Israele

 

 

Blocknotes

di Reuven Ravenna

 

Incertezza

Stiamo vivendo tempi di inquietudini a livello planetario. Siamo entrati nell'era del Trumpismo in una scena internazionale in subbuglio. Regna l'imprevisto, o peggio la post-verità. Quasi ricorro nostalgicamente agli anni della giovinezza, della guerra fredda, quando si giudicavano gli avvenimenti visti "da destra" e "da sinistra". E di conseguenza anche la nostra ebraicità ne veniva inevitabilmente coinvolta.

 

Egemonia

Dopo decenni dal ribaltone che vide l'ascesa al potere della destra israeliana stiamo vivendo la fase del consolidamento egemonico delle forze che in vario modo la rappresentano. Storicamente l'Yishuv e poi lo Stato fu plasmato da una visione "laica" derivate dall'illuminismo ebraico, con un forte impatto sociale, che dagli anni Trenta fu guidato dal Mapai. Il '77 portò al governo l'antagonista del bengurionismo, ma per lunghi anni le élite intellettuali per lo più askenazite, hanno caratterizzato il clima spirituale e culturale della società israeliana. Possiamo affermare che si stia concretizzando l'egemonia di una visione del mondo basata sulla Tradizione nazionale (nazionalistica), etnocentrica, determinate dai grandi cambiamenti demografici, dall'impasse geopolitica e da fattori esterni.

 

Dissonanze

Come le diaspore risentono della realtà di Israele? L'ebraismo più numeroso, quello nordamericano, liberal e largamente dominato da correnti non ortodosse, pur appoggiando finora le ragioni dello Stato ebraico, si trova spesso in una condizione di dissonanza nei confronti di azioni e dichiarazioni ideologiche e programmatiche delle forze attualmente alla guida di Israele. E, nondimeno, vedo una certa discordanza pure nella mia Comunità di origine, così impegnata a costruire ponti con la società dominante, così attiva nel proiettare all'esterno la propria individualità ricca da duemila anni di storia. Come ci cimenteremo con questa preoccupante problematica?

 

Quotidianità

Viaggio spesso lungo le strade israeliane caratterizzate da ingorghi di anno in anno sempre più indisponenti. Mi imbatto in pargoli, adulti di tutte le età, alle prese con i gadget che caratterizzano il Paese della cibernetica. Nelle città si moltiplicano i grattacieli, quasi si riproducano nel clima mediorientale gli scenari della Grande Mela. Ma le news ci ricordano che a pochi chilometri sussiste tutto un mondo completamente differente. I campi palestinesi, spesso privi delle strutture elementari, vivaio di frustrazioni e di terrorismo rampante. Possiamo condividere l'opinione di Triganò che considera il conflitto centenario senza soluzioni, in una condizione di perenne lotta esistenziale contro chi sogna una nuova Shoah contro gli ebrei "colonialisti, razzisti neonazisti". “Macché due stati per due popoli! Tutto il mondo ci è ostile, vedi le votazioni all'ONU. Mentre si massacrano tra di loro, gli arabi e gli altri goim condannano le leggi che l'unica democrazia mediorientale vara per la sua autodifesa, appoggiandosi sull'esercito più morale del mondo…?” Per quanto in Israele e nella diaspora tanti condividano, per atavica paura, per ideologia o per conformismo, le tesi succitate, non dobbiamo e non possiamo abbandonarci alla rassegnazione! Gli argomenti che ci mettono in guardia sullo status quo sono di tale portata che non è lecito non esternarli nel dibattito democratico, esistenziale, che ci impegna per il nostro futuro!

 

Bauman

Se ben ricordo, nella mia ultima traversata via mare per Erez Israel, sedetti nella stanza da pranzo della nave, vicino ad una famiglia che si presentò ai commensali. “Stiamo viaggiando per Tel Aviv - ci informò il capofamiglia - Mi chiamo Zygmunt Bauman. Come sapete in Polonia è in corso una campagna antisemita e io ne sono stato coinvolto per le mie esplicite critiche al regime. In Israele, all’Università, continuerò la mia attività di sociologo”.

Bauman ci ha lasciati poco tempo fa, in Inghilterra, dove insegnò per decenni. Un gigante del pensiero del nostro tempo, le cui enunciazioni in questi tempi sono indispensabili per comprendere la problematica del mondo.

 

Lettera

"Accettando quindi il fatto che la guerra contro gli arabi fosse cosa indispensabile per attuare più alti disegni, il fatto stesso ci impone dei precisi doveri, degli obblighi morali verso questo popolo che è divenuto strumento martirizzato per il nostro benessere. È una delle cose fondamentali che dobbiamo tenere presente ed inculcare ai nostri figli. Ad essa deve essere ispirata (e non sempre lo è) la nostra politica verso i popoli vicini…

Anche questo nostro dovere dovrà essere compiuto se avremo la forza morale di levarci al disopra dei sentimenti comuni agli altri popoli. Non solo dobbiamo essere un popolo differente dagli altri, ma un popolo di gran lunga superiore agli altri; cosa possibile solo se sapremo seguire non solo la lettera, ma anche lo spirito della Tora'".

Lettera a Pacifici Libro-Lettera di Shaul Paolo Bassi in risposta ai libri-lettere "La nostra Sintesi-Programma" e "Interludio" di Alfonso Pacifici

A cinquanta anni da quando Shaul ci ha lasciati, con immutato rimpianto.

 

Meeting

È stato forse il reality più riuscito della stagione, e bene orchestrato. Dopo otto anni di incontri freddi con il precedente inquilino della Casa Bianca, gli israeliani al momento si sono entusiasmati per il calore con cui Donald ha accolto Bibi (sic), con le rispettive consorti sullo sfondo. Dalla conferenza stampa si è evidenziata la differenza tra i due discorsi, tra l'oratoria del premier israeliano e la retorica di Trump, tuttavia meno rude di quella che abbiamo conosciuto durante la campagna elettorale. Netanyahu ha ribadito le ben note posizioni sul rifiuto palestinese di riconoscere lo Stato EBRAICO, sulla minaccia iraniana, e ha esaltato con calore l'alleanza con l'America classificando il nuovo Presidente come il migliore Amico di Israele. Trump ha dimostrato la ancora acerba dimestichezza con la politica internazionale, da businessman abituato ai deal del grande capitalismo. Le destre nostrane hanno accolto con calore l'equivalenza tra la soluzione del conflitto israelo-palestinese a due stati e quella con un solo stato per i due popoli. Giudicando con calma la situazione dei due leader e la scena internazionale, non possiamo esimerci dal sintetizzare ricorrendo ad un termine che il grande Bauman ci ha lasciato in eredita: fluidità. Per Trump le difficoltà della costruzione della leadership domestica e mondiale più che mai spinosa e incandescente, e il Primo Ministro Bibi, incalzato nel contempo da una destra più che mai intransigente e da azioni legali nei suoi confronti, che appaiono ai suoi occhi congiure illecite per scalzarlo dal potere.

 

Vignetta di Davì

 

Reuven Ravenna

18 febbraio, 23 shevat