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La destra e gli ebrei in Italia
Antisemitismo, memoria, Israele

 

di Giorgio Berruto

 

I partiti e i movimenti di centrodestra, destra ed estrema destra in Italia sono i nuovi paladini della lotta all’antisemitismo? Esiste una differenza tra le loro azioni concrete e la percezione che ne ha l’opinione pubblica? In che modo questo atteggiamento, reale o percepito, coinvolge la relazione con le comunità ebraiche, la memoria della Shoah, il rapporto con Israele? Sono domande scomode, la prima soprattutto, che oggi chiunque voglia riflettere sul modo in cui la politica parla agli ebrei italiani e come questi percepiscono quella non può non affrontare a visto aperto.

 

La svolta

Per provare a ipotizzare alcune risposte occorre fare preliminari distinzioni. Forza Italia, partito personale di Silvio Berlusconi che oggi sopravvive all’ombra del declino senile del padrone, aveva e ha una storia non inquinata in profondità dai fantasmi più o meno concreti del fascismo. Questo grazie non solo alla vicenda personale di Berlusconi, ma anche a proposte politiche spesso inefficaci, ma raramente votate all’estremismo. Sono noti i buoni rapporti di Berlusconi con i rappresentati politici israeliani, anche se lo stesso capo di Forza Italia ha spesso rivendicato nello stesso tempo amicizia con regimi nemici di Israele, come la Libia di Gheddafi, o almeno problematici, come la Russia di Putin. Nonostante le contraddizioni in politica estera, e non solo, ai governi Berlusconi va dato merito di aver contribuito a rendere tutto sommato trasversale il contrasto dell’antisemitismo, la tutela della sicurezza delle comunità ebraiche, la valorizzazione della memoria della Shoah e anche un discorso su Israele più equo di quello, per esempio, degli anni in cui Yasser Arafat, invitato da Andreotti e accolto calorosamente da Pertini e Nilde Iotti, entrava nell’aula di Montecitorio con la pistola; era il 1982, l’anno dell’attentato arabo-palestinese davanti al Tempio maggiore di Roma che provocò la morte di Stefano Gaj Tachè. A partire dagli anni novanta, e non per responsabilità esclusiva di Berlusconi, l’atteggiamento di politica e istituzioni italiane è comunque cambiato. Oggi non può lasciare indifferenti che perfino il Movimento 5 stelle, che non molti mesi fa suonava ancora la grancassa del terzomondismo più o meno complottista, dopo aver raggiunto il potere ha virato verso la responsabilità istituzionale che ha consentito, per esempio, di votare la definizione di antisemitismo dell’Ihra (International Holocaust Remembrance Alliance), che contiene significativi riferimenti all’odio e alla propaganda contro Israele.

L’estrema destra extraparlamentare di CasaPound, Forza Nuova e dei gruppuscoli della galassia nera e rossobruna, orgogliosamente e a volte pubblicamente fascista o nazionalsocialista, non nasconde invece aperta ostilità nei confronti della memoria della Shoah, del contrasto all’antisemitismo e anche di Israele. Qualche anno fa a Roma sono comparsi graffiti in cui, tra svastiche e croci celtiche, campeggiava l’eloquente slogan “Ogni palestinese è come un camerata / stesso nemico stessa barricata”.

In Italia per quarant’anni è esistito un partito di estrema destra parlamentare, il Movimento sociale italiano (Msi), che in esplicita contraddizione della Costituzione si è presentato in continuità con il fascismo e l’esperienza di Salò: continuità di idee, programmi, uomini a partire dallo storico segretario Giorgio Almirante, una personalità pubblica di primo piano della Prima Repubblica. Una parte degli eredi dell’Msi, guidata da Gianfranco Fini, nei primi anni duemila ha scelto di percorrere una via, stretta e non facile da principio, verso il dialogo e la collaborazione con le istituzioni ebraiche italiane prima e con quelle israeliane poi. Di questa storia - chi non ricorda l’allora presidente Ucei Amos Luzzatto con Fini a Gerusalemme - oggi che cosa rimane? Poco, se si pensa all’uscita dall’arena politica di Fini, altrettanto poco considerando il bacino di uomini e idee di Fratelli d’Italia. Quello di Giorgia Meloni è oggi il partito di estrema destra che ha raccolto il lascito di Alleanza nazionale, dapprima enfatizzando grazie a una leadership all’amatriciana i caratteri populisti e movimentisti, in primo piano nel fascismo prima del 1925 e dopo il 1943 e comunque mai scomparsi del tutto anche negli anni del regime; recentemente proponendosi come (più) tradizionale custode del conservatorismo in alternativa al Salvini ondivago delle cubiste in spiaggia e dei campanelli. Della pacificazione voluta fortissimamente da Fini con le comunità ebraiche rimane invece sicuramente qualcosa nell’immagine che gli ebrei italiani si fanno della destra, oggi avvertita in media con minore antipatia e timore rispetto al passato.

 

Un sostegno strumentale?

La Lega, trasformata da Matteo Salvini da partito revanscista del nord con tratti bizzarri e volgari ma anche alcune idee a compagine di estrema destra in perenne, irresponsabile campagna elettorale, a differenza di Fratelli d’Italia e in modo simile a Forza Italia ha una storia che rispetto al fascismo e alla sua eredità è innegabilmente altra. Per questo motivo da un punto di vista ebraico è più facile, o se si preferisce meno difficile, scegliere Salvini invece di Meloni. È evidente il tentativo di allacciarsi a temi come l’antisemitismo da parte di entrambi negli ultimi mesi, con una differenza però fondamentale rispetto al percorso di Fini. Mentre Fini è arrivato a Gerusalemme passando per Lungotevere Sanzio, sede Ucei a Roma, Salvini e Meloni non hanno finora mostrato particolare interesse per gli ebrei italiani e si sono rivolti invece direttamente a Israele. Entrambi parlano di antisemitismo spesso, è vero, ma solo nella misura in cui consente loro di descriverlo come fenomeno innanzitutto o addirittura solamente annidato a sinistra, oltre che nelle comunità musulmane. È la loro un’ottica strabica che da una parte minimizza l’antisemitismo di destra, dall’altra enfatizza al massimo quello a sinistra e islamico. Questa operazione non riguarda soltanto il presente ma coinvolge anche il passato attraverso riletture che enfatizzano la diffusione dell’antisemitismo socialista (per esempio in Francia prima dell’Affaire Dreyfus) o nelle dittature comuniste e nel mondo islamico da Maometto in poi: rivisitazioni a volte grossolanamente faziose, più spesso ingrandimenti di porzioni circoscritte del quadro che vengono spacciate per dipinti dell’intera realtà da politici e giornalisti disonesti. Non di rado questo si salda all’inveterata e francamente rivoltante strategia di parlare d’altro quando interrogati. Intervistata qualche mese fa da Lilly Gruber, che le chiedeva se ci fosse ambiguità nella destra italiana sull’antisemitismo, Giorgia Meloni ha risposto parlando di altro, ovvero della demonizzazione di Israele da parte di Chef Rubio, un personaggio che utilizza un giorno sì e uno pure beceri stereotipi antisemiti, e che è chiaramente riconducibile all’estrema sinistra movimentista. I due leader di estrema destra spesso, almeno a parole, difendono Israele e sono pronti a smascherare l’antisemitismo travestito da antisionismo; il problema è che appiattiscono costantemente tutto l’antisemitismo sull’antisionismo, abdicando così in partenza di fronte alla possibilità di un’analisi complessiva del fenomeno e a conseguenti risposte diversificate. Non da ultimo, la loro più volte espressa vicinanza a Israele è macroscopicamente strumentale, dal momento che ripetono spesso che il razzismo non esiste, così come conati vetero e neofascisti, e l’unica vera intolleranza in Italia sarebbe oggi l’accusa di razzismo rivolta a Salvini e compagnia.

 

Shoah e foibe

Anche la memoria della Shoah, un tema che comincia a presentarsi con una certa frequenza negli interventi di politici di destra ed estrema destra a partire da Salvini, viene evidentemente strumentalizzata: da una parte per dimostrare vicinanza al mondo ebraico, dall’altra per aprire all’equiparazione di fatto delle memorie delle vittime del fascismo, da un lato, e dei fascisti dall’altro. Un esempio emblematico è rappresentato dalla discussione sulle foibe che si accende ogni anno in modo più violento nei giorni che precedono il 10 febbraio, data scelta per ricordare coloro che - militi fascisti ma anche semplici civili - furono uccisi nelle foibe e gli italiani che fuggirono da Fiume, Istria e Dalmazia nel 1945. In molta pubblicistica il 10 febbraio viene legato sempre più a doppio filo con il 27 gennaio, giorno della memoria delle vittime della Shoah. Si strumentalizza l’effettiva e colpevole dimenticanza per decenni della tragedia delle foibe per condannare o almeno mettere in cattiva luce la lotta partigiana e in particolare quella a guida comunista che riuscì a liberare ampie regioni dei Balcani - diversamente da quanto accadde quasi ovunque Italia compresa - senza l’intervento sul campo degli Alleati. L’obiettivo è una memoria disossata in cui da ogni parte ci sono criminali e vittime. Chi viene accusato, a torto o a ragione, di oscurare o ridurre la storia delle foibe viene sempre più spesso accusato di negazionismo (un termine che perfino una testata come il Corriere della Sera ha utilizzato lo scorso 17 febbraio e che l’editorialista Pierluigi Battista ha ribadito parlando di “ottuso residuo negazionista di una parte della cultura di sinistra”), anche in questo caso rinforzando l’analogia con la Shoah e l’idea delle memorie alternative. Poche settimane fa Fratelli d’Italia non ha esitato a proporre pietre d’inciampo per i “martiri” delle foibe a Trieste.

 

Razzisti per Israele

È quindi esclusivamente strumentale il filosemitismo della destra populista, che oggi, secondo i sondaggi, godrebbe di vasto consenso nel nostro paese? In buona misura è così, ma c’è anche altro: un sincero e diffuso pensiero che gli ebrei in fondo non siano (oggi: non ieri e chissà domani) il pericolo più grande. Ed è fin troppo facile identificare negli stranieri il gruppo umano più spesso avvertito come un pericolo. Tra questi, che nella percezione comune comprendono anche centinaia di migliaia di italiani di origine straniera, particolarmente temuti sono evidentemente i musulmani. Mi è capitato più volte di parlare con persone che si collocano a destra che auspicavano il pugno duro di Israele contro gli arabi. C’è stato perfino chi, pensando forse di fare un’affermazione gradita, mi ha detto di coltivare la speranza che Israele usasse “la bomba atomica contro gli islamici”. L’emergere a tratti di simili atteggiamenti indica la presenza diffusa di un pensiero semplificatorio che mette Israele dalla parte dei buoni: l’Occidente, la civiltà, il sistema delle libertà. Un pensiero senza dubbio presente nell’elettorato di Salvini e Meloni. In altre parole, c’è chi sta con Israele perché lo ritiene un paese militarista che sa tenere a bada gli arabi con la forza. Alcuni sostengono Israele addirittura perché lo reputano uno stato razzista, che giustamente discrimina la popolazione araba, e pazienza se la realtà è differente. In tutte queste posizioni esiste una grande quota di strumentalità - si sta con Israele solo nella misura in cui viene interpretato come baluardo contro il mondo arabo o islamico - ma sarebbe illusorio pensare che non ci sia anche qualcosa in più.

 

Il fischietto per cani

C’è un aspetto, che finora non abbiamo toccato, che può aiutare a capire l’affinità elettiva di Salvini e Meloni con razzisti e (anche) fascisti e, in contemporanea, il progressivo avvicinamento di alcuni ebrei italiani verso la Lega e, in misura molto minore, Fratelli d’Italia. Nel gergo giornalistico si parla di dog whistle, fischietto per i cani, quando un politico inserisce in un discorso rivolto a tutti elementi che solo una parte degli uditori sa cogliere, proprio come i cani che riescono a sentire frequenze per noi impossibili da percepire. Per esempio, come ha specificato Daniele Raineri sul Foglio riflettendo sugli Stati Uniti di Donald Trump, se un politico afferma che “i globalisti vogliono aprire le frontiere così i migranti potranno invadere il paese e minacciare lo stile di vita dei cittadini rispettosi della legge”, una parte del pubblico - razzisti, nazisti, suprematisti bianchi - traduce “globalisti” con “ebrei” e “cittadini rispettosi della legge” con “i bianchi”. Quello che sentirà sarà dunque “gli ebrei vogliono aprire le frontiere così i migranti spazzeranno via i bianchi”, che ricorda da vicino “Volevo uccidere solo gli ebrei perché loro vogliono il genocidio dei bianchi”, che è quello che ha affermato Robert G. Bowers, il terrorista che a Pittsburgh il 27 ottobre 2018 ha ucciso undici persone in una sinagoga. Grazie al dog whistle è possibile dire cose che ai più sembrano neutre o accettabili ma che gli estremisti di destra interpretano come un messaggio specifico rivolto a loro. Per tradurre il concetto nel contesto italiano, pensiamo per esempio agli esponenti di CasaPound che hanno dichiarato di votare per Salvini. Il leader della Lega è per questo rubricabile come fascista? Difficile rispondere affermativamente, ma è rilevante che i “fascisti del terzo millennio” pensino che lo sia, e per questo lo votino. Quella che talvolta viene descritta come ambiguità di Salvini nei confronti della destra fascista assume, se pensata attraverso il dog whistle, un colore nuovo e inquietante. Parole come onore, orgoglio, popolo, patria sono tipicamente utilizzate dai dog whistlers, dai politici cioè che fischiano ai cani. Il dog whistling, modello emblematico della comunicazione politica del nostro tempo, permette forse di capire lo spostamento di non pochi ebrei italiani verso destra in tempi recenti: gli ebrei, in generale, non sono nella condizione di captare alcune frequenze, e in particolare quelle che invece nuovi e vecchi fascisti sentono. Una frase come “la finanza internazionale tiene in pugno il popolo italiano” può essere accolta senza problemi (che non significa per forza condivisa) da molti, ma chi legge “finanza internazionale” come “gli ebrei” e “popolo italiano” come “i bianchi autoctoni” dà un altro significato e trae diverse conclusioni. Negli ultimi mesi l’estrema destra italiana a partire da Fratelli d’Italia preferisce parlare di “finanza internazionale” o “Soros” invece che di “usurai”, ma per i cani in ascolto non fa differenza. Merita una riflessione il riferimento frequente a Soros come al grande burattinaio che si nasconderebbe dietro la cosiddetta “invasione silenziosa” dell’Europa, cioè l’idea che sia in corso una sostituzione etnica per islamizzare il Vecchio continente. Il nome Soros, come una parola magica, tiene insieme il complotto finanziario globale nello stile dei Protocolli dei Savi anziani di Sion, l’immagine degli ebrei come agenti della modernità, cioè di espulsione della magia dal mondo, sradicamento e solitudine, e infine l’apertura dei confini a orde africane e islamiche. Quegli ebrei, che pure esistono, che giungono a condividere le campagne dell’estrema destra contro “Soros” non si rendono forse conto dei termini che traducono il nome del “finanziere ebreo ungherese” presso un ampio pubblico.

Uno degli slogan intonati nell’agosto 2016 a Charlottesville (Virginia) dai manifestanti di estrema destra che protestavano contro la rimozione della statua di un generale confederato, dunque schiavista, era “You won’t replace us”, non ci sostituirete, con riferimento alla suddetta teoria complottista della sostituzione etnica. Dopo essere stata ripetuta tante volte, questa frase, per elementare assonanza, è diventata “Jews won’t replace us”, gli ebrei non ci sostituiranno. Il giorno seguente un terrorista suprematista ha assassinato una donna che manifestava contro il corteo di estrema destra. Il commento di Donald Trump è stato: “C’erano brave persone da entrambe le parti”. Più che fischietto per cani, un trombone che solo i sordi riescono a non sentire.

Giorgio Berruto

 

Sinagoga di Salonicco

 

 

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