Storie di ebrei torinesi

 

 

Rimaniamo l’enfant terrible

Bruna Laudi, Presidente del Gruppo di Studi Ebraici

 

Quali sono le funzioni di un/una Presidente del GSE? Immagino che nel corso degli anni le incombenze si siano moltiplicate.

Pur essendo sempre stata molto vicina al Gruppo di Studi ho cominciato a viverne più intensamente le vicende solo dopo che mio marito ed io siamo andati in pensione: certamente il fatto di abitare lontano da Torino non favoriva la nostra presenza alle riunioni. Purtroppo il nostro ingresso è coinciso con un momento molto delicato per la Comunità, lacerata al suo interno per le note vicende rabbiniche. Abbiamo trovato un gruppo diviso, soprattutto molto sofferente: tante persone erano amareggiate e deluse e persino amicizie di lunga data si erano spezzate. Per noi è stato difficile inserirci in questa situazione e abbiamo cercato di mantenere una posizione di equilibrio, anche perché, a differenza degli altri, non avevamo un vissuto quotidiano di schermaglie che alimentassero rancori.

Come tutti sanno c’è stata una scissione all’interno del gruppo e noi abbiamo deciso di rimanere, in coerenza con gli ideali fondativi che avevamo sempre condiviso.

Poi c’è stata la decisione di Franco Segre di abbandonare la presidenza e mi sono trovata catapultata in un ruolo in cui, sinceramente, avevo difficoltà a riconoscermi. Mi sono chiesta quale potesse essere il mio contributo soprattutto alla luce del calibro dei miei predecessori (Guido Fubini e Franco Segre!) e ho pensato che in questa fase fosse molto importante ricostruire legami, interagire con le altre componenti della Comunità, pensare al rinnovamento del gruppo.

La presenza di una commissione cultura altamente qualificata e propositiva è preziosissima e mi alleggerisce da molte responsabilità.

Il nostro gruppo è percepito dall’esterno come ideologicamente molto omogeneo, ma in realtà, come è noto, due ebrei hanno tre opinioni. Lo vediamo spesso anche in redazione, ma noi non siamo tenuti a trovare sempre un punto di sintesi: quasi tutti gli articoli che pubblichiamo sono firmati. Come ti regoli quando devi prendere posizione a nome del Gruppo?

Direi che per ora non si sono presentate situazioni di questo genere, ma sono convinta che se si dà a tutti la possibilità di esprimersi liberamente una posizione di sintesi condivisa si può sempre trovare. In caso contrario vale il principio democratico: vince la maggioranza.

Secondo te come è cambiato il GSE nel corso degli anni? Qual è la sua funzione oggi?

Il Gruppo di studi è nato nel 1968, in un anno ricco di fermenti politici, come voce critica all’interno della Comunità, con posizioni e ideali molto ben definiti: aveva un vigore e una forza intellettuale che, in seguito, gli ha permesso anche di diventare maggioranza all’interno del Consiglio della Comunità per molti anni. Ha avuto sempre la forza di esprimere opinioni in coerenza con i propri valori, sia su tematiche comunitarie sia su Israele e la questione mediorientale. Attraverso Ha Keillah ha diffuso la sua voce in Italia e all’estero dando un contributo eccezionale alla conoscenza delle dinamiche culturali che animano l’ebraismo.

Oggi secondo me dovrebbe mantenere questo ruolo di “enfant terrible”, così importante in una società che si richiude in se stessa e nelle sue paure, però c’è un problema: negli anni il Gruppo di studi si è rinnovato molto poco e la maggior parte degli associati ha un’età piuttosto avanzata. Sono tutte persone eccezionali, come esperienza di vita, cultura e impegno personale, ma bisogna trovare il modo per dare una nuova linfa e questo dovrebbe essere uno degli obiettivi del mio mandato. Nota umoristica: sono stata eletta alla verde età di sessantaquattro anni, con la motivazione che era necessario un cambio generazionale!

Inoltre non bisogna dimenticare che il nostro è un “Gruppo di studi” e lo studio è essenza dell’Ebraismo: in particolare quest’anno, oltre ad altre numerose iniziative culturali, si svolgeranno dei seminari finalizzati a una lettura approfondita e analitica di testi condivisi.

Mentre noi cambiavamo, sono cambiate anche la Comunità di Torino, e la società intorno a noi. A tuo parere quali sono i valori che il Gruppo deve affermare oggi con più forza?

Io sono cresciuta e ho vissuto adolescenza e giovinezza negli anni sessanta: sicuramente in quegli anni c’era meno ortodossia e si aveva una visione più inclusiva dell’ebraismo. Mi rendo conto di non essere titolata a esprimere giudizi in campi così delicati, ma personalmente preferisco discutere di valori etici piuttosto che di questioni halakhiche, sono particolarmente insofferente verso le norme troppo rigide.

A me interessa discutere su quello che insegna l’ebraismo rispetto alla giustizia, all’accoglienza verso lo straniero. Ritengo importante quello che fa la Comunità di Torino in campo culturale, le iniziative aperte alla cittadinanza, per farci conoscere come “ebrei vivi” e mitigare l’immagine stereotipata dell’Ebreo vittima. Alle vittime si chiede la santità perenne, non si perdona alcunché si discosti da questa immagine e questo, solo in parte, spiega la criminalizzazione senza se e senza ma dello stato di Israele in toto, fino a negarne il diritto all’esistenza.

Tu sei stata insegnante e oggi fai formazione per gli insegnanti: un punto di vista privilegiato per osservare i cambiamenti nel mondo della scuola. Secondo te quali sono i problemi della scuola italiana di oggi? E quali i suoi punti di forza?

Sicuramente la svolta manageriale data alla scuola italiana durante l’era berlusconiana è stata devastante. Gli effetti più eclatanti si vedono nei Dirigenti scolastici usciti dagli ultimi concorsi: si è privilegiata la conoscenza maniacale della normativa a scapito della pedagogia, della visione educativa della scuola. Ora un Dirigente di scuola pubblica governa scuole di mille alunni e non ha certo il tempo, salvo rare ed encomiabili eccezioni, di pensare al progetto culturale della scuola. A volte ho l’impressione che l’intero sistema sia disconnesso: per fortuna ci sono tante e magnifiche persone che svolgono il loro lavoro con passione e competenza, ma non credo che basti. Bisogna lavorare molto sulla formazione degli insegnanti e responsabilizzarli sul loro ruolo imprescindibile. Nei miei anni di lavoro ho visto veramente di tutto: colleghi eccezionali che considero “maestri” e colleghi demotivati e inadeguati. Non è possibile che l’avventura scolastica di uno studente dipenda dal caso, da chi gli capita…

Ritieni che la tua identità ebraica abbia influenzato il tuo modo di essere insegnante? E il tuo modo di formare gli insegnanti?

Spero proprio di sì! Credo che una delle cose più belle dell’ebraismo sia lo sviluppo dello spirito critico, la necessità di analizzare problemi e situazioni da tanti punti di vista, non fermarsi all’apparenza delle cose ma capirne le ragioni profonde. Anche nella mia attività di formazione cerco di attenermi a questa linea: mi è capitato di incontrare insegnanti critici e oppositivi su scelte ministeriali relative alla loro disciplina, senza che alcuno di loro avesse letto la documentazione, si fosse informato sulle motivazioni e sul significato epistemologico dei provvedimenti. In seguito ad una analisi approfondita dei documenti alcuni di loro hanno rivisto il loro giudizio, oppure lo hanno mantenuto ma con motivazioni scientificamente valide. Sono molto preoccupata del diffondersi di giudizi frettolosi, superficiali, che portano direttamente al qualunquismo: a maggior ragione bisogna combattere affinché questo atteggiamento non si diffonda tra gli insegnanti.

Avevi iniziato la tua carriera alla scuola ebraica di Torino e oggi sei nella commissione comunitaria che si occupa della scuola. Secondo te quali sono oggi le funzioni e la ragion d’essere di una scuola ebraica?

Purtroppo quando ho insegnato alla scuola ebraica, appena laureata, ero totalmente priva di esperienza e inadeguata al compito. Non avevo colleghi della mia materia che mi potessero guidare, mi sentivo terribilmente sola e sprovveduta. È stata un’esperienza dura che però mi è servita a livello caratteriale: ho capito che il proprio modo di porsi è fondamentale per farsi riconoscere e ho capito che avevo tantissimo da imparare, per questo ho continuato ad aggiornarmi fino alla pensione e anche oltre.

L’esistenza della scuola è fondamentale per la Comunità perché è il luogo della formazione ebraica. La mia famiglia era laica ma l’aver frequentato la scuola ebraica a Genova per me è stato fondamentale per avvicinarmi all’ebraismo, per ricevere quelle basi che non ho più dimenticato e che mi sono servite per comprendere e interpretare le letture affrontate in seguito: ho anche avuto la fortuna di avere una maestra eccezionale, Giovanna Luzzatto, moglie del rabbino Aldo, donna intelligente, aperta, illuminata, da cui penso di avere imparato molto. Credo che la Comunità debba lottare in tutti i modi per mantenere la sua scuola: in particolare a Torino viene svolto un lavoro eccellente sul piano formativo e penso anche che, negli anni, attraverso la scuola, si sia creata una sorta di osmosi culturale con la città.

La scuola di Torino rappresenta un “unicum”: la presenza di bambini ebrei e non nelle classi contribuisce alla reciproca conoscenza. Penso che la Preside e gli insegnanti siano veramente molto bravi nel creare un clima accogliente per tutti, in cui le differenze siano un valore aggiunto. Il rischio, per una piccola scuola come la nostra, è che si chiuda in se stessa, che perda il collegamento col mondo esterno: per questo sono molto importanti le iniziative avviate in questi anni che hanno permesso agli alunni di sperimentare nuovi approcci didattici e di partecipare a iniziative e concorsi in cui confrontarsi con studenti di altre scuole.

Intervista di Anna Segre

Bruna Laudi

 

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