Lettere

 

Tanti giornali, ma anche regole comuni

 

Spett.le Direzione di Ha Keillah

Vi prego di voler pubblicare questa mia precisazione in relazione all’articolo del direttore Anna Segre “Due ebrei, tre opinioni, quanti giornali?”, pubblicato nel numero di dicembre 2011.

Temo, da quanto riportato nella cronaca della tavola rotonda organizzata dall’Ucei sulle prospettive della stampa ebraica in Italia, di non essere stato capito. Non ho mai detto, ne auspico, la chiusura di ‘Pagine Ebraiche’. Ho detto una cosa molto diversa. Che, stante la grave crisi economica che mina il futuro di tanti giornali ebraici presenti nel nostro Paese (sia in formato cartaceo che su web), sarebbe giusto che l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane finanziasse tutta la stampa ebraica e non solo quella prodotta da se stessa. Sarebbe questo un modo vero, reale e concreto per garantire il pluralismo e la libertà di critica e di opinione. Insomma dove è lo scandalo? Chiedo che per garantire un futuro a ‘Shalom’, al ‘Bollettino di Milano’, a ‘Firenze Ebraica’, a ‘Sullam’ di Napoli, - anche, dal mio personale punto di vista, ad Ha Keillah - l’Ucei applichi una regola comune per tutti, un finanziamento per tutti e non solo a se stessa. D’altra parte la capacità di raccolta dell’8 per 1000 si basa su una immagine dell’ebraismo italiano che non è prodotta dalla stessa Ucei, ma è la sommatoria delle immagini e dei contributi alla società italiana che danno le singole Comunità, anche grazie ai loro specifici mezzi di comunicazione. È grave che l’Ucei continui ad ignorare questa realtà e questa indiscutibile verità. È urgente ragionare su questi temi e assumere trasparenti e precise responsabilità. In alternativa, in assenza di un sostegno anche piccolo all’intera editoria ebraica italiana, si aprirà una pericolosa e tragica prospettiva: quella di un giornale ebraico unico, quello prodotto dalla sola Ucei, che in molti dentro questa Istituzione avrebbero già voluto alcuni anni fa. A quel punto - e sarà troppo tardi - scopriremo che ci sarà stato imposto anche un ‘pensiero unico’. Grazie della spazio concesso.

Giacomo Kahn
direttore responsabile di ‘Shalom’

 

Ringrazio Giacomo Kahn per la sua lettera: credo che il dialogo tra i giornali ebraici italiani sia utile e proficuo e meriti di essere sviluppato.

Kahn non nel suo intervento alla tavola rotonda non aveva auspicato la chiusura di Pagine ebraiche, né io avevo scritto che lo avesse esplicitamente fatto (chiedo comunque scusa se il mio articolo si prestava a fraintendimenti). Avevo però dato per scontato (e in effetti temo che sia così) che il ridimensionamento delle risorse destinate al mensile UCEI rischierebbe di comprometterne la sopravvivenza, e questo, a mio parere, sarebbe un grave danno per l’intero ebraismo italiano, e in particolare per gli ebrei delle comunità medie e piccole, che si sentono molto facilmente tagliati fuori dalla vita ebraica nazionale. Molti di questi ebrei lottano ogni giorno tra problemi di ogni genere (dai prodotti kasher irreperibili o costosissimi alla difficoltà di mettere insieme un minian) per garantire alle proprie Comunità un’autentica vita ebraica, quasi sempre possibile solo grazie alla generosa di collaborazione dei molti iscritti che mettono a disposizione gratuitamente il proprio tempo e le proprie competenze; non sempre in questa lotta quotidiana hanno sentito l’UCEI vicina come avrebbero voluto, ma forse negli ultimi anni la situazione è migliorata grazie ad alcune iniziative dell’Unione più capillari e soprattutto grazie alla nascita di un mensile e di una newsletter di tutti; viceversa, credo che per molti ebrei delle Comunità medie e piccole sarebbe difficile accettare l’idea che parte delle risorse UCEI debba essere spesa per finanziare riviste “ricche” e patinate come Shalom e il Bollettino di Milano: è infatti inevitabile che nella distribuzione delle risorse auspicata da Kahn (su Shalom di gennaio 2012 parla del 20% dell’attuale budget UCEI per l’informazione) il mensile romano e quello milanese, che vantano migliaia di lettori, farebbero la parte del leone lasciando agli altri (tra cui difficilmente sarebbe inclusa una testata non comunitaria come la nostra) solo le briciole.

Finché si tratta comunque di discutere sul modo più opportuno per ripartire il budget dell’Unione dedicato all’informazione tra testate nazionali e locali l’opinione di Kahn, pur con i dubbi sopra espressi, potrebbe essere in parte condivisibile. Il punto essenziale è però un altro: in alcuni momenti l’intervento di Kahn alla tavola rotonda, così come la sua presa di posizione a pag.2 di Shalom di gennaio, dava l’impressione di voler rivendicare una maggiore autorevolezza di Shalom rispetto a Pagine ebraiche, a partire dalla sottolineatura iniziale sul primato della raccolta pubblicitaria fino a frasi come la seguente: Shalom ha alle spalle una lunga storia, una credibilità che nessun altro giornale ebraico in Italia può vantare. Siamo realmente, al di là degli slogan che altri lanciano, la voce autorevole di un ebraismo moderno, ma fedele alla propria tradizione … Imprenditori e giornalisti, ma anche inserzionisti, personalità politiche, culturali ed economiche, ebrei e non ebrei, ci vedono e ci percepiscono come una voce prestigiosa della società italiana … Insomma, sembra dire Kahn, la vera voce dell’ebraismo italiano siamo noi, e non Pagine ebraiche. Una posizione che non può non preoccupare chi non può sentire Shalom come la propria voce, e non per la qualità o i contenuti del giornale, ma semplicemente per la sua dimensione inevitabilmente romana (come è giusto che sia, perché una Comunità con migliaia di iscritti ha bisogno di un giornale che renda conto delle attività culturali, dei dibattiti, delle novità romane). È vero che Shalom è stato recepito per decenni e forse in parte ancora oggi come la voce degli ebrei italiani, ma questo è stato vissuto da molti di noi non romani come uno spiacevole equivoco, che la nascita di Pagine ebraiche ha contribuito in parte a chiarire

Se si tratta semplicemente di discutere su come ripartire le risorse tra giornale dell’UCEI e giornali comunitari a cosa servono le dichiarazioni sulla maggiore autorevolezza di Shalom? Pagine ebraiche avrà sicuramente i suoi difetti, ma spesso in chi lo critica ho percepito una sorta di insofferenza per un giornale che dà troppo spazio agli ebrei delle medie e piccole Comunità, o, più probabilmente, a opinioni ritenute minoritarie nell’ambito dell’ebraismo italiano che qualcuno vorrebbe vedere messe a tacere. Kahn nella sua lettera fortunatamente non pare condividere queste critiche, ma se non teniamo presente il contesto in cui discutiamo fatichiamo poi a capire quale sia effettivamente la posta in gioco.

Anna Segre


Esageruma nen

 

Scrivo questa lettera pensando ad un lettore che non conosca la realtà torinese e ad un ricercatore che nel secolo prossimo intenda studiare le vicende della Comunità di Torino all’inizio del terzo millennio. Si chiederanno infatti il lettore lontano nello spazio oppure nel tempo quali misfatti siano mai stati compiuti su questo territorio, se si richiede l’intervento di un organo di controllo o di un’autorità superiore a contrastare la “degenerazione della politica”, come sembra auspicare Alda Guastalla nel suo articolo “Come ne usciremo?”.

E ancora: a inizio dicembre i cinque consiglieri della minoranza hanno mandato a tutti gli ebrei della Comunità ed hanno letto in assemblea una lettera in cui concludono: “abbiamo quindi deciso di ritirarci da ogni incarico nell’ambito del Consiglio”.

Di fronte dunque a frasi che alludono ad interventi del Presidente della Repubblica ed a ritiri sull’Aventino, vorrei rassicurare i lettori: il Consiglio della Comunità non risulta infiltrato dalla mafia né il Presidente ha annullato la possibilità di parola dell’opposizione replicando il comportamento tenuto a suo tempo da Alfredo Rocco, Presidente fascista della Camera.

La realtà è più semplice e normale. I membri della minoranza lavorano (o lavoravano, nel momento in cui scrivo stiamo ancora cercando di metterci d’accordo) in commissioni strategiche quali Scuola, Casa di Riposo, Giovani ed Immobili; era stata formalmente e inutilmente richiesta la presenza di rappresentanti di Comunitattiva in altre commissioni quali Cultura e Bilancio; l’esponente della lista di minoranza partecipa regolarmente alle riunioni di Giunta. È vero che un tema attinente all’organizzazione dell’Ufficio Rabbinico non è stato discusso nella commissione “Rapporti con Ufficio Rabbinico”, ma è stato affrontato direttamente in Consiglio, in tre lunghissime riunioni, di cui due alla presenza del Rabbino Capo, per un totale di oltre una diecina di ore di discussione. Ed in questa attività il Consiglio si è mosso nell’ambito delle sue competenze, così come prevede l’articolo 22 dello Statuto che ricorda, tra le altre attribuzioni del Consiglio, il compito di nominare e revocare Rabbino Capo e Vice Rabbino.

Le ultime riunioni sono state in buona parte destinate a discussioni generali sui concetti di democrazia e rappresentanza: abbiamo sentito la maggioranza teorizzare che chi ha vinto le elezioni ha la responsabilità di governare e quindi di scegliere, ed il dovere di fronte agli elettori di realizzare il programma elettorale, e la minoranza invece ribattere che le due liste devono pensare al bene comune della Comunità, sacrificando interessi particolari; e che chi ha vinto deve essere cosciente di avere avuto solo un pugno di voti in più. Discussioni eleganti, ma - chiedo scusa ai colleghi consiglieri - anche un po’ scontate: è evidente che un amministratore deve assumere decisioni, è altrettanto ovvio che è saggio perseguire scelte che non siano laceranti, una buona amministrazione sa bilanciare e trovare il giusto equilibrio tra le due esigenze contrastanti.

Speriamo che minoranza e maggioranza riprendano presto a collaborare insieme, e a discutere in modo propositivo per approfondire i gravi problemi che ci affliggono e trovare una soluzione. Ma ci riusciremo, ne sono convinto, anche senza interventi del Presidente della Repubblica!

Intanto, l’altra sera, signore dell’Adei e altre volontarie, alcune note come simpatizzanti di Comunitattiva e altre invece dell’area Anavim si sono tirate su le maniche e hanno cominciato a sbucciare frutta e preparare dolci, apparecchiare le tavole e portare i piatti, per preparare insieme la cena di Tubishvat: saranno le donne a insegnare a tutti come si lavora normalmente insieme e a salvare la Comunità?

Beppe Segre


Al lupo, al lupo!

 

Cosa vuole essere l’articolo di Alda Guastalla pubblicato sullo scorso numero di Ha Keillah con il titolo Come ne usciremo? Un pezzo politico? Gli manca, per definirsi tale, un contenuto effettivo, una visione d’assieme della situazione comunitaria. Un atto di denuncia? No, perché alla denuncia dovrebbero corrispondere dei fatti, e invece nessuna delle sue affermazioni sulla situazione attuale della Comunità di Torino corrisponde al vero, trattandosi piuttosto di indebite supposizioni o affrettate conclusioni. Una indignata protesta? Sì, forse; ma gli argomenti impiegati mi paiono deboli e faziosi: protesta rispetto a cosa, poi? Per lesa maestà? Per mancato servilismo? Oppure il pezzo in questione pretende di essere l’avvertimento di un pericolo (“Attenzione! Questa gente senza scrupoli sta distruggendo la Comunità!)? Ma chi mai potrebbe credere che la crisi della Comunità di Torino sia iniziata in questi ultimi mesi e abbia raggiunto adesso il livello di guardia?

In ogni caso quello di Alda Guastalla è un intervento pericoloso. Pericoloso proprio per la sua ambiguità. Esso non indica infatti visioni comunitarie alternative; si limita a lanciare allarmi privi di autentico contenuto: e l’allarme scagliato nel vuoto è puramente distruttivo, dunque nocivo oltre che inutile.

Ma poiché l’autrice mi chiama direttamente in causa, devo al lettore qualche precisazione. Sia chiaro che non rinnego una sola riga, una sola parola di quanto ho scritto a suo tempo su Ha Keillah. Ma la posizione che Alda ha avuto la compiacenza di richiamare concedendomi l’alto onore di un’ampia citazione non significa certamente che io ritenga fondata e proponibile la rinuncia da parte del Consiglio al suo ruolo istituzionale di guida e di decisore nell’ambito della vita comunitaria. Scrivendo quelle parole prendevo posizione contro l’inqualificabile offesa e umiliazione arrecata dal precedente Consiglio alla figura del Rabbino Capo; e continuo a ritenere indegno l’atteggiamento allora manifestato dalla dirigenza comunitaria contro Rav Somekh e iniqua - ancorché ufficialmente confermata - la decisione della revoca.

Ribadita la dignità del Rav ha Rashì, affermo però con decisione che mai ho sostenuto e scritto che il Consiglio della Comunità debba comunque accettare le indicazioni del Rabbino Capo e conformarsi ad esse. Certo dovrà tenerle in debita considerazione, soprattutto quando attengono a settori legati alle competenze e alle attività dell’Ufficio rabbinico. Bene, questo è stato fatto in ogni occasione a partire dallo scorso giugno; continuamente questo principio è messo in pratica dall’attuale maggioranza. Il dibattito e lo scambio di punti di vista tra Rabbino e Presidente, Rabbino e Ufficio di Presidenza, Rabbino e Consiglio sono all’ordine del giorno di questa gestione comunitaria. Né l’opposizione né Rav Birnbaum possono affermare il contrario. Dunque Alda Guastalla dice palesemente il falso quando accusa l’attuale maggioranza di non ascoltare e di non valutare adeguatamente il parere del Rabbino Capo. Ma ascoltare e valutare non significa accettare pedissequamente, non vuol dire eseguire automaticamente le direttive di chi (il Rabbino Capo) non è chiamato a dare direttive bensì a fungere da maestro, da giudice, da punto di riferimento halakhico per il rispetto della legge e della tradizione ebraica. Una cosa è l’alto impulso culturale, formativo, aggregante proprio della figura rabbinica; altra cosa il ruolo dei dirigenti, che certo devono considerare attentamente lo stato delle cose, avvalersi di pareri e consigli, ma che sono in ultima analisi chiamati a valutare da soli le singole situazioni problematiche e a scegliere poi in piena autonomia la via da seguire. Questo almeno è quanto prevede lo spirito dello Statuto dell’ebraismo italiano: non una Comunità disegnata dai Rabbini; e neppure la monarchia costituzionale prefigurata da Hegel, in cui il re (cioè il vertice dell’istituzione) “dice sempre di sì e mette i puntini sulle i”. Semplicemente, invece, una divisione di ruoli e di compiti istituzionali, per raggiungere l’obiettivo comune della vitalità e dell’unità della Keillah.

È la direzione che l’attuale maggioranza sta seguendo. Non certo l’orientamento di chi vuol seminare diffidenza e divisione gridando ai quattro venti: “al lupo, al lupo!”.

David Sorani


Abbiamo seguito il regolamento

 

Cara Direttrice,

sull’ultimo numero di Ha Keillah è stato pubblicato un intervento di Alda Guastalla che mi coinvolge direttamente come responsabile del personale della Comunità, oltre che come vice-presidente. Desidero quindi farti pervenire queste mie considerazioni, con la preghiera di pubblicarle.

Il ruolo e l’autonomia del Rabbino Capo sono quelli previsti dallo statuto e dal regolamento, e quindi non è nelle facoltà, e neanche nelle intenzioni “dell’attuale maggioranza” compiere “scelte” di qualsivoglia tipo volte a modificare alcunché.

Ha scritto Alda che non si è voluto “tenere in alcun conto le indicazioni formulate dal Rabbino Capo”. Ciò non risponde a verità: tutte le affermazioni fatte dal Rabbino Capo in una riunione a porte chiuse (per tale ragione non posso entrare nei dettagli) sono state da me attentamente annotate (sono perfino stato due volte ripreso perché prendevo appunti, che ho invece considerato per me necessari, e che giudico leciti anche se la riunione era a porte chiuse), e successivamente vagliate con cura. Quando vengono mosse accuse a terzi, è normale ascoltare anche quanto costoro possano dire in proposito. Questo, come responsabile del personale, ho fatto, e successivamente il consiglio e la giunta, ciascuno nelle proprie competenze, hanno deliberato nell’ambito di quanto prevede il regolamento, e senza mancare di rispetto al Rabbino Capo. Questo tengo a sottolineare perché non si è operata nessuna scelta “in contrasto con il regolamento comunitario”, affermazione che devo apertamente confutare.

Alda rimprovera Anavim di non mantenere i propri impegni elettorali là dove si dice: “valorizzare quanto di positivo vi è nel nuovo”; credo che chiunque potrà osservare che tutti i nuovi progetti portati da rav Birnbaum sono stati confermati dalla nuova maggioranza, nessuno escluso.

Scrive successivamente Alda che “i Consiglieri di minoranza sono infatti del tutto esclusi dalle decisioni più importanti per il futuro della Comunità”, aggiungendo che certi determinati temi sarebbero “gestiti esclusivamente dal Presidente e dai vice presidenti”; anche qui, con rammarico, devo dire chiaramente che, almeno per quanto mi riguarda, le cose non stanno affatto così: ho ripetutamente detto, anche alla stessa Alda, che vorrei avere la sua collaborazione nelle gestioni di mia competenza; lei è certamente libera di rifiutare tale collaborazione (rifiuto già espresso nella prima riunione di Consiglio dopo le elezioni e sempre confermato), ma non di incolpare noi di tale mancata collaborazione.

Molto vaghe sono le affermazioni circa la “partecipazione totalmente selettiva” ad attività comunitarie; tuttavia, per non contribuire ad approfondire il “solco” che divide la nostra Comunità, preferisco non entrare nel merito della questione, preferendo limitarmi ad invitare tutti a fare anche un po’ di sana autocritica.

Infine, la triste affermazione che chiude la lettera di Alda mi trova, purtroppo, del tutto d’accordo: “la degenerazione della politica che ha portato l’Italia sull’orlo del baratro” sembra aver davvero “contagiato” anche la nostra Comunità; questa è la mia impressione dopo sette mesi di presenza continua negli uffici comunitari per la necessaria gestione. Ma non è una verità degli ultimi sette mesi soltanto.

Emanuel Segre Amar

 

 

Lo scopo del mio articolo Come ne usciremo era di comunicare la mia profonda preoccupazione per la direzione presa dall’attuale maggioranza nella conduzione della Comunità, che ne sta ahimè rendendo sempre più profonda la crisi (della cui nascita non mi sono certo sognata di accusare il presente Consiglio visto che dura da parecchi anni). Il mio accorato monito a cercarne una ricomposizione non avrà certo l’effetto di “seminare divisione”.

La reazione, in particolare di David Sorani, estremamente aggressiva ed offensiva (non contiene infatti altro che pesantissimi giudizi nei miei confronti), mi costringe ad una sia pur breve risposta; non ritengo però opportuno proseguire in un interminabile botta e risposta con Presidente e vicepresidenti che non porterebbe ad altro che a tediare i lettori e ad aumentare le già sufficientemente profonde divisioni: esattamente il contrario di ciò che io mi prefiggo e che è testimoniato da tutte le mie dichiarazioni verbalizzate nelle riunioni di Consiglio, di cui gli scriventi dovrebbero essere ampiamente a conoscenza. Inviterei piuttosto i lettori che volessero farsi una idea più precisa di ciò che effettivamente sta succedendo nella loro Comunità a partecipare, fra il pubblico, a qualche riunione di Consiglio. Per verificare poi se quanto da me affermato corrisponda al vero o se si tratti di “indebite supposizioni, affrettate conclusioni” o se sia addirittura “palesemente falso” suggerisco la lettura dei verbali delle passate riunioni di Consiglio.

Mi pare d’altra parte che lo stesso Sorani confermi, in fondo, con le sue parole quanto da me sostenuto: che cioè le sue importanti affermazioni di principio di poco più di un anno fa su autonomia e funzione trainante dell’autorità rabbinica e dignità del Rav ha-Rashì (Rabbino Capo) si dovessero applicare al solo caso di rav Somekh e non si trattasse quindi affatto di principi generali, come hanno invece probabilmente creduto molti dei suoi elettori.

I titoli dei due articoli Al lupo, al lupo ed Esageruma nen mi paiono, nelle attuali circostanze, del tutto peregrini: non mi sembra abbia avuto così benefici effetti sul nostro paese l’ossessiva ripetizione che tutto andava bene e non era il caso di allarmarsi, di recente berlusconiana memoria. Forse un po’ di sana autocritica, come auspicato da Manuel Segre Amar, non guasterebbe. Sarei comunque molto felice di sbagliarmi, ma temo ahimè che, anche alla luce della totale inutilità dei recenti tentativi di arrivare ad una ricomposizione della crisi che ha portato tutti i consiglieri di minoranza a lasciare i loro incarichi nelle commissioni, ci sia, al momento, ben poco da essere ottimisti.

Alda Guastalla


Una recensione troppo frettolosa

 

Cara redazione di Ha Keillah,

con una certa frettolosità il gruppo di redattori che cura le recensioni ai libri ha liquidato il libro di Moni Ovadia Il popolo dell’esilio, sbrigandosela nel dire che, insomma, ancora una volta l’autore riprende cose già dette.

In genere questa rubrica di recensioni è fatta assai bene, ma stavolta devo dissentire!

Con crescente emozione e grande sorpresa ho finito di leggere il libro di Moni Ovadia e mi si lasci dire che è un libro davvero esemplare!

Se dovessi consigliare un titolo di libro che spiega cos’è l’ebraismo preferirei questo ai mille manuali in uso! È un libro che va alla radice di molte questioni e in più, in perfetta linea con la nostra rivista (l’unica in Italia che susciti un qualche dibattito).

Poiché a Torino avete dei gruppi di studio io vi invito a far parlare Moni Ovadia all’interno delle vostre attività culturali, sono certo che il redattore della recensione si mangerà le dita per la sua eccessiva frettolosità.

I più cari affettuosi saluti, shalom

Giuliano Della Pergola

 

 

Caro Lettore,

considerata l’esiguità dello spazio concesso alle “indicazioni di lettura” pubblicate sul nostro periodico, non è pensabile approfondire e disaminare tematiche come quelle contenute nel testo in questione. L’esame non è stato dunque frettoloso, bensì accurato, e proprio nel rispetto del pensiero di Moni Ovadia, e onde evitare travisamenti, mi sono trincerata dietro un sintetico e incontrovertibile virgolettato.

Un cordiale shalom

Silvana Momigliano Mustari


    

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