. Bosch che, drammaticamente e poeticamente, ha strappato il velo che copriva la coscienza dei francesi (e degli europei), “La chiave di Sarah”, nell’intento di rimanere fedele al racconto di Tatiana de Rosnay, si allontana dagli eventi che seguirono al rastrellamento del luglio 1942, per seguire i problemi esistenziali e di coscienza di Julia, che viene coinvolta più dal destino di una singola persona che da quello di milioni di innocenti. L’opera cinematografica, ottimamente girata e recitata, merita di essere vista per i suoi contenuti, poiché viviamo in un’epoca grigia dove attecchiscono ancora l’antisemitismo. l’insofferenza verso i diversi e il populismo razzista.

Daniele Portaleone

Elle s’appellait Sarah - Regia: Gilles Paquet-Brenner - Francia 2010

 

    

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