Bauman

 

 

Solidità e liquefazione

di Elisabetta Di Porto

 

Secondo Zygmunt Bauman alla base degli sconvolgimenti dell'età moderna ci fu la necessità di inventare nuovi corpi solidi che fossero duraturi, con cui sostituire i vecchi dell'antico regime, il cui scopo doveva essere quello di rendere il mondo assolutamente prevedibile e quindi gestibile. I primi corpi solidi da fondere furono le tradizioni, "i diritti e gli obblighi consuetudinari che legavano mani e piedi, impedivano di muoversi e soffocavano ogni spirito di iniziativa".

Così facendo però si lasciò una complessa rete di relazioni sociali completamente nuda di fronte all'invasione e al dominio della razionalità strumentale. Il modello antico venne sostituito e le persone liberate solo per essere ingabbiate in nuove nicchie prefabbricate del nuovo ordine. Oggi modelli e configurazioni non sono dati perché ce ne sono troppi e contraddittori, quindi privi di poteri di coercizione. "I poteri di liquefazione sono passati dal sistema alla società, dalla politica alla vita… di conseguenza il nostro è un tipo di modernità individualizzato, privatizzato" in cui responsabilità e fallimento ricadono interamente sui singoli. La nuova tecnica di potere ha bisogno della totale assenza di limiti e barriere, condizione che la nuova società tecnologica consente ampiamente di realizzare. Nelle attuali società occidentali il processo di emancipazione è concluso e la domanda di libertà diventa priva di fondamento; l'individuo di oggi gode di tutta la libertà di cui possa aver mai sognato di godere, ma questa libertà è una benedizione o una maledizione? La capacità dell'agire individuale è stata ampliata a dismisura, ma l'assenza di regolamentazione normativa, l'anomia, ha lasciato spazio solo a dubbi e paure: la nostra libertà senza precedenti ci dà un'impotenza senza precedenti, come avvertiva Leo Strauss. Le nostre capacità di critica sono enormemente aumentate ma la ricettività della società a questa critica ha cambiato completamente le prospettive; essa rimane immune alle conseguenze del recepimento della critica.

Lo spazio pubblico si è completamente trasformato: dopo l'epoca dei totalitarismi, in cui lo spettro della totale perdita della libertà individuale non venne mai completamente esorcizzato, siamo ora in balìa di una deregolamentazione e privatizzazione dei compiti e dei doveri. Il potere pubblico è visto come un nemico che limita la nostra libertà individuale, che colonizza il nostro spazio privato. L'idea del miglioramento si è completamente spostata dall'azione legislativa della società all'autoaffermazione dell'individuo e di conseguenza la ricerca della società giusta è diventata attenzione per i diritti umani. L'identità umana da cosa data diventa un compito che ognuno deve costruire. Il senso dell'interesse comune sta diventando quello di consentire ad ognuno di raggiungere il proprio. L'individualizzazione ha scardinato la nozione di cittadino. Gli individui riempiono completamente lo spazio pubblico, sostenendo di esserne gli unici occupanti legittimi, il pubblico viene colonizzato dal privato. Lo spazio pubblico è diventato il maxischermo in cui gli individui condividono i loro segreti e i loro affari più intimi, rassicurati dal fatto che la loro solitudine privata sia di fatto un destino comune a tutti gli altri esseri umani, soggetti alle stesse sconfitte e capaci delle stesse vittorie. E così lo spazio pubblico si svuota di questioni pubbliche e scompare il cittadino. La libertà positiva diventa assente, la nostra sorte è nelle nostre mani, o almeno questa è l'illusione. La forma fisica, la bellezza, il successo, tutto dipende da noi. La sfera pubblica viene completamente definita come palcoscenico su cui vengono rappresentate opere private guardate da tutti. È la fine della politica con la P maiuscola quella in cui le questioni pubbliche sono in realtà problemi privati di personaggi pubblici.

Dato che oggi la questione principale che ognuno deve affrontare è quella dell'adeguatezza, bisogna saper cogliere le opportunità di sviluppare nuovi desideri tagliati a misura delle nuove tentazioni/seduzioni. In questa società la dipendenza da consumo è la conditio sine qua non della completa libertà individuale, in cui tutti sono assicurati dai rischi dell'obsolescenza del prodotto e del desiderio, grazie all'infinità delle risorse con cui possono sviluppare e ottenere nuovi desideri e relativi oggetti.

Ma tentando di comprendere in che modo è stata scardinata la nozione di cittadino, dobbiamo esaminare come l'Io morale sia stato completamente abbandonato in favore di un Io estetico. Quando agiamo come esseri morali ci poniamo in una relazione con l'altro ma per l'altro, senza che questo contenga una qualunque richiesta di essere ricambiati allo stesso modo: "sono pronto a morire per te" è un'affermazione morale; "tu dovresti essere pronto a morire per me" non lo è. Si tratta di un criterio che non posso agitare davanti agli altri come misura della loro morale. Questo significa che si possono, e si devono creare delle leggi universali ma la responsabilità morale è individuale, è ciò che resiste alla codificazione, ciò che rimane quando il compito dell'etica, cioè quello di normare l'individuo intorno ad un concetto di Bene comune, è stato già svolto. Di conseguenza incontrarsi, entrare in relazione con l'altro può avvenire attraverso modalità differenti; quello che però caratterizza la società tecnologica in cui viviamo è l'arte dell'essere estranei in prossimità, cioè di essere stranieri l'uno nei confronti dell'altro. Abbiamo imparato la tecnica del non incontrarsi in una realtà che è il regno del non coinvolgimento. È come se fossimo tutti individui senza volto, protagonisti di non- incontri, cioè di eventi senza storia, episodi senza cause nel passato né conseguenze nel futuro. Ora, sia nello spazio sociale (determinato dalla norma e quindi dall'etica), sia nello spazio morale (le cui regole sono dettate dall’individuo), dello straniero ci si occupa poco e soprattutto non si desidera conoscerlo. La caratteristica della condizione attuale è quella della costruzione di uno spazio estetico, in cui si gioca senza conseguenze, è come se camminassimo da turisti senza meta a passeggio per la città, individui isolati che vengono plasmati dalla tecnologia. In un mondo che non ha un telos e procede senza meta non esiste necessità naturale e i bisogni si trasformano in diritti umani. Il pensiero di Bauman, a mio parere, a questo punto si arresta bruscamente, intrappolato in un pessimismo che gli impedisce di approfondire il ruolo dell’etica come creazione che definisce l’essere umano. Per il grande sociologo polacco, la perdita di strutture statali o parastatali forti (i corpi solidi), che possano normare la società “dall’alto”, equivale alla perdita della capacità etica stessa degli esseri umani: "abbandonate ogni speranza di totalità, futura come passata, o voi che entrate nel mondo della modernità fluida".

Hannah Arendt già nel 1958 in Vita Activa, iniziava ad indagare questi temi quando distingueva il lavoro, l'opera e l'azione come le tre fondamentali attività umane; la terza fonda gli organismi politici e crea le condizioni per il ricordo, cioè la storia. Nel pensiero antico e nella polis greca la superiorità dell'agire politico era assoluta rispetto alle altre attività umane, rappresentava la sfera della libertà situata nell'ambito sociale. Secondo la Arendt il termine pubblico significa il mondo stesso in quanto è comune a tutti e distinto dallo spazio che ognuno di noi occupa privatamente; il mondo come in-between mette in relazione e separa gli uomini al tempo stesso, cioè la sfera pubblica, in quanto mondo comune, ci riunisce insieme ma ci impedisce anche di caderci addosso l'uno con l'altro. D’accordo con Bauman la Arendt sostiene che “il mondo che sta tra le persone ha perduto il suo potere di riunirle insieme, di metterle in relazione e di separarle". Oggi viviamo una vita interamente privata, che ci priva delle cose essenziali ad una vita autenticamente umana, cioè dall'avere un rapporto oggettivo con gli altri; non abbiamo più una relazione in cui un mondo comune faccia da mediatore tra di noi.

La Arendt intravedeva, non potendone ancora percepire la portata, il pericolo enorme insito nella liberazione illusoria dalla sfera della necessità di cui parla Bauman: "L'uomo non può essere libero se non sa di essere soggetto alla necessità, perché la sua libertà è sempre guadagnata nei suoi tentativi, mai pienamente riusciti, di liberarsene.” Ma la condizione fondamentale della vita umana rimarrà sempre la stessa, cioè la necessità, anche solo della morte. L'agire politico, cioè la nostra capacità di relazione con l'altro attraverso la mediazione del mondo che abbiamo in comune, si esercita attraverso il Discorso ed è ciò che ci rende uomini nel senso più elevato del termine; infatti in questo modo noi mettiamo in movimento qualcosa, cioè provochiamo un initium. "Con la creazione dell'uomo il principio del cominciamento entrò nel mondo stesso… è solo un altro modo di dire che il principio della libertà fu creato quando fu creato l'uomo ma non prima". Agendo l'uomo mostra chi è rivelando l'unicità della sua identità personale.

La teoria dell’agire comunicativo è un tentativo di superamento dell’impasse da cui non riesce a liberarsi Bauman, convinto che l’etica sia una dimensione estranea all’individuo, completamente data dall’esterno. Dopo la Arendt, J. Habermas, K. O. Apel ed altri ancora hanno concentrato il loro pensiero sull’etica del Discorso, ritenendo di dover partire da qui per rinominare e ridefinire la questione dei diritti, individuali, collettivi, comunitari in una prospettiva nuova e condivisa. Basti pensare che il sottotitolo della maggiore opera di Habermas, Fatti e Norme, recita: contributi ad una teoria discorsiva del diritto e della democrazia.

Elisabetta Di Porto

 

Zygmunt Bauman

 

Zygmunt Bauman nasce da genitori ebrei a Poznan nel 1925. Fuggito nel 1939, a seguito dell’invasione tedesca, nella zona di occupazione sovietica, divenne comunista e si arruolò in una unità militare sovietica. Dopo la guerra studiò sociologia all’università di Varsavia.

Inizialmente rimase vicino al marxismo-leninismo ufficiale, per poi avvicinarsi ad Antonio Gramsci e a Georg Simmel soprattutto dopo il 1956 e la destalinizzazione.

Alla fine degli anni ‘60 la recrudescenza dell'antisemitismo spinse molti ebrei polacchi a emigrare all'estero; Bauman dapprima emigrò in Israele dove insegnò all’università di Tel Aviv; in seguito accettò una cattedra di sociologia all’università di Leeds dove insegnò da 1971 al 1990. Divenne famoso per i suoi studi sulla modernità, il totalitarismo e la Shoah.

Si è spento il 9 gennaio 2017, all'età di 91 anni, nella città di Leeds.

Tra le sue opere principali Modernità liquida; Vita liquida; Amore liquido; Dentro la Globalizzazione. Le conseguenze sulle persone; Inferno e utopia nel mondo liquido; Capitalismo parassitario; L’etica in un mondo di consumatori; Modernità e Olocausto; Vite di scarto.