Prima pagina

 

 

Ogni Comunità è speciale

Intervista a Noemi Di Segni, Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane

 

Quali sono le principali sfide che hai affrontato in questi primi mesi?

Possiamo distinguere la risposta tra sfide verso l’esterno e sfide verso l’interno, tra la sfida di rappresentare tutte le Comunità e quella di sostenere le loro diverse esigenze.

Iniziamo dall’esterno.

Quello che ho compreso in questi mesi è che rappresentare l’ebraismo italiano verso l’esterno implica sfide quotidiane che passano attraverso tanti piccoli momenti e messaggi, che non sono ovviamente solo miei o solo dell’Unione perché ciascun ebreo nel muoversi genera un impatto. Riscontro più o meno formalmente un certo apprezzamento nelle diverse sedi, su come l’Unione si posiziona, su che tipo di messaggi passano; però sono contesti in cui non si può misurare immediatamente un risultato: non si può cambiare in pochi giorni una legge, o generare una classe politica più consapevole. Semini moltissimo, ma è chiaro che i risultati si vedranno, spero, solo nel medio e lungo termine.

C’è l’intento di andare in una certa direzione, e su questo mi fa piacere avere un feedback anche da voi iscritti alle Comunità. Per esempio, per quanto riguarda la Giornata della Memoria, credo che sia opportuno cercare di limitare la sovraesposizione di un ebraismo che si presenta esclusivamente come vittima e cercare invece di lavorare sui valori positivi che condividiamo con la società. Quindi, certo, ci sono cose su cui dobbiamo esprimere preoccupazione, ma non si può alzare la voce tutti i giorni su qualsiasi cosa. Porto l’esempio degli striscioni antisemiti negli stadi [recentemente è uscita una sentenza di proscioglimento, ndr]. Inizialmente intendevo limitarmi a rappresentare la mia preoccupazione alle autorità di riferimento (pur consapevole che esse non possono realmente cambiare la decisione adottata) ma non ritenevo opportuno che la contestazione andasse sui giornali: se esce l’immagine degli ebrei che si lamentano, i tifosi antisemiti saranno ancora più contenti di sapere che noi siamo allarmati e continueranno esattamente come prima. C’è invece chi pensa esattamente il contrario e ne ha fatto apposita comunicazione ampia ed allarmata. Ogni giorno si presenta un caso per cui ci si misura su queste cose: cosa dire o non dire, se uscire pubblicamente o no.

 

In questi mesi abbiamo comunque notato una tua tendenza ad essere più presente sui mass media rispetto al Presidente Gattegna che ti ha preceduto. È frutto di una scelta strategica ben precisa?

Sicuramente. C’era la necessità di comunicare di più anche per fare conoscere l’Unione quale ente rappresentativo dell’ebraismo intero. Abbiamo fatto incontri con i direttori di tutti i vari giornali, redazioni, ecc. Il messaggio che deve arrivare è: esiste un ente che si chiama Ucei e quell’ente deve essere il punto di riferimento. Abbiamo al contempo voluto rappresentare un messaggio di positività, di orizzonte internazionale ed evitare questioni di conflittualità interna.

 

Apprezziamo molto che stia emergendo con maggiore chiarezza una voce unica dell’ebraismo italiano. Ci siamo chiesti, però, se in questo clima di generalizzata sfiducia verso le istituzioni noi ebrei se siamo troppo presenti sui media non corriamo il rischio di essere percepiti come troppo vicini alle stanze del potere.

Siamo però ancora in una fase di avvio, ed è importante far sapere che c’è l’Unione: la tendenza a mischiare tutto l’ebraismo italiano con quanto rappresentato dalla Comunità di Roma va corretta. Cerco sempre, sia all’esterno che all’interno, di dire che in Italia ci sono 21 Comunità, e non si misurano in funzione del numero degli iscritti, ci sono anche altri elementi: hanno spessore culturale e storico tutte le Comunità e ciascuna è speciale a modo suo

Poi, certo, una cosa è non lasciare vuoti, un’altra è riempirli eccessivamente o dare un’informazione distorta parlando solo di certe cose e in un certo modo. La sfida è quella di presentare l’ebraismo e Israele come realtà positive e portatrici di valori positivi. Non dare giudizi sulle specifiche scelte di posizionamento religioso o politico. Questo non vuol dire che siano immuni da conflitti, discussioni, dibattiti, ricerca dei se e dei perché, però bisogna far passare il messaggio che sono portatori di valori che oggi poche collettività hanno: essere uno stato di diritto in Medio Oriente, questo Israele ce l’ha e bisogna valorizzarlo. Se il governo israeliano e la stampa discutono sui Territori, noi non possiamo prendere posizione ma rappresentare la pluralità di opinioni. Questo di per sé rappresenta un valore.

 

A volte presentando la realtà israeliana come esclusivamente positiva non si rischia di dare l’impressione che l’ebraismo italiano sia appiattito sulle posizioni dell’attuale governo israeliano?

Non ho mai detto: “Netanyahu fa bene o male a fare questa cosa.” Come Unione non mi sento di rivolgere una critica specifica a una decisione specifica del governo israeliano, così come non esprimo un sostegno alle specifiche politiche. Quello che va spiegato sempre è che Israele è uno stato di diritto, che ogni giorno si misura sulla sfida dolorosa e faticosa di salvaguardare uno stato di diritto.

Quando parliamo di Israele, di Gerusalemme, ecc. ci tengo a far capire che Israele è un paese speciale, che deve esistere, che deve vivere in sicurezza, e che condivide valori, così come l’ebraismo è una minoranza che condivide valori. Non si può lasciar passare l’idea che Israele sia un paese terrorista. Stessa cosa per l’ebraismo: non possiamo essere presentati come collettività razzista.

 

Non c’è rischio che si generino confusioni nell’opinione pubblica tra ebrei e Israele?

È vero, e infatti la sfida è di parlarne al minimo. Non entro nei dettagli di quello che ha detto il governo, o difendere una certa linea. Agli incontri istituzionali non vado come ambasciatrice di Israele. Però quando c’è stato il viaggio dei Cinquestelle in Israele lì, sì, ho parlato di Israele, ma l’obiettivo era di dire: queste persone hanno dato certi giudizi senza aver visto nulla con i loro occhi. Io sono sicura che se una persona visita Israele qualcosa nel suo giudizio, espresso o inespresso, cambia: non può essere che veda solo il male che alcuni cercano a costo di accettare distorsioni politiche.

 

Comunque il viaggio dei Cinquestelle ci riguarda come cittadini italiani, visto che si candidano a governare l’Italia, quindi a mio parere era opportuno che tu ne parlassi.

Comunque Israele è un elemento identitario di tutti noi. Ma Israele come terra, luogo, fa parte della nostra storia e della nostra identità, quindi, pur non parlando della sua politica governativa, anche un eccesso di separazione non mi sembra corretto. Distinguere sempre in assoluto non è giusto. In ogni ebreo c’è un pezzo di Israele: la deve saper portare dentro, la deve saper raccontare fuori, non deve sostituirsi ai cittadini israeliani o all’ambasciata nel dire mi piace o non mi piace la tale scelta politica specifica. È giusto rappresentare anche le cose negative e faticose di Israele se hanno quell’aspetto di sfida (le critiche sui giornali, le indagini che coinvolgono politici), per dire che Israele è un Paese moderno e democratico, in cui anche il Primo Ministro è sottoposto a procedimenti giudiziari. Non è così in Egitto, non è così in nessun Paese del Medio Oriente. A noi sembra normale perché viviamo in Europa, ma in quale Paese non democratico esiste una cosa del genere?

 

Torniamo a parlare dell’Italia.

Bisogna costruire un rapporto con le istituzioni, partecipare molto alla vita del paese, non perché come ebrei meritiamo un’attenzione speciale o una pagina di un libro di scuola, ma perché abbiamo certi valori che possiamo radicare in una società più ampia. E questo passa attraverso tanti frammentati rapporti: con il Miur per i programmi scolastici, sulla memoria ma anche su come contrastare l’odio; abbiamo avviato da poco un importante progetto di legalità con la magistratura. Ovviamente c’è poi anche un discorso di cultura alimentare con la kasherut; c’è il progetto Talmud; poi c’è il discorso della valorizzazione dei beni culturali ebraici.

Inoltre c’è il discorso dell’Islam: per me personalmente è una sfida importante il dialogo interreligioso, non tanto come dialogo confessionale, ma perché oggi le religioni hanno un ruolo importante nel guidare un certo tipo di riflessione: non possono confrontarsi sulle differenze, devono raccogliere quello che hanno in comune per fare insieme un lavoro sulla società. Infatti abbiamo aderito a un tavolo interreligioso importante. La volontà è quella di fare un lavoro assieme, sulla libertà di religione, sui diritti delle minoranze. Nell’Europa che sta per compiere sessant’anni bisogna interrogarsi sul concetto di laicità come garanzia, che non deve essere un vuoto in cui chi vuole è religioso privatamente, deve essere di più: chi è religioso ha una tale ricchezza di valori che deve essere in grado di condividerla con i laici, non per farli diventare religiosi ma per arricchire di valori la società. E questa è una responsabilità. Non è necessario immaginare progetti impegnativi: anche una cosa piccola fatta insieme ad altri è già qualcosa. Lì c’è la sfida dei musulmani, che sono diversi gruppi, diverse espressioni, ma comunque si deve iniziare dal dialogo: non si possono ignorare.

 

Quali sono le principali sfide che l’ebraismo italiano deve affrontare nei prossimi anni al proprio interno?

Sono diverse. Una di tipo gestionale, finanziario e di sostenibilità delle Comunità. C’è un problema di capacità delle Comunità di rimanere nel tempo, per difficoltà finanziarie, calo demografico, diminuzione dell’otto per mille. Il modello gestionale dove l’Ucei è la mamma che sostiene le Comunità non può durare a lungo: bisogna trovare fondi da altre risorse, forse più mirate su specifici progetti; le Comunità stese devono ripensare alcuni loro servizi, apparati, modo di impostare le cose, oppure condividere tra più Comunità alcuni servizi. Forse alcuni servizi possono essere diffusi dal centro in un’ottica di sussidiarietà verticale, ad altri forse è giusto rinunciare. Non ho la risposta precisa, che va strutturata su diversi parametri sui quali stiamo riflettendo, però è un processo importantissimo su cui riflettere nei prossimi anni. È una sfida di salvaguardare la sostenibilità di queste Comunità anche sotto il profilo della gestione, dei numeri molto piccoli, ecc.

Parallelamente a questo c’è poi lo sviluppo del Meridione, dove, al contrario, c’è un rinascimento. Le Comunità anziché diminuire aumentano: in Sicilia ormai ci sono più ebrei che a Bologna. Non sono Comunità strutturate, sono fatte di singoli che si sono riavvicinati, oppure convertiti, però sicuramente lì c’è un rinascimento. Quindi su tutto il Meridione d’Italia occorre una riflessione molto profonda: è importante, strategico, richiede scelte molto precise in termini di vicinanza e di investimenti educativi.

Seconda questione profonda: la Rabbanut e l’identità ebraica. È un tema veramente delicato e di emergenza: diciamo “Unione delle Comunità Ebraiche”, ma quali Comunità? Chi partecipa? Come si concepisce oggi la parola comunità? E la parola ebreo? Su questo abbiamo lavorato molto nell’ultima riunione di Consiglio, con interventi molto interessanti. Questo è un tema faticosissimo, importantissimo, strategico: le Comunità ebraiche sono definite ortodosse ma è chiaro che c’è il problema di come relazionarsi con l’ebraismo progressivo da una parte, con i Lubavitch e altre correnti ultraortodosse dall’altra, con gli ebrei italiani in Israele, ecc. E allora forse oggi i confini geografici di una Comunità sono diversi, forse è diversa l’identità di chi deve iscriversi. Qui si collega il tema di come e con quali progetti salvaguardare gli iscritti. C’è il lavoro sul dopo bar mitzvà; e poi, allargando il discorso a cerchi concentrici, c’è il tema di come non allontanare: ragazzi più grandi, situazioni delicatissime di famiglie miste, ghiurim e con quali criteri farli, chi è definito ebreo, chi può essere iscritto alla Comunità e chi può partecipare alle attività della Comunità. Su questo non abbiamo fatto ancora modifiche e cambiamenti statutari ma c’è una Commissione apposita.

Sul tema dell’ebraismo progressivo: dobbiamo ragionare coraggiosamente se e come dialogare, istituzionalizzare o non istituzionalizzare, essere un’Unione che rappresenta tutti oppure no. La riflessione non è ancora maturata, sono tutti punti interrogativi, però quello che io ho voluto moltissimo è che ci fosse un luogo dove discutere e parlare di questi temi. E questo è proprio fondamentale.

Collegato a questo c’è il tema del rapporto con la Rabbanut: la Rabbanut italiana è affievolita, impoverita; da un lato si stampa il Talmud e dall’altro non c’è chi lo studia per diventare rav; è un bene da condividere con la collettività, è diventato il libro di moda sui tavoli, ma questo non vuol dire avere più rabbanim.: gli alunni sono pochissimi. Quindi lì c’è un punto interrogativo enorme su come si articola la formazione rabbinica in Italia, cosa si insegna al Collegio Rabbinico, che tipo di rabbanim e di che cultura devono essere o se li dobbiamo importare solo da fuori, e come si cresce una classe rabbinica. Questa è una sfida importante, delicata, che non si risolve in pochi giorni. Questo genera difficoltà a trovare un rav per le diverse Comunità e di avere un rav che non sia solo colui che conosce le regole per risolvere i problemi alakhici; il problema delle persone oggi è la solitudine, aver bisogno di qualcuno che ti ascolta, di avere un punto di riferimento, che anche culturalmente ed ebraicamente ti guida in certi momenti e in certe situazioni. E oggi vogliamo riconoscere nel rav una figura di riferimento forte, autorevole, di guida della comunità, e di riferimento per i singoli, un punto di riflessione forte, anche per indurre certi comportamenti. Porto un esempio, ma non il più rilevante: c’è una violenza verbale infinita nelle nostre chat, mail, comunicazioni, Facebook, che è una cosa terribile, vergognosa, preoccupante, davvero grave, e sulla quale la voce dei rabbanim non si è sentita.

 

Anche noi avevamo rilevato questo paradosso nel numero di Ha Keillah dello scorso luglio.

Altra cosa a cui tengo moltissimo, e che ho evidenziato dal primo giorno, è il discorso dell’ebraico: non ci può essere identità se non si sa l’ebraico; l’ebraico fa parte di noi. Invece l’ebraismo italiano tende a vivere senza l’ebraico; e su questo c’è molto da fare.

 

Secondo te lo sappiamo peggio di altri ebrei della diaspora, per esempio degli americani?

Gli americani sicuramente lo sanno meglio di noi, almeno quelli che conosco io. Da noi non si insegna bene, non si parla, c’è chi legge le tefillot e neanche capisce bene cosa sta leggendo. Questo deve essere un obiettivo dell’Unione: integrare questo tema dell’identità con Israele presentato in un certo modo da un lato, con l’ebraico dall’altro e con un certo spessore storico. Ma non basta.

 

Parliamo di comunicazione. Recentemente la giunta UCEI ha preso la decisione di non inviare più il mensile Pagine ebraiche a tutti gli iscritti alle comunità ebraiche italiane ma solo a chi si abbonerà.

Purtroppo ci sono scelte da fare: se non ci fosse il problema finanziario non avremmo preso questa decisione. Abbiamo fatto una scelta che risparmia sui costi vivi di stampa però senza cambiare la disponibilità mensile del giornale. Credo che si possano spendere 30 euro l’anno per l’abbonamento. Comunque continueremo a mandare un certo numero di giornali stampati alle Comunità. Non sarà facile recuperare tutti quelli che ricevevano il giornale gratuitamente, ma chi paga? Dobbiamo recuperare il rapporto con il singolo.

 

Non c’è il pericolo che in questo modo siano penalizzate le Comunità medie e piccole che non hanno un proprio giornale?

Ne prendo atto e ci dobbiamo ragionare: vediamo come va.

Intervista di Anna Segre

Noemi Di Segni, Presidente UCEI

 

Share |