Israele

 

 

Il bisonte nella cristalliera

di Manfredo Montagnana

 

Prima di domandarci quali siano il significato e gli effetti del “Piano Trump” sul conflitto fra Israele e Autorità Palestinese, dovremmo riflettere su un quadro geopolitico più vasto e sulla storia della politica estera USA. Si tratta di una lunga serie di errori che hanno comportato disastri soprattutto nel Medio Oriente con inevitabili scie di morti e distruzioni.

Cominciamo dall’Iran, quello di Mossadeq, lo statista che gli USA fecero destituire nel 1953 perché aveva nazionalizzato le aziende petrolifere: la CIA e l’M16 britannico organizzarono il colpo di stato che portò al potere il generale Zahedi ed alla soppressione degli oppositori dello Scià, in particolare del partito comunista Tudeh. Non secondario fu il ruolo degli USA anche nella guerra tra Iran e Iraq dal 1980 al 1988: con la crescente tensione tra gli americani e la dittatura di Khomeini, il governo USA appoggiò ovviamente l’Iraq di Saddam Hussein, salvo fornire armi anche all’Iran. Non è necessario ricordare come si sia sviluppato fino ai nostri giorni lo scontro fra USA, Iran e Iraq e quali danni abbia comportato, è quotidianamente sui giornali.

Veniamo ad un altro teatro della politica americana in questa regione: l’Iraq appunto di Saddam Hussein, così ampiamente sostenuto fin dagli anni ’80 del secolo scorso. A seguito dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel 1990, si aprì un periodo di continui interventi internazionali e tensioni che portarono a due “guerre del Golfo”: la prima fu combattuta nel 1991 su mandato dell’ONU, mentre la seconda guerra, nel 2003, venne condotta solo dagli Usa e dalla Gran Bretagna, contro la scelta del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. L’assurdità della politica USA venne evidenziata quando le forze alleate vincitrici incontrarono, nei mesi successivi alla conquista dell’Iraq, una dura resistenza accompagnata dal risveglio delle tradizionali divisioni religiose e tribali tra la comunità sciita e quella sunnita: insomma, l'intervento anglo-americano ha portato alla destabilizzazione in Medio Oriente, in cambio di un progetto di controllo a livello economico e militare delle risorse, soprattutto petrolifere. Il nuovo governo provvisorio iracheno instaurato nel 2004 e quello eletto nel 2005 sono vissuti stretti tra le varie guerriglie e la presenza dei soldati americani.

E veniamo alla Libia, dove nel 2011 l’ONU promosse un intervento militare internazionale, sostenuto soprattutto dagli USA, giustificato dalla necessità di tutelare la popolazione civile libica. La storia degli ultimi anni ha dimostrato che la scelta militare ha portato ad un pesante bilancio di morti non solo libici ma anche di migliaia di migranti africani.

A questo quadro preoccupante manca la vicenda più drammatica degli ultimi anni, quella della Siria. In effetti si tratta di una storia ancora più intricata e tragica di quelle precedenti: non c’è dubbio che il regime di al-Assad sia stato fra i più sanguinari della regione ed è difficile, nella guerra civile che si trascina da oltre sette anni, distinguere tra i massacri causati dai sostenitori del dittatore e quelli causati dai suoi oppositori. Se inizialmente il confronto a livello mondiale avveniva tra gli USA da una parte e la Russia dall’altra, oggi non si può più ignorare il ruolo sul campo della Turchia di Erdogan. Quel che è certo è che la politica USA esce sostanzialmente sconfitta da un’altra vicenda in Medio Oriente.

Il piano del Presidente Trump, il cosiddetto “Deal of the century”, non sembra davvero porsi questo tipo di problemi. Il ruolo determinante assunto da Kushner nella stesura del piano non depone certo a favore della imparzialità del documento stesso. D’altra parte, le questioni di carattere economico erano già state affrontate nel giugno dell’anno scorso e in settembre Netanyahu aveva sostenuto l’annessione di parte della West Bank, promettendo di applicare la sovranità di Israele sulla valle del Giordano e sulla sponda settentrionale del Mar Morto. Infine, a dicembre Trump aveva riconosciuto Gerusalemme come capitale di Israele. Ovviamente la condizione cruciale del Piano di Trump non poteva che essere il diritto di Israele di annettersi la valle del Giordano e il 30% della West Bank se i Palestinesi persisteranno nel rifiutare il dialogo con gli USA in merito al piano di pace.

Per concludere, mi pare il caso di ribadire che qualsiasi ragionamento sui destini di questa martoriata parte del mondo deve considerare le intenzioni - quelle dette e soprattutto quelle non dette - degli attori forti come USA, Russia e Turchia, senza dimenticare l’affacciarsi della Cina. Occorre dunque tener conto del fatto che, se russi e cinesi non sono alleati, tuttavia hanno un interesse in comune: indebolire l’influenza degli USA in questa regione. In particolare, Putin sta sviluppando un’ampia partita diplomatica: viene accolto in Iran dall’Ayatollah, si incontra regolarmente con Netanyahu, è un caro alleato di al-Assad, è stato ospite del Re dell’Arabia Saudita e dei sovrani degli Emirati Arabi Uniti e sembra mantenere buoni rapporti anche con Erdogan. Insomma, “la Russia assume il ruolo di Mediatore Supremo in Medio Oriente”, come sostiene il britannico Telegraph. Spetterà a Putin una mossa decisiva?

 

Manfredo Montagnana

    Vignetta di Davì

 

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