Conversioni

 

 

Percorso senza fine...

di Edoardo Fuchs

 

Questa lettera di Edoardo Fuchs aggiunge un ulteriore tassello a un tema complesso e problematico che abbiamo già trattato in passato e su cui probabilmente avremo occasione di tornare nei prossimi numeri. Per offrire ai nostri lettori un quadro più completo abbiamo chiesto una testimonianza sulla situazione romana a Fausta Carli Finzi. Intanto, mentre questo numero stava per andare in stampa, abbiamo letto sul sito dell’Ugei (Unione Giovani Ebrei d’Italia) la sconcertante notizia di una ragazza a cui solo poche ore prima di un evento è stato comunicato che non avrebbe potuto prendervi parte. Anche questo, come la lettera di Fuchs, è il sintomo di un disagio che pervade l’ebraismo italiano e di cui si fatica a discutere apertamente.

 

Un'intervista a Rav Arbib, rabbino capo della Comunità Ebraica milanese e presidente dell'Assemblea Rabbinica Italiana, dal titolo “Ebrei in Italia, tra identità e assimilazione” è comparsa sul numero di ottobre del Bollettino della Comunità di Milano. Verte principalmente sull'argomento delle conversioni all'ebraismo, argomento quanto mai delicato di cui ci siamo già occupati in passato e sul quale, in considerazione della sua vastità e complessità, ci riserviamo di ritornare a parlare con maggiore ampiezza e precisione. Tuttavia, non possiamo esimerci dal fare subito alcune brevi considerazioni sul merito della questione e sul modo in cui viene affrontata.

Duole, infatti, constatare che il percorso di conversione descritto, a nostro giudizio in modo persino edulcorato rispetto alla realtà, ci venga presentato come quello “regolamentato dalla halakhà, in cui nessun rabbino può fare come vuole”. L'articolo descrive freddamente questo arduo percorso, così come oggi viene promosso e praticato dalla rabbanut italiana, che sostiene essersi “uniformata agli standard israeliani ed internazionali” - vedremo tra poco in quale strano modo. Tale percorso segue, dunque, “tempi ragionevolmente lunghi”: quello che non viene specificato è che cosa ciò significhi. Nei casi concreti, infatti, questo percorso dura molti anni, mediamente più di 5, che possono arrivare addirittura a decenni in svariati casi. Non osiamo nemmeno immaginare quali drammatiche conseguenze materiali e psicologiche ciò comporti sulla vita delle persone. Durante questo lunghissimo tempo in cui il candidato vive per anni in una sorta di limbo, senza sapere se e quanto dovrà rimanervi, il Bet Din si arroga il diritto di “stabilire se il candidato sia pronto o meno”, e di prolungarlo di conseguenza qualora “il percorso sia stato svolto in modo parziale o se il cammino di studio non sia stato sufficientemente metabolizzato”, nonché “di dire un NO netto e deciso” qualora lo ritenga. Rimaniamo increduli nel constatare che non sembra essere previsto che il soggetto in questione possieda alcuna voce in capitolo riguardo al merito della sua scelta né riguardo alla tempistica e all'organizzazione della sua vita. Si inizia con una prima fase “di scoraggiamento e dissuasione”, che nella realtà si traduce spesso in un irritante muro di indisponibilità e di silenzio, quando non di aperta scortesia e ostilità. Soltanto se l'aspirante “supera questa prima fase di dissuasione, viene introdotto in un percorso di conoscenza e di progressiva osservanza”. Questa fase è caratterizzata principalmente da tutta una lunga serie di esami standardizzati e nozionistici sulla halakhà, che non prendono in minima considerazione l'aspetto principale, cioè la psicologia individuale ed il carattere della persona, che sono la vera discriminante in un percorso identitario. Infine, nel caso in cui il Bet Din “si ritenga convinto che la persona sia pronta”, cioè se ha risposto correttamente alle domande tecnicistiche degli esami, si arriva effettivamente al ghiur. Non vi è traccia, in tutto questo percorso descritto in termini così burocratici ed insensibili, di alcuna umanità ed empatia verso la persona, di alcun rispetto per la sua scelta difficile e sofferta, di alcun interessamento per le difficoltà che un cambiamento talmente radicale di vita necessariamente comporta. Il candidato alla conversione viene trattato come un qualsiasi candidato ad un titolo o ad un pezzo di carta, come uno studentello insignificante di fronte a qualche baronato universitario, e nulla più. Va da sé che il superamento degli esami non viene certo dato per scontato: “Non si può pensare che un processo di conversione debba comportare ipso facto una conversione obbligatoria e certa”. E tantomeno ci si può immaginare che vengano effettuate conversioni a minori - chissà poi perché. Persino raggiunta l'età del Bar Mizvà, apprendiamo con sgomento che ci sarebbero opinioni controverse sulla fattibilità del ghiur, perché “non si ritiene che un ragazzo di 13 anni abbia la maturità per assumersi un impegno così importante”. Si mette, insomma, persino in dubbio la tradizione ebraica sull'età del Bar Mizvà. Non capiamo, a questo punto, come mai lo stesso dubbio non debba riguardare tutti i tredicenni, e come mai non si decida allora di portare l'età del Bar Mizvà ad un'età più congrua a parere della rabbanut italiana. Ma c'è di più. Anche sull'accoglienza nei confronti dei convertendi, non si usano mezzi termini: “L'accoglienza totale e assoluta va soltanto verso chi si è già convertito, non verso chi si converte”. Verso questi ultimi il nostro dovere è “verificarne convinzioni, motivazioni e determinazione”. In poche parole, trattarli con la massima severità e durezza. Ma è davvero questo che insegna l'ebraismo sulle conversioni? E, se le cose stessero davvero così, non sarebbe il caso di cominciare a pensare di convertirci noi a qualche altra religione, piuttosto?

Naturalmente risulterà già chiaro, a questo punto, che la risposta è inequivocabilmente no: che non è assolutamente questo ciò che l'ebraismo insegna sulle conversioni. Al contrario, nella tradizione ebraica l'atto di conversione è chiamato “kabbel (o karev) tachat kanfè ha-Shechinà”, cioè “accogliere (o avvicinare) sotto le ali della Presenza Divina”, ed è considerato una grande Mizvà. È vero che l'ebraismo non fa proselitismo, perché considera che vi siano diverse strade adatte a diversi popoli, ma ciò non significa che coloro che desiderano unirsi a noi vadano rifiutati o scoraggiati in alcun modo, al contrario. Tutti i grandi personaggi biblici hanno compiuto conversioni, da Abramo a Moshè, e la Torà ed il Tanakh ci mostrano molte volte quanto preziosi siano i convertiti per il nostro popolo: tra loro troviamo Itrò, a cui è dedicata la parashà che contiene i Dieci Comandamenti, e Ruth la moabita, da cui discende il nostro Re Davide e discenderà, in futuro, il Re Messia. L'ebraismo stesso, così come lo conosciamo oggi, non esisterebbe se non ci fossero stati i grandissimi saggi Shemayà e Avtalion, maestri di Hillel e Shammai, anch'essi convertiti. Convertiti o figli di convertiti erano anche altri grandi maestri della Mishnà, che hanno contribuito a plasmare ciò che noi oggi chiamiamo ebraismo: Ben Bag-Bag e Ben Hè-Hè, nonché Rabbi Akiva e Rabbi Meir. I convertiti hanno, perciò, diritto ad una parte speciale tra le benedizioni della Amidà, e precisamente nella 13a benedizione, assieme ai Giusti ed ai Saggi che hanno praticato e insegnato la Torà al nostro popolo durante tutta la sua storia, e senza i quali noi non esisteremmo.

Porte sempre aperte, dunque, a chi desidera entrare a far parte a pieno titolo della nostra storia, e combattere le nostre battaglie al nostro fianco. Il trattamento a lui riservato deve essere innanzitutto estremamente rispettoso verso la sua scelta, che è una scelta di grande coraggio: da lui ci aspettiamo che sia all'altezza di una scelta simile, e le avvertenze che è giusto fare a chi si appresta a partecipare alle nostre difficili vicissitudini, devono riflettere unicamente questa preoccupazione, non certo durezza e insensibilità. Non bisogna affatto scoraggiare persone del genere, né indurle in nessun modo a desistere, anzi bisogna avvicinarle con delicatezza e amore, come ci insegna la Torà, che ripete l'imperativo di amare il gher per decine di volte. Il percorso di conversione deve giustamente seguire degli standard internazionali, come predica la rabbanut italiana, peccato che sia proprio lei ad aver ampiamente deviato da tali standard: in Israele si considera una tempistica media di un solo anno per il percorso di conversione nell'80% dei casi, con due lezioni settimanali per 10 mesi, e partecipazione alla vita sociale e comunitaria nel secondo semestre, mentre nei rimanenti casi il percorso dura appena due o tre mesi in più; negli Stati Uniti, invece, il percorso medio previsto dalla Orthodox Union dura due anni. Ma in nessun caso si può accettare che esso duri 5 o più anni, che costituiscono un tempo umanamente incompatibile con la vita di una persona. E poi, come si può rimandare tanto a lungo una così grande mizvà? Come può un percorso quale quello italiano dimostrare il nostro amore e la nostra stima dovuti verso chi desidera convertirsi? Non c'è bisogno di dire che in nessun caso, se non in situazioni storiche straordinarie che non appartengono alle nostre società, si dovrebbero verificare dei blocchi indiscriminati e velleitari alle conversioni, né annullamenti retroattivi, come invece sono tristemente avvenuti ed avvengono.

Ci possono essere dei casi di rifiuto, non lo neghiamo. Chi si vuole convertire per secondi fini egoistici non può essere accettato, ed effettivamente c'è chi si avvicina all'ebraismo in cerca di una high society più chic, o di un business più global, o di una carriera più sicura ed influente (anche rabbinica, come no!), o di un’erede Rothschild da sedurre. Ci sono, poi, persone psicologicamente instabili ed inaffidabili che, chiaramente, non possono essere prese sul serio, e non saranno certo degli esami nozionistici a rivelare queste situazioni, bensì una conoscenza personale approfondita con la consulenza di un professionista. Ma il Talmud riassume così, mirabilmente, l'unica conditio-sine-qua-non per accettare un convertito, con queste poche, semplici parole: “Solo colui che è buono, modesto e generoso può diventare ebreo, perché queste sono le caratteristiche peculiari di Israele”. Ecco, domandiamoci allora: come si inserisce il percorso di conversione italiano in questo insegnamento? Un'ultima considerazione: viviamo in un continente, l'Europa, dove la presenza ebraica è attestata da almeno venti secoli. Le persecuzioni continue e diffuse, le precarie condizioni economiche e politiche hanno certamente decimato a varie riprese la popolazione ebraica durante questo lunghissimo tempo, tuttavia una parte considerevole dei discendenti di quegli antenati ebrei di 100 generazioni sono sicuramente ancora tra noi. Magari sono stati marrani, convertiti a forza o semplicemente assimilati, ma la statistica ci dice, senza ombra di dubbio, che tra il 5 e il 10% degli europei ha antenati ebrei. Lo spirito ebraico in loro può essere latente, ma non può essere scomparso del tutto. Non ci sarebbe da sorprendersi se anche solo una ridottissima parte di quelle anime smarrite volesse ritornare all'ovile. Specialmente nei loro confronti, cacciarli via è il più grave errore che si possa commettere: un errore che potrebbe costare caro ad un ebraismo italiano già seriamente malato, se dobbiamo credere all'avvertimento talmudico di Rabbi Helbo. La Torà ci ordina, infatti, decine di volte di amare e rispettare gli stranieri (se rispettano le nostre leggi, s'intende) e i convertiti ma, se invece noi trasgrediamo e li trattiamo male, essi possono purtroppo rivelarsi dannosi per Israele come la Sappachat. Di che si tratta è presto detto: la Sappachat era una brutta malattia che insorgeva soltanto nei soggetti che si macchiavano del peccato di maldicenza - un'altra delle tante forme di crudeltà e insensibilità verso il prossimo, che sono delle caratteristiche incompatibili col comportamento che ci si aspetta dal Popolo della Torà.

Edoardo Fuchs

 

Louis Kahn,
Modern Design Kimbell Art Museum, Fort Worth, Texas

 

 

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