Israele

 

 

Israele e Palestina in un Medio Oriente frantumato

di Giorgio Gomel

 

Ricorrono nel novembre prossimo i 70 anni della risoluzione delle Nazioni Unite che decise la spartizione di quella piccola terra contesa - Palestina o Eretz Israel - in due stati, l’uno ebraico e l’altro arabo. Il primo esiste dal 1948, pur senza confini sicuri e riconosciuti e nell’ostinata opposizione di larga parte del mondo arabo-islamico; il secondo ancora non c’è come stato sovrano e territorialmente contiguo. A giugno 2017 ricorrono invece i 50 anni dalla guerra dei sei giorni che Israele combatté contro gli stati arabi coalizzati in un’aggressione che poteva essere esiziale per le sorti del paese. Iniziò allora un regime militare di occupazione della West Bank e Gaza (il Sinai fu restituito alla sovranità egiziana in virtù di un trattato di pace; dalla striscia di Gaza, Israele si ritirò unilateralmente).

Se non si giunge a un accordo sui confini, gli insediamenti, lo status di Gerusalemme, la stessa nozione di “due stati per due popoli” affermatasi dagli anni ’80 e con maggiore forza dal trattato di Oslo del ’93, rischia di evaporare nel mondo onirico del mito. Nel frangente attuale, il conflitto israelo-palestinese è quasi “relegato” in secondo ordine dalla disgregazione del Medio Oriente, il terrorismo islamista, gli orrori degli omicidi di massa in Siria ed Irak, il cataclisma politico e umanitario che investe la regione.

Ritenere però che il conflitto fra Israele e Palestina sia oggi poco rilevante per le parti in causa e per il resto del mondo e che lo status quo possa essere sostenuto indefinitamente è un errore. La convinzione prevalente in Israele che il conflitto possa essere “gestito” in forme a “bassa intensità”, senza necessità di risolverlo, è illusoria, così come l’idea che nel disordine regionale convenga a Israele non assumere un’iniziativa di pace e attendere gli eventi. I costi umani e materiali della “non pace” sono infatti enormi, come attestano gli orrori della guerra di Gaza del 2014, le aggressioni a colpi di coltello che insanguinano da mesi le strade di Israele e della West Bank e la minaccia crescente di un degrado della democrazia e della stessa convivenza fra arabi ed ebrei in Israele.

Pur nella frantumazione del Medio Oriente, uno spiraglio positivo può scaturire se al negoziato fra le due parti si affianca un accordo regionale che lo sostenga sia sul piano economico, per riabilitare i rifugiati palestinesi da integrarsi in parte in un futuro stato di Palestina e in parte nei paesi arabi, sia su quello strategico, per fornire a Israele le necessarie garanzie di sicurezza. A questo fine Israele dovrebbe utilmente accettare l’offerta di pace e di normali rapporti avanzata dalla Lega araba nel 2002 e riaffermata in anni recenti, reagire al crescente isolamento diplomatico, e cogliere le opportunità offerte da un oggettivo convergere di interessi con l’Autorità palestinese e gli stati arabi, soprattutto Arabia Saudita, Giordania, Egitto, ed Emirati, per opporsi all’estremismo islamista da un lato e alla minaccia iraniana dall’altro.

Infine, resta sullo sfondo la grande incertezza circa l’impegno di altri attori: Stati Uniti, Unione Europea, Russia. Nella storia travagliata del conflitto fra arabi e Israele, l’intervento di mediatori “terzi” è stato cruciale nello spingere con la forza del raziocinio, combinato con incentivi e sanzioni, le parti al negoziato e ad accordi anche parziali. Negoziati diretti fra le parti senza mediatori sono tanto più difficili oggi nel clima di sfiducia, ostilità e odio che le divide.

Nel frangente attuale, purtroppo, non è chiaro cosa eventuali mediatori potrebbero contribuire.

 La Russia, alleata con l’Iran e Hezbollah, sta vincendo in Siria una guerra funesta e dalle conseguenze potenzialmente pericolose per Israele. L’Europa è scossa da un succedersi di crisi di “disunione” e spinta a ripiegarsi in se stessa e a curare i propri “mali”, pur sostenendo la conferenza internazionale di pace tenutasi a Parigi il 15 gennaio, che ha ribadito come la comunità delle nazioni ritenga la soluzione “a due stati” l’unica possibile al conflitto israelo-palestinese. Negli Stati Uniti si è insediato un Presidente isolazionista e più disposto di Obama, come suggeriscono i suoi proclami, ad accettare l’espansione degli insediamenti israeliani, l’annessione di fatto di parti rilevanti della West Bank e forse Gerusalemme come capitale di Israele e non, con qualche forma di complessa condivisione, capitale di due stati - Israele e Palestina.

Un atto importante e forse non episodico, malgrado il pessimismo imperante, è venuto peraltro da Obama nell’ultimo scorcio del mandato, con la decisione di non esercitare il veto degli Stati Uniti sulla risoluzione 2334 proposta da altri membri del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite che condanna da un lato gli insediamenti come ostacolo grave alla soluzione “a due stati” e dall’altro il permanere nella società palestinese di forme di incitamento all’odio e alla violenza contro Israele. Questa astensione è stata la prima e unica nel corso del suo mandato, sebbene numerosi siano stati i precedenti in altre Amministrazioni, soprattutto Carter, Reagan, Bush padre e figlio.

Infine, la “legacy” dell’Amministrazione americana che ha fatto più di ogni altra in favore della sicurezza di Israele, con ingenti aiuti finanziari e militari, e di un accordo di pace fra le parti in lotta è stata sancita proprio negli ultimi giorni del 2016 da un lungo, appassionato discorso di Kerry che ha ribadito i principi di una soluzione “a due stati” del conflitto echeggiando i “parametri” enunciati da Clinton nel 2000 dopo il fallimento delle trattative di Camp David: confini sicuri e riconosciuti fra Israele e lo stato di Palestina da definirsi sulla base delle frontiere pre -1967 con scambi di territori concordati fra le parti ; spartizione della terra contesa fra i due popoli in due stati - l’uno ebraico, l’altro arabo - in coerenza con la storica decisione dell’ONU del novembre 1947; soluzione del problema dei profughi palestinesi attraverso forme di indennizzo da parte di Israele e di “resettlement” (per lo più in paesi arabi e nello stato di Palestina); Gerusalemme capitale dei due stati e libertà di accesso ai luoghi sacri delle diverse fedi; garanzie di sicurezza per Israele dopo la fine dell’occupazione con uno stato palestinese smilitarizzato; fine ultima del conflitto e di ogni residuo “claim” delle due parti.

Come ha affermato Barak Ravid, uno dei più acuti analisti politici d’Israele (Haaretz, 29 dicembre), il discorso è stato “superbly Zionist, pro-Israel and three years too late”. Kerry ha dedicato infatti fra il 2013 e il 2014 lunghi mesi di accanita mediazione fra le parti, ma avrebbe forse dovuto alla fine, quando cedette dinanzi al rifiuto di Netanyahu e Abbas di andare oltre la difesa ostinata dello status quo, presentare quegli stessi principi negoziali in forma ultimativa, una sorta di “take it or leave it”. Oppure non insistere con Abbas perché riconoscesse l’esistenza di Israele come stato ebraico né con Netanyahu perché Israele riconoscesse il “diritto al ritorno” dei profughi e implicitamente le colpe di Israele nel 1948, essendo questi due principi un qualcosa di simbolico, esistenziale, degli “assoluti” non negoziabili. Piuttosto, pragmaticamente separare da quei principi, quelli - confini, insediamenti, sicurezza, sistemazione dei profughi, lo status di Gerusalemme - dove il negoziato era più avanzato e si erano fatti progressi verso una soluzione delle controversie.

Giorgio Gomel