Libri

 

Vita di una rabbina

di Anna Segre

 

Perché la figura di Regina Jonas, che si può considerare la prima donna rabbino della storia contemporanea, per cinquant’anni è stata avvolta nel silenzio? Maria Teresa Milano, provando a rispondere a questa domanda, suppone che la sua personalità abbia suscitato imbarazzo non perché fosse poco capace ma perché lo era troppo. Forse l’ebraismo tedesco illuminato era pronto ad accogliere donne istruite ed emancipate, ma non lo era abbastanza per riconoscere loro il ruolo di guida spirituale, da sempre appannaggio degli uomini. L’autrice avanza però anche un’altra ipotesi: Regina Jonas poteva divenire un problema perché di fatto lei non ha mai agito “fuori dai confini”, ma sempre nella piena integrazione della vita comunitaria e nella coerenza della tradizione, accettando anche limitazioni al suo ruolo. Un personaggio difficile da inquadrare, al confine tra ebraismo ortodosso e riformato, nelle cui posizioni la Milano vede correttamente molte analogie con la corrente modern orthodox di oggi: è dunque problematico per chiunque appropriarsi della sua immagine in modo esclusivo.

Originale la struttura del libro, in tre parti, corrispondenti alle prime tre lettere dell’alfabeto ebraico: Alef come Ishà (donna), che illustra il ruolo della donna nella storia e nella cultura ebraica, Bet come Berlin, che racconta la storia di Regina Jonas dalla nascita a Berlino nel 1902 fino alla deportazione avvenuta nel 1942, e Ghimel come Ghetto, che narra gli ultimi due anni di vita della Jonas a Terezìn, fino al trasferimento ad Auschwitz dove sarà uccisa.

Il percorso sulla donna nell’ebraismo (necessariamente sintetico, probabilmente pensato per permettere ai lettori non ebrei di comprendere meglio il contesto della vicenda) si snoda attraverso alcune parole chiave, rappresentative dell’universo femminile ebraico, che iniziano anche loro tutte rigorosamente con la alef: or - luce, ima - mamma e ahavà - amore, eshet chail - donna di valore (sulle donne famose nella storia ebraica) e ochel - cibo.

La seconda e la terza parte non si limitano a raccontare la storia di Regina Jonas, ma ci restituiscono il contesto della vita ebraica a Berlino nei primi decenni del XX secolo e poi del ghetto di Terezìn con la sua ricca vita culturale, nata per l’inganno nazista del “ghetto modello”, ma che diviene anche una forma di resistenza spirituale.

Molto efficace la descrizione del contesto storico, sociale e culturale in cui Regina Jonas si forma: nata in una famiglia religiosa della piccola borghesia, la Jonas frequenta dal 1925 al 1930 la Hochschule für die Wissenschaft des Judentums. Alla sua tesi di laurea, dal titolo Possono le donne officiare come rabbini?, la Milano dedica un’ampia analisi, con molte interessanti citazioni puntuali: Regina Jonas affronta la questione dal punto di vista dell’alakhà, definendo prima di tutto quali sono i compiti di un rabbino e dimostrando uno per uno che non esistono limiti alakhici effettivi per un’estensione di tali compiti anche alle donne. La Jonas, dopo una serie di rifiuti, riesce a ottenere la Hatarat Horaà, cioè il diploma rabbinico, dal rabbino liberale Max Dienemann. La sua ordinazione suscita molte critiche, ma anche consensi e molti rabbini la trattano come una collega a tutti gli effetti. Sarà poi assunta dal consiglio della Neue Synagoge, con l’incarico di insegnare, aiutare istituzioni sociali della comunità, e anche di tenere sermoni e officiare. Ormai, però, siamo nel 1936 e la morsa intorno agli ebrei tedeschi si sta stringendo sempre di più. Regina Jonas si adopera per favorire l’emigrazione, ma personalmente, pur avendo la possibilità di lasciare la Germania, sceglie di non abbandonare gli ebrei della sua comunità e di condividerne il destino. Ancora a Terezìn tiene lezioni e offre cure e appoggio psicologico agli internati.

La storia di Regina Jonas non è solo interessante in sé, ma porta anche a riflettere su un mondo - l’ebraismo tedesco di inizio ’900 - che la Shoah ha spazzato via. Un mondo che forse un po’ troppo sbrigativamente è stato rappresentato come assimilato, ma che, come si vede da questa vicenda, conteneva in sé una molteplicità di posizioni intellettuali, di sfumature, che in parte è andata perduta con l’eliminazione fisica delle persone. Dalla Shoah l’ebraismo europeo non è uscito solo traumatizzato e ridotto numericamente, ma forse anche impoverito intellettualmente, irrigidito e cristallizzato nelle sue divisioni interne, meno capace di confrontarsi e dialogare. Cosa sarebbe il mondo ebraico di oggi se la voce della prima rabbina della storia non fosse stata messa a tacere così presto? Impossibile dirlo, ma l’impressione di un’occasione perduta è molto forte.

Regina Jonas, in risposta a una lettera, dichiarava: spero che venga un tempo per noi in cui non ci saranno più domande sull’“argomento donna”, perché dove sorgono richieste di tal genere la situazione non è sana. Anche la situazione di oggi, se la analizziamo con questo criterio, non sembra ancora godere di grande salute.

Anna Segre

 

Maria Teresa Milano, Regina Jonas. Vita di una rabbina, Berlino 1902 - Auschwitz 1944, Effatà editrice, 2012, 10,50, pp. 144

 

    

Share |